[il nostro Al, misterioso agitatore culturale sulle pagine di MilanoRomaTrani, vuole i vostri comodini. qui ci spiega perché. noi nulla sappiamo: per quanto ci riguarda, questa storia potrebbe anche essere vera...]
I comodini
di Al
“Eppure non mi sembrava di aver chiesto tanto” pensava Al, mentre camminava a passo spedito verso l’ufficio del Capo. “Cazzo, non dovevano mica fare un mutuo, bastava rispondere, ne sarebbero bastati quattro, cinque, non mi sarei ritrovato in questo casino”.
La telefonata era arrivata a metà mattina, il Capo voleva vederlo, e non era un buon segno.
Di solito mentre c’era un lavoro in corso, il Capo non lo chiamava mai e se stavolta lo aveva convocato voleva dire che c’era un problema. E Al sapeva già qual’era, purtroppo.
Aveva parcheggiato abbastanza lontano, come d’abitudine, e adesso quasi correva verso la sala biliardi.
All’ingresso, solita sceneggiata: occhiata in giro, via verso il banco del bar, bevutina (gratis), giro nel retro e poi su per le scale. Era in perfetto orario, non riusciva a non pensare (”cazzo, cazzo, cazzo”) ma si sforzava di mantenere un’espressione fredda, da “duro”. Solita perquisizione al volo da parte del “Ciappo”, con l’eterna sigaretta penzoloni all’angolo della bocca (”prima o poi quella merda t’ammazza, Ciappo” – “Tranquillo, Al, non morirò per le sigarette”), solita requisizione temporanea della pistola: nella stanza del Capo nessuno entrava armato.
Ci siamo: respiro profondo, bussatina alla porta. “Vieni, vieni”.
Il Capo, come al solito se ne stava seduto (”sprofondato” rende più l’idea) col suo immenso culone su una robustissima e vecchissima poltrona da ufficio, dietro la sua robustissima e vecchissima scrivania. A vederlo così, ed in quel posto, non si sarebbe detto che era uno degli uomini più ricchi e potenti della città. Erano anni che Al lavorava per lui: era sempre andata bene, lavoro fatto, soldi (tanti) presi. Era andata sempre bene, fino ad oggi.
“Siediti, caro, mettiti comodo. Scusami se ti ho fatto venire qua, ma dovevo parlarti.”
“Strano, di solito parliamo poco. Senti, credo di sapere, anzi lo so. Devi scusarmi, ma…”
“Devo cosa ? Io non ti devo un cazzo. L’unica cosa che ti devo sono i soldi, quando mi dai quello che ti chiedo, e stavolta non è nemmeno così.”
“Ok, chiaro, ma…”
“Un altro ma e ti ritrovi giù in strada in un cassonetto senza neanche capire com’è successo. Ora zitto e ascolta, ho detto che devo parlarti e per me ho già perso troppo tempo. Allora, Al, quant’ è che lavori per me ? Quanto, dieci, quindici anni ?”
“Direi sedici…”
“Non era una domanda. Ho detto stai zitto e ascolta. Allora, in tutto questo tempo è sempre andata bene, io chiedevo, tu accettavi, eseguivi, io pagavo. Tutto liscio, mai un problema. Devo essere onesto, mi hai risolto una marea di faccende, a buon prezzo, ma stavolta mi hai deluso. Si può sapere che cazzo di problema c’è ? Ho chiesto troppo ?”
“Beh, non è per dire, ma era una commissione strana, rispetto al solito. Voglio dire, io mi occupo di pulizie, quando c’è da far sparire qualcosa o qualcuno sai che non sbaglio mai, ma questa era strana. Diciamo che mi hai preso impreparato.”
“Continuo a non capire cosa c’era di difficile. E sinceramente non me ne frega un cazzo. Mi hai detto che l’avresti fatto e io penso di dovermi aspettare esattamente quello. Il problema è che sei in ritardo di un giorno e che io non ho quello che voglio. Adesso, secondo te, cosa dovrei fare ?”
