Avevo appuntamento qui davanti, ma il coraggioso fotografo Menecacci è in ritardo, così decido di entrare da solo.
La cattedrale ha tre portali, uno al centro e due laterali. Entro dal portalino di sinistra, e mi faccio inghiottire dalla navata oscura dove, se ben ricordo (ma ricordo male), sono stato battezzato. È difficile descrivere il buio che stagna nella navata: leggii, catafalchi, cupezze; fiammelle, bugie, buchi neri; ombre che scorrono giù dai quadri nelle cappelle laterali; anguille ebanine che nuotano nel fonte battesimale.
Non faccio in tempo a estrarre il bloc-notes per prendere appunti, che subito mi è addosso l’attuale locatario della chiesa, monsignor Giusquiamo. Dall’abside, mi corre incontro a gran velocità, con la panciona nera e gli occhialetti.
“Olà, giovane. Come andiamo?”
Mi stringe la mano energicamente, facendomi sobbalzare. Non è che mi rifiuti di parlargli, anzi, gli rispondo volentieri; per essere un religioso, dopotutto, Don Giusquiamo è un tipo interessante, con quell’aria beata, ma anche divertita, da budda cattivello.
“Andiamo bene, Don Giusquiamo, anche se le cose vanno male.”
“Ma va là!” fa il don, stroncando il mio catastrofismo. “Ti assicuro che ai miei tempi le cose andavano anche peggio. In guerra, per esempio…”
Capisco di aver fatto un errore, cerco di cambiare discorso, bofonchio qualcosa su un amico che mi aspetta fuori, mi guardo intorno alla ricerca di una via di uscita, ma è tutto inutile: Don Giusquiamo, come capita spesso, è entrato in un loop destrutturato di racconti resistenziali.
Anche Don Giusquiamo è stato partigiano; sì, perché dovete sapere che la Resistenza non è stata solo rossa – è ora di finirla con questo elitarismo – sono esistite anche una Resistenza bianca e una Resistenza azzurra. Probabilmente, ci sono state resistenze di tutti i colori, anche quelli di statuto ambiguo (resistenze fauve, resistenze glauche, resistenze indaco) – insomma, a quei tempi l’Italia era talmente piena di antinazisti che oggi viene da chiedersi cosa mai ci facessero i tedeschi sul suolo italiano, e perché per toglierceli di torno abbiamo dovuto aspettare gli americani.
“Allora, giovane, stammi a sentire” dice Don Giusquiamo, facendomi sedere a forza di braccia su una panca “quando avevo la tua età, lo sai che in tutti i modi aiutavo i partigiani. Se c’era da picchiare per la libertà, non mi tiravo indietro. Anche i giovani come te mi aiutavano, a volte andava bene, a volte andava male, mi ricordo per esempio del povero Giovanni…”
Sospiro: la storia di Giovanni è un pezzo forte del suo repertorio; me l’avrà raccontata due o tre volte.
“Il poor Giovanni era un ragazzo in gamba, andava in bicicletta come un pazzo. Pensai di convertire la sua rabbia ciclistica in una forza di giustizia: ogni giorno, infilavo la dynamite nei tubi della bicicletta, e mandavo Giovanni in territorio nemico. Ai posti di blocco, i tedeschi non gli trovavano niente, e lui, pedalando e pedalando, consegnava la dynamite ai partigiani.”
“Che fine ha fatto?” dico io, fintamente infregolito.
“Eh! I tedeschi si son fatti furbi, un giorno gli hanno intimato di consegnargli la bicicletta, ma lui ha superato il checkpoint ed è scappato via alla speed della luce. Be’, la storia poteva finire qui, sennonché – quel biker di Giovanni! Bell’e salvo, gli è saltato il ticchio di far trekking su una road dissestata, e fell in una riva, rimbalzando sul pendio abissoso: la dynamite si è svegliata, e lui è esploso con la bicicletta.”
“Incredibile!” dico io, ma la parola dev’essere come incorniciata di sarcasmo, perché Don Giusquiamo mi guarda male.
“Che c’è? Questa storia non ti piace?”
“Mi piace tantissimo” dico “però è un po’ fantasiosa.”
“Che discorsi!” dice Don Giusquiamo. “Una storia fantasiosa non è mica detto che non sia vera.”
MAPPATURA

