Davanti ai noi, disposti trionfalmente sulle gradinate della piscina come in Strider il Politburo sulle gradinate del Cremlino¹, troviamo un mucchio di fanghi rigonfi e ben sagomati, galbé come barbapapà², ma marroni e per niente ridenti, anzi, un po’ magonosi, un po’ disperati.
Il più grande di loro ha appena fatto un passo avanti (ma era un passo, quello, mio caro narratario? Un passo forse si fa solo se si hanno piedi, e dal punto di vista podologico un ammasso di fango ha degli handicap mica male), dicevo, è appena strisciato in avanti, zippando parole nella nostra testa.
“Chi siete” dico al fango telepatico “e come siete arrivati qui?”
Noi siamo la fanghiglia di Fangoria dice il fangone, con barbosità, e se siam qui vuol dire che bisogna starvi; la cara patria nostra fu distrutta.
Per spiegarsi meglio, oltre alle parole ci ficca in testa immagini spettacolari, iconemi di astronavi e di gran pianeti esplosi, che illustrano le fantacronache fangoriane.
Con tutte le amarezze dell’esilio nelle morte galassie, precipitati dall’alto cademmo congelati e soli in queste terre, ma trovammo valido appoggio nel divino architetto Scapitta, che inaugurando il nuovo sodalizio ci decongelò e ci innalzò codesta villa intorno, a simiglianza delle nostre forme oblique. Dipoi, sapendo ben che il nostro nutrimento è il dolore degli uomini, ci procurò persone sofferenti.
“Che strano, io credevo che i fanghi avessero poteri terapeutici, non che si cibassero di dolore. Ma allora, non guarite le persone?”
Guarir? Giammai, ma a forza di assorbirne le sofferenze, li solleviamo alquanto nello spirito. Epperò, noi bramiamo sofferenza, fisiologicamente, la mangiamo. Da codesta polla d’acqua plumbea, ci diffondemmo su la faccia della terra, in tutti gli impianti termali, costruiti da architetti sodali. E dove ci sono le terme ci siamo anche noi.
“Un altro diabolico piano degli architetti per conquistare il controllo del mondo” dico io. “E comunque mi sembra che abbiano fallito: non sembrate tanto in salute.”
Ahimè dice il fango, e con posa barbosa, da laudator temporis acti, mi attacca un bottone chilometrico sulla sua giovinezza. Un tempo qui fioriva gente che soffriva veramente, la malattia era sentita come una specialissima condizione, da custodire, da occultare, e il dolore del corpo era gravato dal dolore dell’anima. Noi e i nostri fratelli nelle altre terme del mondo abbiam veduto dei grandi malati – filosofi francesi, sofisti subalpini, esploratori tormentati da fiere nevrosi con i cervelli che battevano come tamburi africani – ma ora questa nobilissima sofferenza non esiste quasi più, le terme sono diventate centri di ben essere, e a noi che importa del ben essere? Nulla. Qui non giungono più grandi malati, ma soltanto persone insignificanti, cacheronzoli con la luna storta per le giornate grigie da impiegati. Che è questo ben essere per noi? È tutta fuffa, se ci passate il termine. Ma or, presto, aiutateci, i nostri giorni sono contati. Andate a dire a tutti che ci servono i malati!
Poveri fanghi teneri, condannati a dipendere da noi! Commossi dalla loro abalietà, io e il Menecacci ci scopriamo ecologisti, promettiamo che sì, troveremo i clienti giusti: stop al junk food, stop ai fanatici del benessere! Vi troveremo il dolore doc, i malatoni old fashioned sofferenti; ma prima abbiamo bisogno di alcune delucidazioni – quanti ve ne servono? Chi sono i più gustosi? Vecchi, donne o bambini? Quali sono i loro valori nutrizionali? – purtroppo però, prima che possiamo portare a termine uno studio di fattibilità del progetto di salvataggio dei Fangoriani e consolidare la nostra partnership, il custode Mastro Lindo irrompe nella stanza con un’aria sempre più macchiettistica: è schiumante di rabbia e sfodera una pelata splendente come una spada di Damocle.
Io e il Menecacci ci prendiamo paura, abbandoniamo i fanghi e la samaritaggine, saltiamo all’impazzata sulle scale; Mastro Lindo implacabile ci insegue e con un salto prodigioso si avvinghia alla caviglia di Menecacci, e poi alla coscia, e poi – più su non va, è eterosessuale e timorato di Dio – ma comunque, nella colluttazione, la tracolla del Menecacci si spezza e la reflex finisce giù in piscina.
“Accidentaccio”, si lascia sfuggire il Menecacci.
Usciamo dalla torretta e ci caliamo giù dall’edificio, ma Mastro Lindo ci è sempre dietro. Ormai senza speranza, vediamo un’ombra nella wilderness: “Chi è là? Bambini, attaccate!”
È il romano incontrato oggi nel parco, e sguinzaglia contro i potenziali assalitori i suoi dolcissimi Henry Jekyll Terrier, che all’istante si trasformano in batuffoli di violenza, diventano nuvole piene di zanne: zing, sfrecciano terra-aria ferocissimi, si attaccano alla faccia e alle chiappe di Mastro Lindo e lo buttano a terra con rabbiosità, dilaniando e lacerando quello che capita.
Io e il Menecacci ringraziamo la loro divina caninità e ci diamo alla macchia. Yeah!