“Dai, me ne hai chiesti dieci, te ne ho portati tre, entro domani hai gli altri.”
“Uno era il tuo. E riguardo te meno so meglio sto.”
“Non avevi specificato di chi. Ne avevi chiesti dieci.”
Si accorge che nel frattempo, senza far rumore, il Ciappo è entrato nella stanza e si è piazzato dietro la sua sedia. Stavolta non può nascondere un brivido. Aveva già calcolato il percorso attraverso l’ufficio dalla sedia fino alla finestra e alla scala antincendio. Il Capo non sarebbe stato un problema: con quella mole non avrebbe fatto in tempo nemmeno a muoversi prima che lui fosse già fuori, al sicuro. Ma col Ciappo là dietro la storia cambiava.
Il Capo riprende il discorso. Al si pente di non aver portato il coltello. E la situazione si mette male.
“Adesso io sono a credito, Al. Tu mi devi sette comodini, e io non voglio aspettare fino a domani. Vorrei fare in modo che non te lo dimentichi.” Si alza lentamente, molto lentamente, e afferra il bastone che ha appoggiato alla scrivania “e sono certo che non te lo dimenticherai.”
Questione di secondi, nonostante la sua capacità di reazione Al si ritrova con le braccia bloccate dietro lo schienale della sedia. Un misto di tabacco e mentine lo avvolge mentre il Ciappo gli dice sottovoce, da dietro: “Scusa, Al, devo farlo anche se non mi piace”.
Il primo colpo arriva dritto sullo zigomo sinistro. Non fa male, non subito almeno. L’impugnatura del bastone è d’argento, ma per fortuna è liscia: nessun taglio, solo l’impatto col metallo. Niente sangue, all’esterno, ma in bocca comincia a sentire quel saporaccio ferroso. Spera che i denti reggano, intanto arriva il secondo colpo, stesso punto. Adesso fa male.
“E sono due. Sai quanti ne mancano ?”
Rapido calcolo, intuizione. “‘inque” ?
BAM ! “Sbagliato, con questo quattro”. E subito dopo, altra guancia, un altro. “Meno tre”.
Ora il danno è fatto. Non è più tanto sicuro riguardo ai denti, e il sangue comincia ad uscire anche da fuori. Lo vede sulla sua spalla, sulle gambe, tutte e due. Avverte i primi segnali di stordimento, ma svenire adesso sarebbe un errore. Un brutto errore. Si spinge la lingua con forza dove fino a dieci secondi prima c’era un molare, il dolore è intenso, tutti gli spilli del mondo in un centimetro quadrato di gengiva, ma l’effetto è quello voluto: riapre gli occhi e la vista è di nuovo chiara.
BAM, BAM! e poi subito BAM! Gli ultimi tre. L’ultimo, stranamente, sulla spalla. Sbagliato mira ? No. Il Capo non è tipo da sbagliare, forse un briciolo di umanità residua gli ha fatto capire che una testa non può reggere più di tanto.
Le braccia sono di nuovo libere, ora, il Ciappo ha fatto un passo indietro (almeno così sembra, la nuvola di tabacco e mentine si è allontanata). Al ci mette un po’ a riprendere il controllo di tutte le funzioni (beh, proprio tutte no, quella macchia sui pantaloni all’altezza dell’inguine non è sangue), e quando è di nuovo in sè il Capo è tornato a sedere e lo guarda con un’aria strana, quasi paterna.
“Allora, Al, credo di essere stato chiaro. Non c’è tempo fino a domani. Mi devi altri sette comodini, e me li devi entro stasera. Il giorno di ritardo ti costerà metà della paga che avevamo stabilito. Adesso vatti a ripulire e sparisci. Mi dispiace (sì, era umano, a modo suo), ma non conosco altro modo per spiegare le cose”.
“Ua uene. ohhei. ‘apito”.
“Non avevo dubbi, sei un bravo ragazzo, Al. E’ per questo che ancora respiri. Ciappo, accompagnalo di là, fagli dare una sistemata, non può andare in giro così”.
