[continua da qui]
Questa è la storia di due ragazzi di provincia.
Che, poi, ragazzi forse non è il termine più esatto: lui è un po’ più grande di me, lei un po’ più piccola [e io ho trentadue anni - così potete farvi i conti]. La provincia è il nord-barese, uno di quei paesoni strani (e belli, tutto sommato), troppo piccoli per essere definiti città e troppo grandi per sentirti – se ci vivi – fuori dal Mondo.
Sono i figli della classe media, figli d’insegnanti, piccoli professionisti, impiegati della pubblica amministrazione. Sono laureati, tutti e due; lavorano, tutti e due. Ma non lavorano nel paesone dove sono nati, no: stanno a Roma, nella metropoli.
A modo loro, sono dei privilegiati. Lei è assunta a tempo indeterminato, lui no, ma il contratto – alla fine – glielo rinnovano sempre.
Hanno comprato una casa, come si fa da noi, al Sud: i genitori mettono l’anticipo e il resto mutuo. Il punto è che il meglio che han trovato è una casa piccola piccola in un quartiere semidegradato della Capitale – che, comunque, è sempre meglio di un quartiere del tutto degradato.

Insomma, quando il Mondo parla di loro, ne parla bene: sono bravi ragazzi, lavorano sodo, si vogliono bene, si sono sposati, hanno casa e, dentro, c’han messo i mobili ikea (quasi tutti bianchi).
Quest’anno hanno avuto una bambina: il Mondo è ancora più felice.
Il problema, quello che il Mondo fa fatica a vedere, è che lì, a Roma, nel loro quartiere non conoscono nessuno. Lavorano più delle otto ore che gli spettano (in particolare lui, ché c’ha la spada di Damocle del contratto da rinnovare ogni anno); per andare al lavoro ci vuole un’ora, e se vuoi tornare a casa le ore diventan due [fatela la somma, fatela: 9+2=11, se non ci sono imprevisti].
Chi sono i loro vicini? Non lo sanno.
Il sabato vanno all’ipermercato a fare la spesa per tutta la settimana, e poi puliscono casa; la domenica sono troppo stanchi per non stare a letto o sul divano.
E poi, prima che nascesse la bambina, due volte al mese si mettevano in macchina e tornavano al paesello-paesone a mangiare panzerotti fritti e riso patate e cozze – come li sa fare bene la mia mamma! dice lui.
Ora c’è la bambina, però. E la bambina crescerà. I suoi genitori lavoreranno, esattamente come ora; e ci sarà l’asilo nido, prima, poi la materna e le elementari. La bambina farà tutti i rientri possibili; pranzerà sempre fuori, finché non sarà in grado di cucinarsi da sola.
Questa era la storia di due ragazzi di provincia; adesso no, non più: è diventata la storia di una neonata, che diventarà bambina e adolescente e adulta. Con dei genitori che nulla sanno del contesto in cui l’hanno inserita, tranne qualche racconto suo, la sera, mentre cenano, ma pensano a domani che si lavora e dopodomani pure.
Non ci sarà una comunità che potrà fare le loro veci; nessun controllo, nessun’attenzione. Niente nonni, cugini, zii. I pochi amici che hanno sono colleghi di lavoro e vattelappesca dove diavolo abitano (”andiamo a cena dai Tizi?”, “ma che sei pazza? mi devo fare altre due ore di macchina?”).
La bambina la crescerà il Mondo.
Questo è.
Così gira.
E che ci volete fare?
[Porco
fottuto
Mondo].


