Finalmente, il coraggioso Menecacci mi raggiunge. Dalla porta principale, medagliato da attrezzi fotografici, entra nella cattedrale, si avvicina e saluta Don Giusquiamo.
“Allora, lo facciamo questo servizio fotografico?”
Il don gli risponde di sì, ma aggiunge che prima dobbiamo aspettare la fine della funzione serale.
Pungolati nel nostro acristianesimo, ci sediamo buoni buoni su una panca, mentre Don Giusquiamo si avvia verso l’altare.
Le attese per la messa di Don Giusquiamo sono alte. Il suo stile predicatorio è sempre inconfondibile e si conferma ai vertici dell’hit-parade interparrocchiale.
È sabato, e il weekend di sicuro aiuta l’affluenza di un pubblico che si rivelerà molto folto di vecchine, vere groupie assetate di salmi, con gli occhi incollati al volto del don, capillarizzato dai monitor per telecamere a circuito chiuso.
Il gruppo di Don Giusquiamo sale sull’altare subito dopo. Ci si accorge d’emblée che sono ragazzini, chierichetti educati, con tutte le implicazioni del caso.
Si parte subito con il pezzo che ha aperto l’ultima messa, il canto di ingresso, che sembra non deludere le aspettative. L’amen finale fa capire che il pubblico gradisce queste sonorità e soprattutto la voce del don. Si continua, con un trittico ancora composto da pezzi classici quali l’atto penitenziale, il gloria e l’orazione iniziale.
In questa fase diciamo che si comincia a capire che qualcosina sta tradendo le attese. Il don è il don, non c’è dubbio. Il gruppo è dotato e si vede, con punto di forza in un chierichetto che, di nascosto, fa le linguacce, ma che mostra di avere un servilismo sopraffino. Il problema, se così si può chiamare, potrebbe essere l’atteggiamento un po’ dimesso del pubblico rispetto all’atto penitenziale. Non che il suono sia sgradevole – anzi, le teste in sala si chinano e si battono il petto con dolore – ma piuttosto il gioco di suoni e gli equilibri tra essi, rispetto all’ultima messa, si sono persi in favore di un muro sonoro sicuramente più rumoroso, senza contare poi che la stessa voce di Don Giusquiamo fa fatica a spiccare in mezzo ai Signore pietà.
La messa va avanti, con alcuni pezzi tratti da brani del Vecchio e Nuovo Testamento, ma anche con una jam session sulla Parola di Dio per aiutare i fedeli a comprenderla e viverla nella loro vita quotidiana, come proposto dal don, che concluderà il proprio set con la classica elevazione del calice, e spezzando un’ostia king size per l’occasione. Alla fine possiamo apprezzare anche un sensazionale kyrie eleison, cantato da tutti i fedeli.
Ed è così che il don rientra e, nel giro di pochi secondi, rispunta fuori dal backstage per rispondere ai dubbi dei fedeli. Poi tocca alla standing ovation. I chierichetti ringraziano, Don Giusquiamo si inchina e lancia baci più volte verso i fan. Si sente una star? No, al massimo si atteggia a star – e comunque, i preti sono le star locali. I papi sono le star nazionali: non sono artisti di strada, hanno contratti multimilionari, dettano condizioni dalle suite degli hôtel vaticani.



Le atmosfere mi hanno ricordato alcuni testi di Guido Morselli – non per forza il rimando è a Roma senza papa. E’ inoltre morselliano, il modo con cui il narratore si pone nei confronti della materia osservata. Tacendo poi delle ’suite degli hotel vaticani’. Volevo chiederti se hai letto qualcosa di Morselli.
Scusa il ritardo, Fabrizio. Ci hai preso: di Morselli ho letto Roma senza papa. Però (è strano) non me lo ricordavo quando ho scritto questo pezzo: eventuali echi sono assolutamente involontari. In ogni modo, tu sei troppo generoso; essere solo accostato a Morselli mi fa arrossire: stiamo parlando di un campione della scrittura.
avevo giusto citato morselli in un altro commento a un altro post… e non mi ero accorto di questo.
ho scoperto morselli da poco: coincidenza. ‘un dramma borghese’ ha una potenza inaudita e fuori controllo. giungerò a leggere tutto dello sfortunato guido.
[intanto tenterò di recuperare tutta la guida galattica]