CAPITOLO I
GLI ARCHI ROMANI.
Un ipotetico visitatore della Oik preistorica non avrebbe visto una città, ma solo una serie di colline ondulosamente dolci, e di cieli imbiancati dalle nuvole. Al centro c’era un bel fiume natabile (la Bormida), con le sponde inverdite dall’erba. Le terre alte, ricoperte di boschi lianosi, abbondavano di lagomorfi e scolopacidi, cervidi e fasianidi, e soprattutto artiodattili. Le terre basse celavano sorgenti di acqua calda, a naso abbastanza imbevibili. E, all’inizio della primavera, i cespi di primule sprigionavano odori irripetibili. Poi, cominciarono a spuntare i primi liguri.
In principio, dunque, erano i liguri. Prima di inoltrarmi nel cuore di questo capitolo, ci tengo a precisare di essermi documentato a fondo sull’origine dei liguri. Rischiando litigi domestici, mi sono chiuso giorni e notti nell’Archivio Preistorico della città di Oik, dove sono conservati i documenti più antichi dell’Alto Monferrato. Chiedo al lettore di avere un minimo di pazienza, perché le informazioni storico-etnologiche che seguiranno, per quanto possano sembrare troppo specifiche, costituiscono il background necessario alla comprensione della storia artistica di Oik, e non un semplice sfoggio di erudizione.
Dopo questo preambolo, dunque, parliamo dei liguri. Si sa che non erano di grande statura. Abitavano nei boschi dell’Alto Monferrato in piccole comunità di raccoglitori, nate per una specie di socialismo spontaneo, in armonia con la natura, un po’ come i puffi¹. Ma cosa facevano di particolare questi liguri, a parte le gaie scorribande nei boschi a cogliere salsapariglia? Innanzitutto, gli storici ci dicono che erano abilissimi a nascondersi sotto i sassi. Ci sono numerosi aneddoti di turisti che, attirati dai baedeker neolitici alle meraviglie della vecchia Oik, e catturati dallo spettacolo della natura incontaminata, venivano sorpresi all’improvviso da un ligure che spuntava da sotto un sasso e gli faceva delle mosse tremende. I turisti, colpiti da infarto, si portavano una mano al cuore, mentre il ligure rideva a crepapancia e poi spariva tra le fratte.
L’arte di nascondersi sotto i sassi era tramandata di padre in figlio, e successivamente da un’istituzione chiamata Genoa Cricket and Football Club, che a tutt’oggi è una delle più longeve società di nascondino sotto i sassi ancora esistenti al mondo.
Da dove venivano questi liguri? Alcuni dicono che provenissero da un continente di nome America, sprofondato nel mare sotto il peso dei sacchi di rumenta ivi abbandonati dai liguri medesimi. Altri dicono che fossero un popolo autoctono, sopravvissuto alle grandi glaciazioni grazie a grandi economie (scatenando il rumour che i liguri siano dei tirchi della malora). Il loro capo era un certo Colombo, un tipo inaffidabile che nei comizi in piazza diceva che presto o tardi il continente sprofondato sarebbe tornato in superficie, e lui in persona avrebbe guidato il popolo ligure alla sua riconquista, ma segretamente mirava a una carriera nello showbiz, e sognava di interpretare un detective in un famoso telefilm.
All’inizio, fidandosi delle promesse del loro capo, i liguri, a parte spaventare i turisti spuntando all’improvviso da sotto i sassi, non facevano un bel niente: affondati nel molliccume, aspettavano solo di tornarsene in America. Poi però, dal momento che il cazzeggiamento continuo alla lunga poteva essere noioso, si trovarono altre occupazioni.
Le loro abitazioni non erano gran che, erano semplici penthouse di paglia e fango. Anche i loro abiti erano di paglia e fango, e, volendo, paglia e fango poteva anche essere un primo piatto spiritoso da servire agli ospiti importuni per una cena improvvisata. Ma il loro piatto preferito era la farinata, una torta salata molto bassa dagli ingredienti semplici e low budget: farina di ceci, acqua, sale e olio. Sembra che, durante la difficile navigazione dall’America all’Alto Monferrato, le navi dei liguri si trovassero coinvolte in una tempesta, e alcuni barili d’olio e farina di ceci si rovesciassero, mischiandosi all’acqua di mare. Il risultato fu tanto nutriente che divenne un piatto nazionale. I sostenitori dell’autoctonia dei liguri, au contraire, dicono che la ricetta della farinata fu elaborata durante le glaciazioni, e che in penuria di farina di ceci si usasse inizialmente la farina d’avorio, ricavata dalle zanne dei mammut, che (complice la sciagurata idea degli happy hour di farinata sui ghiacciai) di lì a poco si estinsero.
In ogni modo, quel che più importa è che la farinata può essere gustata anche oggidì sulla nostra tavola.
Dicevano di avere una capitale, una città favolosa, l’ubicazione della quale era custodita gelosamente. Gli storici non riuscirono mai a ritrovarla, cominciarono a sospettare che in realtà questa città segreta non esistesse affatto, e dissero ai liguri di piantarla lì, insinuando che fosse solo un trucco per darsi delle arie, ma i liguri risposero agli storici: “Bravi, bel tentativo. Ma non vi ci portiamo!”
Per ricordare il continente perduto, cantavano struggenti canti marinari, molto gettonati, ma scadevano spesso nel commerciale, com’è dimostrato da certe iscrizioni rupestri: “Che confusione | sarà perché ti amo | è un’emozione | che cresce piano piano | stringimi forte e stammi più vicino | se ci sto bene | sarà perché ti amo”.
Alcuni davano i nomi a tutte le cose (abbattifieno, accozzaglia, bacio, Bauhaus), altri costruivano armi rudimentali. Alcuni inventavano la ruota, altri pescavano gamberi di fiume nei ritani; altri ancora segnavano con tacche lo scorrere del tempo:
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Ma, soprattutto, tutti credevano nell’assenza di Dio e, siccome non c’erano programmi televisivi tipo Otto e mezzo² a convincerli del contrario, vivevano in un mondo relativamente felice.
E così fecero per ventimila anni, finché non arrivarono i romani.


eh eh eh
meraviglioso!
“scatenando il rumour che i liguri siano dei tirchi della malora”
che taglio
vai lettoreforte!
dirò un giorno di averti scritto sopra e sotto…
@lecoin
quando faremo il pfd – che raccoglierà tutta la guida – metteremo piccolo piccolo il nome dell’autore; molto grandi i nostri bei faccioni
Grazie ragazzi, questa volta è stata dura (non conoscevo il tag “More”).
Puoi dirlo, Ste, è tecnicamente ineccepibile.
Ehi, non vale. Vi do una mano e vi prendete tutto il braccio!
Fantastico ’sto pezzo.. mi sta appassionando la storia ehehehe…
la farinata l’ho assaggiata da poco e mi è piaciuta un sacco… (anche perché è fatta appunto con farina di ceci ed io posso mangiarla in quanto gluten free alèèè..)