Mi unisco ai non-auguri, con un estratto di Nanni Ballestrini. Chè il 2008, è l’anno loro. Loro. Gli operai.

Io allora cominciai a dire a mia madre: Senti io non ci voglio andare più a scuola. Perché voglio i blue-jeans voglio andare al cinema voglio mangiarmi la pizza fuori. Voglio uscire e per fare questo ci vogliono i soldi. Se no che faccio. Studio ma poi devo stare qua a desiderare tutto. E mica è bello vivere desiderando tutto. Volevo vivere immediatamente allora. Era già l’età che si comincia a averci la ragazzina e tutte le domeniche organizzavamo da ballare. A questa richiesta mia madre dice: Senti però ti dico una cosa. Che tu sei superiore perché vai a scuola perché studi. Ma io non la sentivo proprio questa superiorità non l’avevo mai sentita.
Io la superiorità la misuravo in base alle cose. In base al blue-jeans in base alla maglietta in base al giradischi e basta. Non la misuravo in base a quelle cazzate che m’insegnavano a scuola. Perché guarda caso quelle cazzate non mi servivano mai per ballare mai per uscire mai per mangiare la pizza. Perciò questa cosa che mi diceva mia madre che ero superiore non la capivo. Sentivo che non era vera per niente.
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E fu in quegli anni che cominciò l’industrializzazione. Cominciò l’epoca dello sviluppo nel sud. Anche per evitare che questi braccianti questi pommarolari si ribellassero perché non guadagnavano abbastanza soldi per vivere. Allora si fece un po’ di industrie. Si potevano dare salari più bassi non c’erano sindacati. E così cominciarono a fare lavorare un po’ di gente nelle fabbriche. Ma non troppa perché il grosso doveva partire per il nord doveva emigrare. E’ cominciarono a esserci mi giro un po’ di soldi.
Si vedevano automobili si vedevano frigoriferi televisori nelle case. E anch’io andai a lavorare per la prima volta in fabbrica. Andai all’Ideal Standard. Io ero andato su col treno. Un treno affollatissimo che volevo scendere già dopo trenta chilometri. Feci tutto il viaggio in piedi. Gente ubriaca con pezzi di pane così che mangiavano nei corridoi. Bambini che piangevano cacavano. Valigie pacchi scatole dappertutto. Una cosa tremenda e questi qua viaggiavano già da dieci ore. Io ero salito allora a Salerno e loro venivano dalla Sicilia. Viaggiavano già da dieci ore dal mattino. Erano incazzatissimi. Era il mese di aprile. Giù l’abitudine è sempre di emigrare in primavera perché si sa che al nord prima fa freddo. Allora per questa ragione la gente parte sempre tutta in primavera.
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E cosí ho passato tutta l’estate. Poi a fine estate me ne sono ritornato di nuovo a Milano. Però stavolta non avevo nessuna voglia di stare ancora in periferia. A stare in periferia spendevo anche di più perché tutte le sere venivo a Milano. Fra viaggi e casini vari spendevo molto di più e poi non mi divertivo niente a stare lí in periferia. Perciò decisi di andare a stare a Milano. Appena arrivato a Milano lasciai le valigie alla stazione e mi cercai una pensione nel centro. La trovai a via Pontaccio lí vicino a Brera via Solferino via Fatebenefratelli quella zona lí.
Lí era il centro. Si stava in quei bar fino alle tre alle quattro del mattino insomma era molto divertente. Poi lí si mangiava pure in un bar. C’è un bar che si chiama Gran Bar e ci si mangia pure. Cosí io al posto di mangiare al ristorante e spendere i soldi che poi per stare in un bar dovevo spendere altri soldi mangiavo al Gran Bar un piatto di pasta un fiordilatte qualcosa. Spendevo sette ottocento lire e me ne stavo tutta la serata nel bar. C’erano certe fiche meravigliose che bazzicavano per quella zona. Froci magnaccia drogati contrabbandieri capelloni insomma un buon ambiente.
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Prima della Fiat politicamente ero un qualunquista. Vedevo adesso alla Fiat gli studenti che davanti al cancello davano volantini. Che volevano parlare con gli operai. Il fatto mi sembrava un po’ strano. Mi dicevo ma come. Questi che hanno il tempo libero per scopare e per divertirsi. Vengono davanti alla fabbrica che è la cosa piú schifosa che c’è. La fabbrica che è davvero la cosa piú assurda e schifosa che c’è. Vengono qua davanti alla fabbrica cosa ci vengono a fare. M’incuriosiva un po’ questo fatto. Però pensavo alla fine che erano dei pazzi dei coglioni dei missionari. E non m’interessavo a quello che dicevano.
Questo era in primavera. In aprile. Non c’ero mai andato alle riunioni con gli studenti. Una volta andai al primo maggio. Io le feste del lavoro non le ho mai concepite. Ma che scherziamo la festa del lavoro. La festa dei lavoratori i lavoratori che si fanno festa. Non mi entrava nella testa cosa significava festa dei lavoratori o festa del lavoro. Non mi era mai entrato nella testa perché il lavoro doveva essere festeggiato. Ma poiché quando non lavoravo non sapevo che cazzo fare. Perché ero un operaio cioè uno che la maggior parte della sua giornata la passava nella fabbrica. E il resto non potevo fare altro che riposarmi per il giorno dopo. Quel giorno di festa invece per sfizio me ne andai al primo maggio a sentire il comizio di non so chi perché non li conoscevo.
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Dovevo avvitare i bulloni alla marmitta nove bulloni. Dovevo stare otto ore con la pistola in braccio il motore mi passava davanti avvitavo poi andava via. Un altro metteva la marmitta e infilava i bulloni io li avvitavo solo. Era abbastanza facile ma dovevo stare otto ore con la pistola in braccio o su una spalla una pistola a aria che pesa quattordici chili. Poi a me i lavori che devo usare una mano sola o un solo braccio che non li devo usare tutti e due insieme non mi piacciono. Perché mi fanno una spalla piú grossa e un’altra piú piccola. Diventi storto con una spalla in un modo e una in un altro un muscolo piú grosso e un altro piú piccolo. Ti deformi veramente. Mentre se fai dei movimenti come la ginnastica dove muovi tutte due le parti allo stesso modo questo non mi dà fastidio. Questa ginnastica qua invece mi faceva incazzare. Mi mettevo il motore sulla spalla e poi il rumore totototototo to to to non ne potevo piú.
Non è giusto fare questa vita di merda dicevano gli operai nell’assemblea nei capannelli alle porte. Tutta la roba tutta la ricchezza che produciamo è nostra. Ora basta. Non ne possiamo piú di essere della roba della merce venduta anche noi. Noi vogliamo tutto. Tutta la ricchezza tutto il potere e niente lavoro. Cosa c’entriamo noi col lavoro. Cominciavano a avercela su a volere lottare non perché il lavoro non perché il padrone è cattivo ma perché esiste.



non-auguri anche a te, liuc!
e.