
[le AM lire sono le banconote di guerra americane; stampate nel 1943, un mese dopo lo sbarco in Sicilia; hanno avuto corso legale fino al 1950]
Nel saggio New Italian Epic, Wu Ming 1 (aka Roberto Bui) sostiene che il NIE – che è un’invenzione di Bui e sarebbe la caratteristica distintiva di molta buona letteratura contemporanea italiana [ne consiglio la lettura e conto di riparlarne] – è “complesso e popolare allo stesso tempo”. Due righe sotto Bui spiega il senso che attribuisce all’aggettivo popolare, ovvero “[libri che] hanno successo di pubblico e di vendite”.
Ora, il punto è che popolare non vuol dire questo; o, almeno, non è questo il senso che la lingua italiana gl’ha, da sempre, attribuito.
Nell’edizione del 1965 del Devoto-Oli si legge:
popolare agg.
1. Rel. al popolo, spec. in quanto entità sociale (cui spesso si associano fattori di ordine culturale e politico).
2. Part., con riferimento al livello sociale, l’agg. può implicare, soggettivamente, svalutazione, o una spiegazione istintiva non fondata storicamente, ma anche un senso di considerazione [...]. Oggettivamente, spec. sul piano culturale, può designare la continuità o l’importanza di una tradizione ininterrotta.
E, quindi, se popolare (dal lat. popularis) vuol dire – o voleva dire – questo, perché è passato – ormai – un significato diverso?
Basta aprire l’Oxford Advanced Learner’s Dictionary (V ed., 1995) e leggerlo lì, il significato che stiamo attribuendo a popolare:
popular adj
1(a) liked, admired, or enjoyed by many people.
ovvero: che piace, è ammirato o diverte molte persone.
ovvero: nel mondo come lo conosciamo, nel nostro universo legato al consumo, che vende, o che è consumato e quindi acquistato.
L’invasione non è stata sempre netta e chiara. A partire dalle AM lire (la moneta stampata nel 1943 dagli occupanti; AM: Allied Military) e dagli assegni ipertrofici che De Gasperi mostrava da una scaletta d’aereo – dopo le visite in USA – gradualmente e per sessantacinque anni tivì, giornali, cinema, editoria, politica hanno modificato e alterato un intero sistema, modificando la base di tutto: le parole.
Non ci sono solo brainstorming e marketing, cool e chip, share e format; l’anti-cultura dominante rimastica parole latine e ce le propina con un sapore nuovo e diverso: il sapore acre e verdastro del dollaro.
Basta pensare proprio alle AM (Allied Military) lire e, in particolare, alla parola alleati: l’uso volontario e ingannevole e incontrastato di “le forze alleate”, “gli Alleati” ecc., seppure semanticamente logico (tra loro inglesi, francesi, canadesi, neozelandesi e americani erano realmente alleati), ha permesso che la realtà storica fosse alterata. Da nemici e occupanti che erano, sono diventati i nostri alleati.
Mi spiace: è così. Indubbiamente, certamente, chiaramente così.


Ma veramente Wu Ming1 in quel passaggio usa le espressioni “popular” e “popular culture”, e sulle differenze tra “popular” all’inglese e “popolare” all’italiana mi sembrate più in accordo che in opposizione, anche se loro dicono qualcosa di più:
“In Italia per “cultura popolare” si intende di norma quella folk, preindustriale o comunque sopravvissuta all’industrialismo. “Cultura popolare” sono i cantores sardi o la tarantella.
Chi usa l’espressione in un contesto differente, di solito si riferisce a quella che in inglese si chiama “popular culture”. Qui da noi siamo soliti definirla “cultura di massa”, espressione che ha un omologo anche in inglese (”mass culture”), ma Jenkins fa notare che il nome ingenera un equivoco, e inoltre c’è una sfumatura di significato tra “mass culture” e “popular culture”.
L’equivoco è che la “cultura di massa” – veicolata dai mass media (cinema, tv, discografia, fumetti) – non per forza dev’essere consumata da grandi masse: rientra in quella definizione anche un disco rivolto a una minoranza di ascoltatori, o un particolare genere di cinema apprezzato in una nicchia underground. Oggi la stragrande maggioranza dei prodotti culturali non è di massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sottogeneri. Il mainstream generalista e “nazionalpopolare” è meno importante di quanto fosse un tempo, e continuerà a ridimensionarsi.
La sfumatura di significato, invece, consiste in questo: cultura di massa indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire attraverso i mass media; cultura popolare pone l’accento su chi la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la tale canzone o il tale film ha nella vita delle persone (”La senti? E’ la nostra canzone!”), o di come il tale libro o il tale fumetto ha influenzato la sua epoca, si usa l’espressione “popular culture”.
tsolIl problema è che il dibattito italiano sulla cultura pop novanta volte su cento riguarda la spazzatura che ci propina la televisione, come se il “popular” fosse per forza quello, mentre esistono distinzioni qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che Sandokan, Star Trek, Lost, il TG4 e La pupa e il secchione sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Stephen King e quelli delle barzellette su Totti, dato che entrambi li ritrovi in classifica.
Ci sono due schieramenti l’un contro l’altro armati – e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il “popolare” come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un’élite.
Sono due posizioni speculari, l’una sopravvive grazie all’altra. Le accomuna l’idea che a fruire della cultura pop siano le masse mute dell’Auditel, dei sondaggi di mercato, del botteghino.”
dall’introduzione di Wu Ming a “Cultura convergente” di Henry Jankins, 2007
Ciao!
scusa se rispondo dopo cent’anni, è che il blog splinderiano non lo considero più molto… certo, io per queste cose sono sempre disponibile
fammi sapere! ciauuuuu!!!
grazie Sbrezzola.
l’introduzione a cura Wu Ming del libro di Jenkins, aggiunge “carne al fuoco”.
tra l’altro è un uso ormai consentito.
dal De Mauro-Paravia online:
[per questo ho cercato una vecchia edizione del Devoto-Oli, dove non si fa menzione del "nuovo" senso]
in sostanza, ho preso spunto dal saggio di Roberto Bui – in cui “popolare” assume ormai definitivamente il senso anglosassone – per riflettere sulle modalità di un’invasione che appare ormai totale e totalizzante – e ci coinvolge tutti.
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@Chiara
ciao Chiara!
la situazione è continuamente in divenire.
quasi sicuramente non faremo l’e-book.
però, io, un’altra idea ce l’ho già!
e.