Appoggio la mano sulla pietra fredda…
Mi guardo un lungo trailer cronologico, ma il nastro è in riavvolgimento: la ruggine del fiume scorre a monte, si gela, si disgela; il cielo si riempie di anatre in retrovolo; sulle rive della Bormida, due bambini camminano all’indietro, e posano una pietra tiepida e porosa in un boschetto; il sudiciume scompare, l’acqua si schiarisce: fabbriche e abitazioni arretrano nel verde; il Re d’Italia torna dal Portogallo e cede il Monferrato al redivivo duca di Gonzaga; tutto il paese si anima di peste, che attira gli spagnoli come mosche; tornano i Paleologi, tornano gli Aleramici, lottano gli intestini di Blesi e Bellingeri; lo stemma dell’aquila si slancia a beccofitto contro la città nuova di Alessandria; San Guido fonda chiese e monasteri; vengono i franchi, i longobardi, i goti; vedo San Maggiorino farsi un bagno termale, e poi, alla fine, l’acquedotto monumentale.
Proprio nella visione acquedottistica, però, mi passa davanti agli occhi una sequenza strana: flash di dischi giganti in volo nella notte, e monoliti che scendono a terra in fasci di luce verde. I dettagli, però, sono molto sfocati. Prima che possa disambiguarli, sento un urlo alle mie spalle: “Chi è là? Cosa succede?”
Mi giro verso la fonte dell’urlo, e anche il fotografo Menecacci orienta il suo obiettivo, ruotando il suo scudo di ombrelli: vicino ai pannelli, si sono materializzate due figure, simili a baccelloni verdi di ultracorpi, che avanzano verso di noi con calma minacciosa, tra le gocce di pioggia. Da vicino, le loro sagome si fanno più nitide: sono due umanoidi un po’ ingrigiti, indossano blue-jeans e piumini verdi. Il più alto dei due, iperpalestrato, ha un berretto verde, mentre il più basso, un po’ grassoccio, ha una sciarpa verde: sono evidentemente dei leghisti.
“È un piacere incontrarvi” dico io, giocandomi la carta della captatio benevolentiae. “Non succede niente di particolare: io e il mio collaboratore stiamo facendo un servizio sugli archi romani.” L’obiettivo del fotografo Menecacci va su e giù, in segno di assenso.
“Un servizio sugli archi romani?” dice quello con la sciarpa, aggrottando le ciglia. “Be’, non ci sarebbe niente di male, se non aveste usato la psicometria. Guardate che nei luoghi pubblici è proibita!”
“Scusate” dico io, liscioso “non lo sapevamo. In ogni modo, non ho visto molto.”
“Bugiardo!” urla quello con il berretto.
“Zitto, Tatone” dice quello con la sciarpa. “Il signore qui mi sembra una persona ragionevole. Avanti, cos’ha visto esattamente?”
“Be’, la solita storia. Ma alla fine mi è sembrato di vedere qualcosa come delle astronavi verdi che calavano gli archi in riva al fiume.”
“Non facciamola lunga” mi interrompe “le astronavi erano nostre. Deve sapere che noi leghisti proveniamo da un pianeta molto lontano, di nome Padania, che esplose molto tempo fa dopo essersi gonfiato a dismisura per l’immigrazione incontrollata degli extraplanetari irregolari. Da allora, noi leghisti andiamo di galassia in galassia con le nostre astronavi piene di gente che lavora.”
“Siete alieni? Ma certo!” dico io. “Ora tutto si spiega: le fontane trionfali, le rotonde titaniche, le feste con i Carmina Burana¹ e i fuochi d’artificio verde lega, insomma tutto il vostro pacchianesimo non poteva essere umano.”
“Esatto” dice il tipo con la sciarpa, e continua la sua storia: “Duemila anni fa, i romani ci incaricarono di costruirgli degli acquedotti per tutto l’Impero. Avevamo questo stock di trappole per arcobaleni invendute e pensammo: usiamo queste, andranno benissimo. Ma, una volta istallati gli acquedotti, i romani rifiutarono di pagarci.”
“Roma ladrona!”
“Zitto, Tatone. Dopo duemila anni di battaglie legali, il giudice intergalattico ci diede ragione e i romani furono costretti a cederci il Nord Italia.”
“Quindi il Nord Italia vi spetta di diritto” dico io. “E io che credevo che le vostre pretese fossero ingiuste. Scusate tanto.”
“Non si preoccupi, ci siamo abituati” dice il tipo con la sciarpa, conciliante. “Ora però dobbiamo impedirvi di dire in giro quello che avete scoperto. Tatone! Distruggi le prove.”
“Sissignore” risponde Tatone, e, con fare gangsteristico, abbatte la sua massa muscolare verso il coraggioso fotografo Menecacci, accartocciandogli gli ombrelli e strappandogli di mano la macchina fotografica; poi, la butta a terra e la calpesta, fino a ridurla a frammenti neri scintillanti.
Dopodiché, i due ci salutano e salgono verso l’alto a balzelloni, come mostri felici, tornano ai loro paradisi neofeudali.
Mentre il coraggioso fotografo Menecacci guarda malcagato i resti della macchina fotografica, io guardo i leghisti che si allontanano, dico: “Gentili, come sempre.” Poi, alzo gli occhi al cielo pallido. Le gocce d’acqua si infittiscono. Piove verde.


E mò sì che si spiegano un sacco di cose!!!!!!!