LE FIGHE DI MARLENE
(15 Anni dopo)
[di Alessandro Milanese]
La bionda testa di lei, che si appoggia alla vigorosa spalla del suo lui.
“Cosa stanno facendo?” Domanda lei perplessa.
Lui scrolla il capo, forse capendo che il loro ciarlare alla fin fine ha quasi stufato.
Lei rincalza, non contenta.
“Mi sto per addormentare”.
Noi, in silenzio, preghiamo che succeda.
Ecco.
Così è terminato il mio 12°? (13°? / 15°?) concerto live dei Marlene.
Con una coppia aggrovigliata giusto una fila avanti a me, stretti nelle scomodissime poltroncine color porpora.
Loro, e le loro domande esistenziali.
Quello che lei, in quel momento di confusione emotiva non capiva, era il finale di Sonica.
La solita deriva improvvisata e deragliante che chiude (chiudeva, chiuderà, sempre ha chiuso) ogni live dei ragazzi della provincia Granda.
Impegnati nel martoriare le loro pedaliere, alla ricerca del sibilo perfetto, del fischio giusto, del rumore da mandare in loop per noi.
Una coda infinita, con tanto di monologo Godanesco a metà pezzo, e le luci (di gran pregio) ad esaltare il tutto, foderando l’atmosfera di tensione, suspance.
Forse, per chi scrive ovviamente, il momento migliore delle due ore.
Per chi, invece, davanti a me, stava per cadere in un sonno catatonico immagino sia stato memorabile la famigerata canzone “quando la fanno quella con Skin?”
Interpretata solo chitarra (acustica) e pianola, con Godano e la sua voce che cercano di tenere in piedi una canzone che anno dopo anno si rivela sempre più scialba.
Come direbbe uno sceneggiatore: l’esatta metà del secondo atto.
Come direbbe De Zan: il gran premio della montagna, il punto più alto da dove si scende in picchiata.
E così.
A 15 anni dalla cassettina celeberrima, in regalo col mensile musicale più in voga dell’epoca, con Yo Yo mundi e Disciplinatha a tener compagnia alla epocale Merry x-mas dei nostri.
A 15 anni da quella serata in pieno centro ad Alessandria, con un centinaio di persone stipate in uno stanzone che trasudava non America ma bensì sudore a go go, con l’umidità che tra una canzone e l’altra ci segnava le maglie e le t-shirt in maniera assoluta, definitiva.
Eccoli, stasera, Godano, Bergia e Tesio (benedetta sia la sua diavoletto nei secoli dei secoli) che a luci spiegate, scrutano il loggione deserto dello splendido teatro casalese.
La piccola platea con qualche posto vuoto, ed i nostri applausi convinti che cercano di sconfiggere l’inevitabile.
La sensazione, palpabile, che il teatro pieno avrebbe dimezzato i (parecchi) bicchieri di rosso vuoti sul palco, ora abbandonati tra un multieffetti ed una spia.
Loro, che in questi anni hanno incendiato ogni tipo di locale, dal loculo al palco mastodontico di un festival.
E, a ben pensarci, dovendo scegliere, voterei per una delle prime date (la prima forse) del tour di H.U.P.
Babylonia, Ponderano (Biella).
Un container tutto nero all’interno, incastrato tra le nebbie e i campi, appena fuori dal piccolo paesotto, con un gran bel palco, alto, ed un acustica niente male.
Sono al balzo, al grande salto.
Lo si capisce dall’aria elettrica che si mastica tra una media chiara e una coca versata in un bicchiere trasparente.
Luci, mixer, suoni, tutto sembra così terribilmente serio, maestoso, maturo, arrivato, in una parola: Major.
L’attacco è: 1° 2° 3°.
Il riff iniziale, quel micidiale riff iniziale, diluito, prolungato, tenuto immobile a girovagare per il locale.
Poi, l’entrata (di scena).
L’aggettivo giusto potrebbe essere uno: fragoroso.
Noi, li sotto, sprofondati da tanta profondità con il basso che prendeva per il culo le nostra budella, ascoltavamo Godano urlare:
2°, ci sedemmo due a due
sbagliando le accoppiate
il copione, era tutto nelle occhiate
Noi, coscienti, in quell’attimo, che quelli erano i migliori Marlene di sempre, per sempre, ed erano tutti per noi.
Un caposaldo dei nostri anni 90.
Nonostante tutto.
Nonostante lui.
Lui, che puoi indistintamente amare o odiare con la stessa facilità.
Lui, a cui abbiamo in tutti questi anni perdonato il movimento d’anca palesemente figlio di Thurstoon Moore, o la mano in alto alla ricerca dell’aldilà che riporta senza dubbio al Nicola Caverna tanto amato da tutti noi.
Lui, che è riuscito nella incredibile impresa di nascondere in canzoni (perché alla fine di loro si ricordano le canzoni, e che canzoni!) termini come:
Bolide, sbobba, esiziale, ineluttabile, esangue, daga, figablu, dispieghi, golgota, licensiosità, concubina, retrattile, etc etc.
E cosa ancora più impegnativa, è riuscito a farcele cantare, con scioglilingua spericolati, ma di una bellezza cristallina.
Lasciandoci in eredità grandi verità, ottimi consigli.
Che dire per esempio, di:
certe cose son da fare, una è detta eliminare
certe cose son da fare, la seconda è cancellare
E di cose da cancellare, in questa serata di Gennaio in pieno Monferrato, non ce ne sono molte.
Una scaletta discreta, con pezzi a cui noi fan (giusto chiamarci così) teniamo in particolar modo.
Notte, Lira di Narciso, L’abbraccio, La mia promessa.
Con solo alcune piccole cadute di stile.
La cover dei Beatles, sicuramente, con un testo trascritto non si sa bene per quale dannato motivo in italiano, e la lei appena davanti a me che tutta compiaciuta comunicava al mondo intero la sua incredibile scoperta (chi vuol essere milionario docet):
“È quella della pubblicità”.
Sì, brava, giusto quella, l’accendiamo? (o ti incendiamo?).
E il sentore (chissà se sentore è adatto), che avesse ragione Godano quando profeticamente nel 96 cantava meravigliosamente:
“Probabilmente io meritavo di più”.



La prima volta che ho visto i Marlene non avevo la macchina, non avevo neppure un motorino. Ho passato la notte dopo il concerto in stazione, disteso per terra ad aspettere il primo treno del mattino. Mi ricordo, però, che ero felice.
[che trasudava non America ma bensì sudore a go go; molto bello]
[o0]