E santa pazienta ragà!!!!!!!! Vorrei urlare “basta basta… non parliamo più di ’ste cose”… ma poi mi rendo conto che il non parlarne non cambia le situazioni, anzi… forse ammutolisce le coscienze… ma vabbé…
E’ tutto vero quello che scrivi caro enpi, ho fatto la babysitter a una bimba che vedeva più me che sua madre e suo padre ( e già era un miracolo che potesse permettersi una babysitter a tempo pieno, ché certi bambini manco sta fortuna hanno!)
comunque… avete mai letto “L’epoca delle passioni tristi” di M. Benasayag e G. Schmit? Ecco… svela come tutte queste incertezze, questa precarietà, questa visione tetra e non più rassicurante del futuro abbia dei risvolti allarmanti sul piano pscologico e psichiatrico anche dei “giovani d’oggi”.
te pareva… mi ha mandato in moderazione… je sto antipatica! Tiratemi fuori di lì please!
fatto: messaggio 1 de-moderato.
io ho più in mente “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.
Oddio, è tutto vero, è svilente, triste acosivia.
mancano i contatti umani, è scomparsa la sana rete di repporti che ti permette di impare, ti rassicura, ti sostiene, ti tutela. Ecco mi sento come la bambina della tua storia enpi, eppure ho 30anni e vivo in un paesone (ma forse questa è un’altra storia ancora).
Questo articolo mi fa salire un po’ di “perchè”, e non sono dei “perchè” piacevoli…
Mi piacerebbe sapere perchè non sono rimasti nel loro paesone del nord-barese, perchè hanno commesso il terribile errore di venire a far parte di un mondo non loro, perchè hanno cominciato a costruire qualcosa che in effetti non gli apparteneva e perchè hanno cementato tutto questo castello di sabbia con una figlia che dovrà soffrire e faticare più del doppio di quanto sia dato soffrire e faticare ad un essere umano dopo aver fatto soffrire e faticare loro ancora di più.
L’avevo detto che non erano piacevoli, e so che messi così fanno anche un po’ inca**are. Probabilmente se la coppia in questione leggesse questo mio incipit verrebbe a cercarmi armata di spranga, ma posso chiedere di rifletterci un attimo ?
C’è già su questo Blog un articolo (o più d’uno) sull’argomento, so che quindi dirò cose forse già dette, ma mi perdonerete, lo faccio per mantenere tutto insieme: uno dei problemi della nostra società attuale è la solitudine, l’isolamento, quel prodigio per cui in un condominio di 40 appartamenti capita che vivano 40 eremiti, come se fossero 40 casali ognuno in mezzo ad ettari ed ettari di campi.
Ma siamo sicuri che non siamo noi ad andarcela a cercare ?
L’uomo è di natura animale sociale, la comunità, il gruppo sono alla base di ogni vita degna di chiamarsi così. La grande famiglia, quella “di una volta” (che poi tanto antica non è, io ad esempio me la ricordo), è quella cosa che ha sempre permesso a tutti noi di tirare avanti, l’ultima risorsa (o la prima) cui attingere quando proprio non si poteva fare altrimenti. La famiglia era quella che permetteva ai giovani di mettersi insieme, mettere al mondo anche (addirittura) più di un figlio e poterli tirare su (e non solo economicamente). La babysitter era solo una parola straniera, c’era Nonna, la Sorella Minore, la Cognata, la Comare. C’era la fila per tenerti i pupi, c.a.z.z.o.
Poi, cosa è successo ?
E’ successo che abbiamo ceduto alle lusinghe di una vita che credevamo migliore, siamo usciti da questo stile caldo e confortevole per qualcosa di nuovo, la “città”, che ci chiamava con le sue luci e le sue strade. Ad onor del vero c’è da dire che questa faccenda è iniziata in un periodo in cui non c’erano molte alternative: o ci si spostava nelle grandi città o si crepava, quindi in principio l’esodo era anche giustificato.
Oggi, però, non è più così. E prima lo capiamo, meglio staremo. Oggi (per dirne una, che sembrerà fuori luogo, ma se ci pensate manco tanto), anche nel più misero paesello di quattro case ti arriva l’ADSL, oggi le cittadine di provincia hanno tutto quello che serve, oggi ci sono strade, linee ferroviarie, voli locali quanti ne vogliamo, oggi c’è il telelavoro, il telemarketing, il telefonino e il telemandoadì. Non siamo più nel dopoguerra, porca vacca !
