Forse il coraggioso fotografo Menecacci non è così coraggioso, forse non è nemmeno così Menecacci, ma di sicuro è fotografo: lungo, allampanato, con gli occhiali spessi e i riccioloni caramello, caracolla al mio fianco, pendagliato di apparecchi molto high-tech: fotocamere, reflex e biottiche, obiettivi, teleobiettivi, filtri, flash, winder, esposimetri, kit per ritratto, kit close-up, paraluci, portalastre, pellicole, perette, teli, cavalletti stativi (treppiedi, bipiedi e monopiedi), e, sotto il braccio, perfino un portaombrelli, rubato all’Haiti sotto il naso di Peter Paolo.
Arriviamo a un bivio: davanti a noi c’è una scalinata con i corrimano di metallo nero, che scende verso un parcheggio a spina di pesce – ma, avverte un cartello con un triangolo rosso e un punto esclamativo, è area esondabile, con sosta massima di dodici ore (ci sono anche i disegni esplicativi, con le famiglie annegate e i camper travolti dalle onde); alla nostra destra, invece, c’è una strada di mattoni serpeggianti. Andiamo a destra.
Mentre camminiamo, inizia a cadere una pioggia sottile. La strada costeggia i piloni color torrone del ponte sulla Bormida, che scorre sotto di noi con la sua acqua acneica, rossastra e marrone. Oltre un albero spoglio, vediamo gli archi romani: sono quattro, più due piloni isolati, simili a denti spezzati. Alla loro sinistra, vicino alla Statale 334, c’è un altro gruppo di archi, a vero dire tutti crollati, ma che quattro anni fa sono stati protagonisti di una storia molto X-Files¹: il 18 giugno 2004, nei campi intorno agli archi, furono ritrovati quei pittogrammi alieni che in angloamericano si chiamano crop circles². Quella sera, all’Haiti, io, Rex, Pixel e il vecchio Luke, disgustati dal pareggio dell’Italia con la Svezia (nelle fila degli svedesi militava un mercenario croato, del quale ora non ricordo il nome, che ci beffò con un pallonetto), andammo a prendere un gelato e a vedere i cerchi nel grano. Erano minacciosi, come occhi nel buio. Probabilmente, gli alieni nascosti ci ipnotizzarono: al ritorno, il pareggio con la Svezia non ci sembrava poi così disprezzabile. Sui giornali del giorno dopo, l’episodio fu bollato come lo scherzo di un buontempone.
La pioggia cade con lividità, ora è quasi insistente: per continuare a scrivere, sono costretto a rifugiarmi sotto gli archi; non serve a molto: in alto sono sottili, le gocce filtrano lo stesso e bagnano le pagine dei miei taccuini. Il coraggioso Menecacci, intanto, ha sistemato il suo equipaggiamento, e cerca di ripararlo dalla pioggia: sfila uno a uno gli ombrelli dell’Haiti dal portaombrelli, e li dispone intorno a sé: alla fine, sembra un igloo di tela nera, dal quale spunta come un periscopio l’occhio lucido della fotocamera. Gli dò l’okay con il pollice, poi mi concentro sull’arco più vicino, e i suoi mattoni griffati dagli anni. Naturalmente, so tutto della loro storia, ma perché dovrei accontentarmi? Grazie alle mie doti divinatorie, affinate da innumerevoli sedute di role-playing, posso averne una visione molto più nitida e precisa³. Appoggio la mano sulla pietra fredda, che qui-ora mi risucchia negli abissi ectoplastici del tempo.


davvero non vedo l’ora di metterli tutti insieme e “pubblicarli”!

e.
Hmmmmmm… avvicente la storia…