Al sente il Ciappo che lo tira su (tabaccomentine, qualcos’altro, più sgradevole, di sottofondo, ma non capisce bene cos’è. Salame, forse?) e quasi con affetto lo porta fuori dalla stanza. Con attenzione, più che affetto, un’inaspettata delicatezza. Mezzo corridoio, poi il bagno. I tempi di ripresa sono veloci, il sangue si è già fermato, ne scorre un’altro po’ (lo vede scendere nel lavandino lercio) quando si butta l’acqua – freddissima – in faccia, ma finisce anche quello. Il Ciappo, che era momentaneamente sparito, torna con un paio di pantaloni e un maglione, nell’altra mano la .38 che aveva preso in consegna prima, appena un quarto d’ora fa, ma per Al poteva essere anche un anno. Appoggia tutto su una sedia.
“Tieni, metti questi. Ti staranno un po’ grandi, ma sempre meglio di quello schifo che hai addosso ora. Sei stato fortunato, Al, da come era incazzato ieri sera avevo paura che mi avrebbe chiesto di farti fuori, evidentemente gli stai a cuore”.
“Evidentemente. Non credevo ci tenesse tanto a quella roba. Ma a che gli serve poi ?”
“Beh, non lo so. E mi faccio i cazzi miei, per definizione. Sicuro è strano, una volta a me ha chiesto di scrivergli su un foglio il contenuto di dieci cassetti portaoggetti di dieci macchine prese a caso in città. Credo sia una specie di perversione, poi se la porta a casa ’sta roba, non so che ci fa, se la legge, penso. Comunque non faccio domande, eseguo e basta. Certo entrare in dieci case e scriversi quello che c’è sui comodini è un bel lavoro del cazzo. Potevi anche dirgli di no.”
“Credevo fosse più facile, ma ho i miei metodi. Solo pensavo di far prima. Non male, i pantaloni, grazie.”
“Grazie un cazzo. E’ roba di Cenci. Vedi di rimandarmeli presto, e puliti. E smettila di affogare quella pistola nell’olio, macchia tutto quando la infili nella cintura.”
Era preciso, il Ciappo. Non si sarebbe detto, ma aveva un’ossessione quasi maniacale per l’ordine e la pulizia. Nonostante il lavoro di merda che faceva aveva delle mani impeccabili, e avrebbe preferito ritrovarsi in una sparatoria con una pistola inceppata piuttosto che rischiare di sporcarsi la camicia con il Ballistol. Ognuno ha le sue fissazioni.
Un’occhiata nel mezzo specchio crepato appeso sul lavandino conferma che l’operazione di pulizia è riuscita. Adesso non sembra più uno scampato ad un disastro aereo, sembra solo uno che ha fatto a botte di brutto, e in quella zona della città un tipo così non dà nell’occhio. Verso casa sarà un altro discorso, ma Al non intende tornare subito, ha da fare una cosa, e ci vorrà un po’. Se va bene, nel suo “rispettabile residence” ci tornerà al buio.
Esce dal locale (non prima di aver approfittato di nuovo del bar), e si incammina veloce verso l’unico altro posto che frequenta in quel quartiere: l’internet point del filippino scoreggione. Si è sempre chiesto come faccia quell’uomo a tirar fuori tutta quell’aria senza un briciolo di vergogna, forse un’usanza del suo paese, chissà. Fa abbastanza schifo, ma Al ha respirato di peggio, e comunque le tariffe sono accettabili. Soprattutto, lo scoreggione chiude un occhio sul documento all’ingresso, e quella è la cosa più importante. Di documenti Al ne ha tanti, nessuno col suo nome, ma non è il caso di sprecarli in un internet point.
La “sua” postazione, quella nell’angolo in fondo, è libera. Paga le sue tre ore anticipate, si siede, apre il browser. L’indirizzo del blog ormai lo mette anche ad occhi chiusi, punta subito l’articolo che gli interessa: “Cosa vuole il mondo ?”
“Il mondo non lo so – pensa tra sè e sè mentre la pagina si carica – ma io voglio quei cazzo di comodini. Vediamo se ha risposto qualcun altro”.