Oggi la città (la grande città) è una trappola mortale, mortale perchè noi in fondo vorremmo continuare a condurre quella vita di relazione di cui parlavo qualche paragrafo più su, ma non capiamo che quella vita poteva esistere in quanto comunque esistevano gli spazi necessari. C’era la casa, c’era l’orto, c’era il campo e c’era il campo del vicino. C’era la stanza degli ospiti, la cucina col camino, il contadino che ti portava il coniglio e la frutta. E, quando capitava che volevi stare per i fatti tuoi, potevi farlo.
Mi spiegate come portare avanti una vita del genere a Roma ?
Siamo oggettivamente troppi, gli spazi mancano, lavoriamo gomito a gomito, viaggiamo spalla a spalla, abitiamo schiena contro schiena, separati da tramezzi di gesso da 20 centimetri (se va bene).
E’ la pressione che ci frega. Ed è quella che, alla fine, ci fa cercare la solitudine.
Giusto l’altro giorno, a casa di amici (appartamento 45 metri terzopiano zona cosicosi finestrasulcortile 20 minuti per parcheggiare alle nove di sera arredato ikea standard), mi affaccio al balconcino perchè avevo bisogno d’aria: vedo sul balconcino di fronte (loggetta 3×1,5 metri) un anziano signore che sistemava dei vasetti ordinatissimi e pultissimi, uno col basilico, uno col rosmarino, uno con dei fiori colorati… sono rientrato piangendo come un deficiente, dando la colpa all’allergia che non ho.
Cosa abbiamo fatto di male ?
Perchè insistere con questo inutile autolesionismo ?
Perchè andarsene da una provincia che i nostri vecchi hanno lasciato (sono certo di questo), anche se inconsapevolmente, per far si che noi potessimo tornarci ?
Ecco, enpi, vorrei che questi tuoi amici tenessero duro e leggessero fin qui, poi se ancora saranno arrabbiati con me subirò le conseguenze, ma qualcosa mi dice di no…
Al, se ne sono andati perché – è difficile da credere per chi non ci vive, qui – è l’unico modo per avere un “lavoro”, che non sia in nero o con partita iva (spesso la stessa cosa).
per sentirsi “produttivi”, e in questo Mondo, se non lo sei, non vali un caxxo.
se ne sono andati perché i loro genitori li hanno spinti a farlo, perché così le loro famiglie sono fiere di loro.
Esterina, è vero, che si è soli anche in provincia, ma crescere in una grande periferia urbana, senza controlli familiari e sociali è terribile: immagina a cosa si è esposti, a dieci, dodici, quindici anni, ché i tuoi sono al lavo e tu giri per la periferia, e giri e giri.
anche in provincia abbiamo famiglie spesso piccole e disintegrate, ma c’è un senso di comunità, comunque.
e.
No, non ci siamo, c’è qualcosa che non va.
Quello che tu chiami “lavoro”, in effetti è un “posto”: il vecchio, famigerato, tristemente noto “posto fisso”. L’incubo dei nostri nonni, quello che ha favorito le aberrazioni di personalità di almeno una generazione di italiani e che, in definitiva è il responsabile della nostra mentalità attuale.
Se i loro genitori li hanno spinti a farlo, il problema è da cercare lì: a questo punto sono anche propenso a credere che si siano sposati per far contenti i loro genitori, che abbiano concepito una figlia per fer contenti i loro genitori, che insomma non abbiano molto chiaro il significato di “vita”.
Con questi presupposti, la fine è scontata, la ragazza è “fatta”, potrebbero anche chiuderla qui e prepararsi alla pensione (che non avranno mai, peraltro).
Pesantuccio, eh ? Scusate, ma non posso farne a meno. Quello che vorrei far passare, come concetto, è che i tempi sono cambiati, e se non sono cambiati devono cambiare: non si può più andare avanti con questo tipo di idee: “al sud non c’è lavoro”, “bisogna fare i concorsi”, “la casa innanzitutto”, e via così. Uno deve aver chiaro quello che vuole e poi ammazzarsi per ottenerlo: se ci riesce, bene. Se non ci riesce vuol dire che non si è ammazzato abbastanza. Se poi quello che vuole è l’appartamento Ikea, bene lo stesso, è comunque dignitoso, ma poi non si venisse a lamentare.
