Fermata 2.
Sembri uscita dritta dritta da uno dei miei quadri. Porti addosso i colori degli smalti che uso ultimamente, ti siedi, incroci le gambe, incroci lo sguardo; e lo fai – esattamente – con me. E questo – credimi – resterà per sempre un grande mistero o una piccola coincidenza, nella mia mente.
Il tuo giubbino Matt Davis è chiaramente lucido e rosso, ed i tuoi i capelli molto neri contrastano troppo con la camicietta bianca allacciata con inutile stringa sul tuo incarnato pallido. Una camicetta da mercatino tradizionale, direi – di provenienza – greca. La gonna avvitata è gessata in diagonale da righe sottili chiare su fondo scuro, e sopra ci si è appisolato un ricamo floreale in tinta, perfettamente intonato ad ogni tuo gesto.
Ecco.
Sei bella.
Di labbra carnose e dita affusolate, ed occhi verdi che si chiudono dopo pochi secondi sul prato che brilla là fuori, colpito dai raggi diagonali di un sole in competizione. Ognuno di noi trova un metodo di alienazione in risposta alla lentezza usurante del quotidiano.
Mi chiedo se questo – dormire – sia il tuo; ovattare i rumori stridenti e monotoni di questa culla comune, con l’aria impalpabile di un lungo sogno.
Continua. Mi faccio ancora un giro panoramico a ridosso di te, sulle tue sopracciglie arcuate accurate, sulla tua camicietta un po’ aperta un po’ porno, fantasticando sulla possibilità che tu possa esistere realmente, solo in momentanea assenza da questo mondo. Assenza di me. Che il fantastico è soprattutto il mio svanire con l’arrivo del treno in stazione, come se queste righe non fossero mai esistite davvero.
Come noi, del resto.