MAPPATURA


che poi, in realtà, tutto è nato qua.
http://milanoromatrani.wordpress.com/2009/01/15/cosa-vuole-il-mondo/#comment-2464
Al, stai tarmente avanti che tra’n po’ te doppi!!!
ecco i primi comodini…
salviamo Al! [questo è l'imperativo]
copio-incollo:
(sigaretta) comodino alla mia sinistra, di quelli vecchi ( credo sia dei primi del novecento, orribile, ripitturato dal padrone di casa, con un piede mezzo zoppo ).
sopra, o meglio, sotto tutte le robe c’è un centrino ricamato in cotone bianco, che lavo maniacalmente ogni due settimane.
sopra, allora…abat-jour color panna, semplicissima, sfera di ceramica con su paralume ( che medito di decorare, non so se a decoupage o decopatch) vicino alla quale la Stracciacazzi ( la sveglia, dotata di nome e vita propria, di quelle coi numeroni grandi e lo snooze) ( e il cellulare, che funge da seconda sveglia).
cornice con dentro 3 foto della mia cagnolina, con dietro il suo guinzaglio rosso e un sacchettino con dentro due mazzetti dei suoi peli.
davanti a codesta cornice attualmente 4 libri. Zafòn – Il gioco dell’angelo- che sto leggendo e poi “Mara, Renato ed io” ( già letto ma che ogni tanto rileggo saltando da questa a quell’altra pagina), Todde – L’estremo delle cose – che sto portando avanti con fatica ed infine B.Gasperini L’estate dei bisbigli ( vedesi mara renato ed io).
la quantità dei libri varia, solitamente comunque mai meno di quattro.
talvolta, sulla pila dei libri, anche un block notes con appunti vari, disegni, idee etc etc.
(lecoincidenzenonesistono) il mio comodino è spoglio che più spoglio non si può.
comunque, un alberello di natale di finto vetro, illuminato internamente. le luci cambiano gradualmente: viola, blu, arancio… e si ricomincia.
un dilan dog, collezione superbook.
un caricabatterie nokia di concorrenza.
un copia di “non è un paese per vecchi” lasciata nella mia vecchia casa da enpi. ne annuso l’odore ogni sera prima di addormentarmi.
foto incorniciata, formato A4, di me all’età di 27 giorni in braccio al mio papà versione anni ’80. Era il 1 maggio 1984 e mi avevano messo su una tutina rossa (!). Sullo sfondo un calendario. La prima volta che ho visto quella foto, a 24 anni, ho pianto.
inoltre, sul mio comodino da ieri sera c’è una copia de “La diva Julia” e un cappello di Babbo Natale con le lucine rosse intermittenti.
non mi si chieda perchè.
(Ilaria): Pacchetto di Marlboro Rosse, uno Swatch Twinphone (molto anni ‘90, quando me l’ha detto non ho saputo trattenere un sussulto), ceri e cerini (per ceri e Marlboro), il libro (ha detto proprio “il”).
(Giorgio): Post It, penna, radiosveglia, abat jour ikea, bicchiere e bottiglia d’acqua.
(Simona): Candela alla menta dentro bottiglia ricoperta di carta, EEE pc (quello microscopico), libri, sveglia vintage, scatola di kleenex.
(harlan) NEL comodino mio nun ce sta ‘na ceppa semplicemente perché nun ce potrebbe sta manco se lo volessi: è giapponese, sarà alto 20cm da terra e proprio non esiste il cassetto…
SOPRA invece ce sta lo stretto indispensabile, e cioé l’orologio della Oregon Scientific che proietta l’ora sul soffitto… tanto fico!
(enpi) io non ho un comodino
sul mio comodino c’è una vecchia lampada di carta e legno, due o tre libri impilati e tappi per le orecchie
sul mio comodino c’è proprio i tutto
1)un abat-jour col piedistallo verde ed il lume che ricorda un foulard (panna e verde, fa parte dell’arredamento di quando mi sono sposato nel lontano, ahimè, 1983!)