Perdonatemi, ma parlo da una posizione “privilegiata”: io il “posto fisso” ce l’avevo, l’ho avuto dal ‘91 al ‘94, dai 22 ai 26 anni, e non era nemmeno male (a livello retributivo, intendo). Ma non era quello che volevo.
Me ne sono andato, e pure di corsa. Pochi hanno capito, tra questi mio padre (che aveva fatto sì che quel posto lo ottenessi), il quale spense la sigaretta, ne accese un’altra e mi disse: “e chi l’ha detto che dovevi restarci tutta la vita” ?
E a distanza di anni, una delle ultime cose che mi disse prima di spegnersi come una delle sue sigarette fu proprio: “hai fatto la cosa migliore, Albè, lo sapevo che sarebbe andata bene”.
Ora, se sia andata bene o meno è tutto da vedere, è vero che ho avuto (e ho) momenti pesanti, è vero che vivo un po’ “fuori standard”, non punto al SUV e me ne fotto del plasma, ma la vita è la mia, e quello che voglio ce l’ho. Ho saputo dire di no quando c’era da dire di no, ho avuto la forza di “deludere” gente che mi voleva bene (due nonne passate a miglior vita senza vedere il nipotino sposato), ma “la vita è un mozzico”, ragazzi, è un mozzico.
Mi rendo conto (ancora una volta) che messa così suona male, forse perchè ci mancano tanti particolari, manca il contesto, i fatti sparati così sono un po’ troppo crudi, ma mica vi posso intasare il Blog con i miei deliri…
caro albert neppure io punto al SUV ma avere quattro soldi per vivere da trentenne e non come una ragazzetta delle medie mi farebbe mooooolto comodo. E sai una cosa? ho fatto le tue stesse identiche scelte e mi sono impegnata per portare avanti i progetti da sognatrice.
Eccomi qua. Con due lauree (so che non hanno un gran peso ma fa figo dirlo) ho più speranza di fare due soldi facendo la commessa che perseguendo il mio sogno al sud.
Morale della favola: si può sognare solo con i soldi e mi fa schifo leggere ciò che ti sto scrivendo (puà), ma (sarà che è un periodo nero) mi sento tanto come icaro…
Se apriamo l’argomento “soldi” facciamo un lago di sangue, qui…
Se prima potevo sembrare eccentrico, adesso sembrerò proprio da ricovero, ma sapete che cosa ho scoperto ?
I soldi non esistono.
(dissolvenza in nero)
…sparisco così (puff !)
ALBERT!!! ma ndo vai? non puoi sparire così… per mezzo di cotanti e tali effetti scenici.
se i soldi non esistono ospitami a casa tua perchè non ce la faccio più a vivere coi miei!!!!!!!!!! ;P
prima ero come te…beata fanciullezza!
(ovviamento scherzo-ma anche no-)
ps brevissima parentesi e poi scapo:
“se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare sarei certo di provare tutta la felicità!”
Consiglio a tutti di ascoltare questa chicca (1.000 euro al mese) di Silvestri
(nero)… musica lontana che aumenta di volume… (qualcosa tipo “What’s the Buzz” da “Jesus Christ Superstar”)… (flash bianco, poi lentamente a fuoco dalla sovraesposizione) e rieccomi qua !
Preoccupàti ? No ? Beh, preoccupatevi ora.
Allora dicevamo: i soldi non esistono. Perchè, qualcuno di voi li ha visti, ultimamente ? Entrano, escono, passano: numeri, cifre su di un estratto conto. Segni “+”, segni “-”, strane equazioni che non tornano mai (o meglio, tornano sempre dalla parte sbagliata). Cose tipo “l’IVA è una partita di giro”, tipo “compensazione”, tipo “numeri creditori e numeri debitori”, tipo “non si preoccupi, ci pensiamo noi”.
