[pubblico qui un racconto che scrissi appositamente per una raccolta messa su da una casa editrice nazionale. fu una specie di sfida: scrivo ciò che vogliono, che può piacere, e questi tizi che raccattano esordienti in cerca di visibilità in cambio di due o tre spiccioli a copia - di fatto, pagando - mi pubblicano. così è stato: poi mi hanno chiesto 15 euro a copia per un minimo di tre copie e io ho non ho più risposto alle mail della casa editrice in questione. comunque, buona lettura]
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Eccolo che esce insieme da bocca e naso, all’istante, come il suono di una tromba che si allunga, si rilassa.
Fumo.
Lo zio Fernet ci riusciva, lo sapeva fare: era un ferro da stiro. Io non ho mai imparato.
Dopo il pranzo della domenica – giorno infinito, pranzo infinito – lo zio si sedeva lì al tavolo, magro e gli occhi vispi, la riga in mezzo sul manto corto brizzolato, per l’unica sigaretta della giornata davanti al bicchiere zigrinato di Fernet Branca – particolare non da poco, di quelli che da piccolo non afferri, pensando che prima o poi capirai, crescendo, anche se non mi è mai accaduto.
Lo zio Fernet le sigarette le fabbricava da sé. Un gesto artigianale, come fabbricare una piccola storia, ecco questo invece poi, col tempo, l’ho capito, l’ho apprezzato. Al tempo però, a quel tempo, pensavo: dev’essere come coi gelati, c’è chi gli piacciono artigianali e chi invece li mangia solo confezionati.
Allora lui si metteva là, sorseggiava Fernet e, chiuso l’aggeggio minuscolo con le piccole mani – poteva essere il sesto dito su una delle due – assumeva un odore. Odore forte, odore che diventava l’odore di una casa e di una famiglia intera: Fernet più tabacco, umilissimo Drum, e raccontava, poi rideva con quel verso acuto, simile agli ubriachi dei fumetti che fanno: «Yik!»
Però doveva esserci silenzio, altrimenti andava al bar, giù, sotto casa, antica usanza per snobbare i commensali. Esigeva silenzio. La famiglia intera, dopo il baccano del pranzo, doveva tacere. E taceva. Lui raccontava di quando era stato in Isvezia e in Patagonia per gli scambi culturali, perché lavorava al comune e ogni volta toccava a lui. «Yik!», dopo ogni aneddoto, boccata e trasformazione in ferro da stiro. Soprattutto quando parlava delle svedesi.
Bionde, magre, ma soprattutto socialdemocratiche – altre cosa che non potevo davvero ancora afferrare al tempo.
Allora la zia Gilda se ne andava in cucina a lavare i piatti, quando sentiva parlare della socialdemocrazia. Tanto doveva comunque stare zitta: e si faceva pure seria, con gli occhi cupi, che guardavano di traverso. Forse lo faceva apposta, lo zio Fernet, a parlare delle svedesi socialdemocratiche, così la zia finalmente si metteva a lavare i piatti insieme a mia madre.
Una e una sola sigaretta al giorno. La fumava come fosse la prima, l’ultima, quella che stava dopo il pranzo, la cena, il caffè e il Fernet, la sigaretta più desiderata, quella col sapore più aggraziato e misterioso che ci fosse, come conservasse il profumo dei posti di cui parlava, laghi ghiacciati e fazende e balere col tango, e che la zia Gilda non si voleva nemmeno sognare. Una sigaretta infinita, e tanto più buona quanto meno sapeva di filtro – lo zio Fernet non ne metteva – e tanto più buona quanta più cura ci metteva dopo la fatica del pranzo. Era uno sforzo immane, dopo l’impresa del primo, del secondo, della frutta e del dolce, adoperarsi per costruire qualcosa, mettersi a fabbricare con le stesse mani e la stessa lingua già impegnate per tutto quel tempo. Una sigaretta normale, come quelle di mio padre, non sarebbe stata lo stesso. Una volta lo zio Fernet ci aveva pure provato – aveva finito le cartine, che in genere trattava come una farfalla presa per le ali – e pur di costruire, darsi da fare, si era messo ad attaccare tre sigarette normali, una dietro l’altra, senza filtro, per costruire una lunga papiroska, così la chiamava.
«Se non c’è sforzo, c’è mica piacere» disse una volta, spiegandomi che quelle sigarette si facevano così per farle assomigliare a quelle lunghe che si usavano un tempo in Russia, anche se in Russia non c’era mai stato – almeno stando a quello che sapeva zia Gilda, che mentre lavava i piatti ne voleva sapere ancora meno.
Un giorno, qualche anno fa, zio Fernet ha smesso di fumare. Gli era passata, così, senza un motivo – unico modo per smettere davvero. «Ci sono persone che pensano che smettere sia impossibile, ma è solo perché lo pensano con troppa forza» mi disse mentre rollavo una sigaretta, «mentre altre smettono, smettono e basta».
«Yik!»
Chiusi la sigaretta, fumavo Golden Virginia, profumo delicato ma artificiale, fuori da qualsiasi casa o famiglia, e ci mettevo pure il filtrino di spugna.
«Yik!»
Zio Fernet andò a letto. Adesso dormiva, dopo il pranzo della domenica. Zia Gilda lo guardava sempre di traverso, ma solo mentre lavava i piatti.
MAPPATURA


MMo: non ho capito bene se a te piace o no, l’unica cosa che ho capito dell’introduzione è che certi editori sarebbero da appendere per le palle. E pure cert’altri, ma vabbè.
Comunque a me è piaciuto. Non come il primo, ma mi è piaciuto.
O.T. Enrì, non sono sparito, eh ? E’ che sto ponderando, e io quando pondero, pondero…
non so se è importante che a me piaccia o meno. comunque un po’ sì. il fatto è che forse non l’avrei scritto se non fosse stato per quell’occasione. forse.
sono meccanismi strani, mi sfuggono, però sono contento d’averlo scritto.
mumble mumble.
Ma che meraviglia, bastano poche righe per godersi un ritratto, una diapositiva affatto sbiadita che riguardi come a volerne cogliere tutti i dettagli.
il Golden Virginia non è male.
Anche lo zio Fernet non è male.
grazie a tutti.
morena, il tuo blog è una bomba!
uh…
speriamo non mi esploda sotto le dita.
grazie.