2)una foto mia con due miei carissimi amici:Pinuccio scomparso prematuramente a 32 anni e Enzo, che fortunatamente non è scomparso. Eravamo a Torreammare, vicino Bari e mangiavamo nocelle e ricci di mare(si vedono nella foto!)
3)una foto con mio figlio in braccio(aveva due o tre anni)fatta in quelle trappole che stanno in strada! All’epoca:4 foto in unica posizione o posizioni diverse 200£.
4)non meno di 3 classici di Walt Disney letti duecentomila volte ma chissà perchè non mi stanco mai di leggere(Soprattutto quello della famosa “ZIO PAPERONE E LE LENTICCHIE DI BABILONIA) Cercate la storia leggetela e fatemi sapere!
5)un libro di Francesco Guccini, testi e canzoni, mai letto, con annesso DVD!
6)il libro “astrologia per intellettuali” (non sono astrologo ma sicuramente sono intellettuale
7)il libro “Calliphora” di Patricia Cornwell
8)una sveglia che chissà perchè ogni mattina, alle 6.30 si becca un cazzottone, a prescindere da quello che devo fare in mattinata
Il mio comodino è una piazza d’armi?
No! E’ solo tutto + o – impilato regolarmente!
E come se non bastasse vicino al comodino c’è una vecchia libreria (Etargere in francese ed italianizzata in “targetta”)
ereditata da mia madre sulla quale sono disposti in bell’ordine qualcosa come 15 piccoli presepi, 2 Babbo Natale ed un alberello in finto vetro con le lucine come quello di LCNE!
Può servire?
perchè è venuto il sorrisino al posto della p di pinuccio?
E con Zeman siamo a 9, più il mio 10.
Missione compiuta.
Lo sapevo, io, che con voi avrei risolto ! Grazie a tutti / tutte, ovviamente LcNe ha fatto proprio un lavoro conto terzi, si vede che è un professionista
Stè, se tante volte al Capo dovesse servire un altro ti avverto…
Quelli di Sigaretta e Zeman sono spettacolari per il dettaglio e per il numero di cose (terranno occupato il Capo per un po’), Harlan, Enpi e K. lo faranno riflettere, e ciò è buono.
Non so come prenderà il fatto che uno possa NON avere un comodino, ma non è (più) un problema mio.
Se può servire uno in più:
Lampada che avrà ad occhio vent’anni, sveglia della stessa era, libri (al momento: Italia de profundis, Occhi sulla graticola, Maximum City, Neve), fogli scarabocchiati, una penna, polvere.
Chiara: tutto serve, ho molto da farmi perdonare, quindi grazie !
Enrì: “agitatore culturale”… mmmmm… me piace, non me l’avevano mai detto…
stavo per scrivere “agitatore culturale armato”…
venendo a noi:
è così strano che uno non abbia un comodino?
sì?
allora aggiungo stranezza a stranezza:
non ho mai avuto un comodino; il mio letto è al centro della stanza, per cui un comodino ci starebbe male – ma anche quando ho avuto letti contro le pareti, nientre comodini…
ecco!
e.
ps
comodino: dal francese “comode” (= comodo)
@ enpi
che ci fai con un letto al centro della stanza?
dormo?
[ehm... io la chiudo qui con le "storie dei comodini"
]
giusto!
Non vorrei che dopo aver salvato Al, con la solita cazzochat, facciamo arrabbiare il capo che magari chiederà 10 tavoli, 10 sedie, 10 divani e chissà cos’altro!
Ciao vado a giocare a Burraco! ,P
Beh, enpi, se è per questo io un comodino ce l’ho dietro la testa e l’altro – vuoto – a piedi del letto.
Così, per dire.
credo di averlo postato nel posto sbagliato (su cosa vuole il mondo per l’esattezza). lo ripiazzo qua..sperando che sia il posto giusto). ehm..;)
Mi inserisco tra quelli che possiedono un comodino. Se può esservi utile, saccheggiatelo pure.