E ancora “esisti solo se guadagni”, ma se guadagni sei per forza un ladro o uno speculatore, allora è meglio non esistere ? No, preferisco negare l’esistenza del denaro.
Non è una questione di soldi, è una questione di “valore”. Ogni cosa deve essere “valorizzata” e troppo spesso questo processo viene sbrigativamente svolto con l’attribuzione di un “prezzo”, quindi tramite i soldi. Scoperta dell’acqua calda ? Forse si, ma pensateci bene. Quanto valgono 1.000 euro al mese ? Il primo che risponde “1.000 euro” gli arriva una ciavattata tra le scapole… Per un miliardario non valgono niente, per un barbone sono la vita. Allora parliamo ancora di soldi ?
Le mie scarpe (stivaletto antiinfortunistica suola antiscivolo e anti perforazione, puntale rinforzato antischiacciamento) valgono la mia sicurezza, proteggono i miei piedi (che mi permettono di camminare), in definitiva hanno su una scala da 1 a 10 un valore 8. Costano 65 euro e, tenute bene, durano anche due anni. E qualcuno oggi ancora vorrebbe farmi credere che quello che vale è la scarpetta fighetta in vitello tonnato da 200 euro ?
Stesso identico discorso funziona per quasi tutto, e occhio, la mia non è un’apologia del discount o del “basso profilo”: al polso ho un Rolex, l’ho comprato quando potevo, ma è sempre quello dal 1989! 19 anni. E per me ha un enorme valore, così come tutte le cose che durano.
Che c’entra col discorso di prima ? Diciamo che mette il denaro nell’ottica giusta, o perlomeno ci prova. Partiamo dal presupposto che ormai poveri non si nasce più (anche se ci si diventa, ma questo è un altro capitolo). Si può nascere disagiati, si può nascere ignoranti, ma poveri non più. Non è un discorso generale, chiaro, parlo della media italiana dove ormai di fame è difficile morire. Perchè allora dare ai soldi tutta questa forza ? Perchè lasciarci convincere da loro che (per esempio) dobbiamo necessariamente emigrare, abbandonare le nostre radici per poi finire a condurre un’esistenza frustrante, che alla fine ci rende idrofobi nei confronti di chiunque abbia quei 100 euro più di noi e spocchiosi verso chi ha quei 100 in meno ? Sono convinto che ogni essere umano abbia un patrimonio, composto dalla sua dignità individuale e dalle sue capacità. Oggi si tende purtroppo ad ipotecare parti variabili di dignità per sopperire in maniera indolore alla carenza di capacità, e il bello è che avviene tutto (nella maggior parte dei casi) per pura pigrizia mentale. Gente che potrebbe coltivare le sue capacità e trarne una vita soddisfacente ed onesta si riduce a vendere il sedere alle poste (dico per dire) perchè si deve pagare mutuo – ratadellamacchina – ratadelfinanziamento – viaggiodinozze e via così, tutto per dimostrare a qualcuno che sì, lui può fare una vita “normale”, così come ci si aspetta che sia. E poi arrivano le depressioni, le malattie, le scuse, le coppie che saltano in aria, i figli che ci vanno di mezzo, la gente che perde i valori. A quel punto ancora non lo sai, ma sei fatto. Ti convincerai sempre più che sono i soldi il problema, che se solo ne avessi di più risolveresti tutto, ma non ci riesci e poi la colpa sarà della “società” e poi crederai di poter risolvere tutto forse andando a vivere in Spagna, come ha fatto quell’amico che ora è tanto felice (e non è vero, ma non lo ammetterà mai). Ma tu non ci puoi andare in Spagna, con tutti gli impegni che hai e le rate che paghi. Se solo potessi avere più soldi… E ogni sabato ci provi col superenalotto, e ti inventi le cose, e fai gli impicci con l’assicurazione. Ma che c.a.z.z.o di vita è ?
(ve l’avevo detto di preoccuparvi)
E allora, come si fa ?
