Domenica mattina vado alla Fiera del Libro di Torino, incontro prima un editore cosiddetto piccolo che mi dice c’è una crisi pazzesca, c’è un calo drammatico di presenze, poca gente che si ferma agli stand, meno ancora che comprano, poi parlo con uno dei direttori editoriali della major XY che mi dice ma no, a noi risulta un aumento di presenze, siamo soddisfatti, ci sono segnali di ripresa, magari hanno ragione tutti e due, nel senso che la crisi, anche in questo settore, mica è democratica, picchia duro soprattutto sui piccoli, ecco, la crisi, questo Golem-Gollum che ci tiene costantemente per mano pare aleggiare su qualunque conversazione in Fiera, senza risparmiare i convegni, figurarsi quello sul tema del lavoro, tutti gli anni alla Fiera del Libro fanno il convegno sui narratori del lavoro, più o meno con gli stessi ospiti, comunque vado sempre volentieri a sentire gli scrittori che parlano di quello che scrivono sul lavoro, quest’anno la conferenza si intitola “Lavoro da morire” (è però piazzata in orario pericoloso, a mezzogiorno, dopo si capisce perchè), che poi è anche il titolo della recente antologia uscita con lo struzzo, intervengono Tullio Avoledo, Massimo Lolli, Michela Murgia, Laura Pariani, Antonio Pascale, Francesco Recami, coordina Andrea Bajani roteando assai le mani ad accompagnar concetti, la crisi, si diceva, aleggia un po’ su tutto, incupisce il pubblico in sala, incombe anche sugli scrittori che si interrogano se il lavoro esista ancora, insomma, sembra che il lavoro non sia più il lavoro, ci pensa Avoledo a sparigliare i giochi, la butta in boutade, dichiara che il lavoro non esiste più, è fantascienza, Bajani si agita sulla sedia, smista la palla sulla destra alla Pariani che coglie l’assist per dire che non è vero, il lavoro esiste eccome, anche se ormai quasi più nessuno ne parla, del lavoro vero, quello dei contadini e degli operai, eppoi dice Laura il lavoro esiste a prescindere da chi ne scrive, anche se gli scrittori non devono essere ciechi, e limitarsi alla narrativa di evasione, -semmai di invasione!- tuona Bajani, che poi apre il gioco sulla sinistra a Recami, il grande, grandissimo Recami che acutamente nota come il lavoro, quello vero, sia quanto di più distante dalla letteratura, perchè non fa storia, è ripetitivo, è il trionfo dell’ animal laborans, è il lavoro dello schiavo ammaestrato (si noti che l’uomo si distingue dall’animale in quanto sa ammaestrare se stesso), il 95% è animal laborans, solo un 5% è homo faber, cioè in grado di decidere del proprio lavoro (e tra questi c’è lo scrittore, ovvio), poi, chiosa Recami, il lavoro ha questa contraddizione che è premio solo quando non c’è mentre diventa condanna quando c’è, -ma che ne pensa Michela Murgia?- chiede il coordinatore, Michela pensa che scrivere del lavoro le serve per organizzare forme di dissenso contro la disumanizzazione del lavoro, poi si scivola a parlare del suo libro sul call center e del film che ne hanno tratto e perchè il film è tanto diverso dal libro, cose così, Bajani appena può le toglie la parola per passarla a Massimo Lolli, che dice che lui non racconta dei precari e degli operai, lui racconta dei dirigenti, lui, poi dice delle cose che non mi piacciono e che quindi, in modo del tutto antidemocratico lo so, evito di riportare, tanto quello che mi interessa qui è riferire cosa ha detto Antonio Pascale, Antonio Pascale che parla per ultimo e di solito l’ultimo è sempre quello più in difficoltà, e invece Antonio Pascale si rivela un grande ancora più grande del grande Recami, Antonio Pascale dice che per lui la letteratura non deve essere ideologica (e cita come esempio di letteratura ideologica Vogliamo Tutto di Balestrini e dice che è profondamente sbagliato descrivere gli operai come quelli che sputano nelle merendine che producono, è sbagliato, perchè l’operaio può scioperare, lottare per i propri diritti, ma ha sempre rispetto del frutto del proprio lavoro) e poi lui non si vergogna di essere un consumatore, a lui piace studiare i meccanismi del consumo, e sugli incidenti e le morti sul lavoro dice che c’è molta spettacolarizzazione del sacrificio e della morte, e si mette enfasi sull’emozione del momento, mentre nessuno parla dei feriti, dei menomati, di coloro che hanno subito un trauma che li accompagnerà per tutta la vita, ecco perchè lui nel suo racconto parla della manutenzione di un ferito, perchè occuparsi dei feriti non appartiene alla sfera emozionale, appartiene alla sfera della passione, l’emozione è una cosa che brucia in un attimo, la passione rimane, ecco perchè la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore, a passare dall’emozione alla passione, ripeto (io, non lui), la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore, la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore, e in questo modo il dolore può essere condiviso, e per questa cosa ringrazio infinitamente Antonio Pascale, che vale, per me (con tutto l’ossequio per gli altri scrittori che scrivono e parlano del lavoro) l’intero convegno.
Poi Bajani dice che è tardi, è ora di mangiare, si ha fame e quindi non c’è più tempo per le domande del pubblico.
Alla fiera del libro il lavoro non è il lavoro
20 Maggio 2009 di pcacciolati



“come il lavoro, quello vero, sia quanto di più distante dalla letteratura, perchè non fa storia, è ripetitivo, è il trionfo dell’ animal laborans, è il lavoro dello schiavo ammaestrato”
ecco! e il lavoro esiste, eccome!
Scusate la domanda che non c’entra un peto, e scusami Paolo se mi “approprio” ingiustificatamente del tuo articolo per un momento, ma mi punge vaghezza di diventare editore.
Qualcuno qui sa dirmi cosa debbo fare ?
Si, vorrei aprire una casa editrice.
oh!
eccomi!
AL: scrivimi!
e.
Ricordo che anche Filippo La Porta nel suo “la nuova narrativa italiana” lamentava l’assenza di narratori-lavori, enumerando quei pochi che ci ritroviamo in suolo italico, me ne ricordassi uno che non sia Erri De Luca…
Un abbraccio Paolo!