Il comodino si trova alla mia sinistra. Il letto e’ matrimoniale, per cui quello dall’altra parte non posso vederlo a causa della sagoma della signora e della porzione di piumone a doppio strato che la sovrasta.
Però, posso immaginarlo.
Facciamo così: due comodini al prezzo di uno.
Il suo :
1) mascherina – per non vedere i flash del mio zapping televisivo notturno – per non vedere la luce atomica della micro lampadina riflettere sulle pagine sempre troppo bianche di ogni libro che leggo (fosse pure un libro giallo) – per non vedere i miei sogni/incubi notturni tridimensionali incombere dall’alto vividi e luminosi come U.F.O.
2) tappi – per escludere il sonoro di cui sopra.
3) trucchi – dovesse scender dal letto e recarsi in strada all’improvviso – in piena notte (non se pò mai sapè).
4) scarpe (col tacco) – dovesse scender dal letto e recarsi in strada all’improvviso – in piena notte (non se pò mai sapè).
5) ciabatte (col tacco) – cazzo…ma hai le ciabatte col tacco?
6) molletta per il naso (per via delle scarpe e/o altro)
7) collezione di santini di tutte le dimensioni, acque, rosari, etc.. – per dormire sonni tranquilli
8) foto varie – (tranne la mia).
9) espositore tipo profumeria – con creme e cremine di dubbia composizione (roba tipo alghe, molluschi provenienti dai freddi mari del nord, macedonia esotico/tropicale delle antille superiori)
9) mappa riepilogativa di come e dove trovare le cose sul comodino scritta con caratteri fluorescenti (per uso notturno).
- solo che, tesoro, quella fluorescenza mi tiene sveglio. non è che potresti chiudere la mappa?
in realtà, il suo, è un comodino a tre piani.
un comodissimo, direi.
Il mio :
1) la sveglia.
2) il libro (noir, per non fare troppa luce).
- Già, scusa, potresti puntare la sveglia?
- Ma domani è domenica. io non devo alzarmi presto.
- Lo so, ma io devo svegliarmi alle 4 per vedere se ci
sono ancora le scarpe (non se po mai sapè).
E poi
lo sai
che sul mio comodino
la sveglia
non c’entra.
- E certo. Che c’entra la sveglia sul comodino?
Mi associo al club “non ho un comodino”: essendo soppalcato Ikea, e a una piazza e mezzo, il mio materasso accoglie tutto quello che ci metto sopra: libri, giornali, quaderni, bottiglie d’acqua.
MS
Sul mio comodino c’è questo segnalibro rotto di una mostra dal titolo dettaggliato, i catalani a parigi, vista a brescia, nel 2002, mi pare.
Sta là, inconcludente, non segna nessuna pagina, ma non saprei dove altro metterlo, non ci sono neanche affezionato e non l’ho mai buttato.
“La banda dei brocchi – Jonathan Coe”, ovvero il libro che sto leggendo ora.
Impilati sotto di lui gli ultimi 4 che ho letto, “in sardegna non c’è il mare – M. Fois”, “anna karenina – L. Tolstoj”, “i racconti – Dino Buzzati” e “ogni cosa è illuminata – J.S. Foer”.
In mezzo a questa pila, giornali, per essere precisi un paio di copie di repubblica, un manifesto e un economist di 3 mesi fa.
Una abatjour di carta di lino beige, fatta di legno la struttura.
Tre sveglie, una di plastica che si chiude su se stessa e non funziona da un paio d’anni, una rossa che suona come le sveglie di una volta e una sveglia elettrica anni ’70, terrificante ed efficace. Marca Technica, penso clone della Technics.
Poi, polvere, un graffio involontario e una sbeccatura, sull’angolo a sinistra.
Due bottiglie d’acqua, semivuote.
Sperando di non essere fuori tempo, per la rubrica di Al…
[...] Ah, riguardo questo mio “vizio”, come dicevo prima, se vi va leggetevi questo mio commento di qualche tempo fa su un altro blog, commento al quale feci seguire poi questo breve racconto. [...]