A volte è necessario un “terremoto”, un disastro, uno sfacelo, una catastrofe. Qualcosa che ti dia una botta in testa talmente forte che o ci resti secco (e allora non è più un problema) o ti risvegli con un’altra visione della vita. E allora piano piano, riordini le macerie, e cominci a dare veramente valore a quello che sei e a quello che hai. Fai un inventario, rimetti in ordine tutte le macerie, capisci quello che davvero ti serve e quello che ti avevano fatto credere ti servisse e che invece stava lì solo a toglierti risorse. Chiami a raccolta le forze, esci dal mucchio, liberi la mente dalle stronxate, e cominci (finalmente) a pensare.
E’ il famoso “Danno”: quello che se sopravvivi diventi pericoloso, perchè capisci chi sei e cosa puoi fare, soprattutto quanto puoi sopportare. E allora cominci anche a pretendere: pretendi quello che ti è dovuto, e tante cose non ti stanno più bene, ma non ti stanno più bene davvero, perchè lo capisci tu e non perchè Beppe Grillo o Padre Pio o il Guru di turno ti dicono che non ti devono star bene.
E state tranquilli che così hanno un “valore” diverso.
E adesso sento già la vocina dal fondo: “sì, vabbè ma la settimana prossima come la pago la rata della Smart” ?
Guardate che ricomincio da capo, eh ???
(di nuovo verso il nero, stavolta con “O Fortuna” dai “carmina burana”)…
Perchè la dignità ha un prezzo.
quanto è dignitoso farsi dare la paghetta a 30anni?
quanto è dignitoso smettere di credere di poter fare il lavoro che ti piace e farne uno qualsiasi purchè ti tolga di mezzo quella paghetta?
quanto è dignitoso fare mille lavori e non avere un contrattino, neppure una letterina firmata che ti garantisca che a fine lavoro ti pagano?
hai ragione 1.000 euro per un miliardario sono niente, per il barbone la vita. i soldi hanno un valore: sono quelle carte che ti permettono di fare ciò che vuoi a patto che tu non ne divenga schiavo (OVVIO, EQUILIBRIO IN TUTTE LE COSE-DICE IL VECCHIO SAGGIO).
E anche il tuo discorso sulla classe media è giustissimo, ma:
1) non è vero che in Italia non nascono più poveri (e addirittura chi stava bene un tempo oggi non se la cava poi tanto bene);
2) che significa fare parte di una famifìglia media? io- tornando al discorso della dignità- non ho certo voglia di essere indipendente con i loro soldi, ne ho voglia di fare la brava donnina del sud che emigra dalla casa del padre per finire nella casa del marito.
“Quanto valgono 1.000 euro al mese ?” Valgono, ma la dignità non è un prezzo da pagare. Questa è la mia risposta…e mi sento già la tua ciavattata tra le scapole
SSSSSSSSSSSSSSSSSCIAVATT !!!
Solo una precisazione: quando dico “povero” intendo “povero”. Intendo non uno che “non arriva a fine mese”, ma uno che il mese non lo comincia proprio.
E non vedo discordanza tra quello che dico io e quello che dici tu. Già il fatto che tu senta una dignità e te la tenga stretta (tutta intera), vuol dire che sei sulla buona strada.
Non tronco la cosa per maleducazione, è che per oggi ho esaurito il “monte ore” davanti al computer, gli occhi gridano vendetta, e gli occhiali non bastano più.
Ad Maiora !
Non ho letto tutti i commenti, chiedo venia.
Volevo dirvi che vivere in un paesino o grande città ad oggi è la stessa identica cosa. In una città nessuno ti conosce e nessuno si impiccia dei fatti tuoi. In un paesino/paesone quasi tutti ti conoscono e si impicciano dei fatti tuoi. In quale modo? Chiacchierando e di bocca in bocca le cosa si trasformano e così, se in origine eri una tipa eclettica, alla fine ti ritrovi con la nomea di Trocata, Troia, e Nulla facente!
Io posso testimoniare entrambe le esperienze (vivere in città e in paese) credetemi cambia poco!
Libra