Il blocco della pagina bianca è l’ennesima presa per il culo. La retorica da moleskine con copertina rigida, blu notte, non mi appartiene. A me manca solo un tasto – ma no, io non ho strumenti. Non ho alcuno strumento.
[ecco perché me ne andrò tra due parentesi su sfondo bianco. un disturbo ossessivo-compulsivo non preannuncia e non semina nulla di buono: può chi opera per differenza – come nei solchi tra una canzone e l’altra su un vecchio lp – può quest’uomo contribuire a] cosa? [in modo edificante? cosa significa edificante? cosa dovrei costruire? non sono un musicista, e anche se lo fossi non suonerei live – perciò dico: dove finisce il mio lavoro? non già il modo in cui chi legge mi percepisce, o recepisce] cosa? [ma anche il più piccolo granulo di polvere che ho costruito: chi mi dirà dove sono finito? e soprattutto, dove finirò? soprattutto: come costruirò ciò che ho in mente? con quali strumenti?]
[un tempo c’era la carta – solo la carta – e il problema chissà. forse erano le dimensioni della carta. perché nessuno parla mai degli strumenti degli scrivitori? perché è così che io li chiamo, perché è questo che mi capita di essere, perché è ciò che a chiunque può capitare. allora, dicevo, c’era il problema della carta, è un problema che si ripropone più fresco, se vogliamo, coi blog: meglio la carta igienica di un tumblr o il quadernone di wordpress? la carta ha limitato qualcuno. «mi serve una pagina più larga, favorisce il flusso dei miei pensieri» diceva] chi? [e penso al d’annunzio dei primi pizzini della storia, pizzini perché era cieco, penso ai pizzini in senso lato, figli di una necessità, a me vanno bene i pizzini, va bene tutto, purché ci sia una necessità, ma io – io dico, che necessità ho?]
[ho chiesto in giro per una macchina da scrivere. non mi ci vedo. so che qualcuno ci ha fondato delle mitologie, lo so per certo, ma non ci vedo nulla di romantico. se volessi suonare live, mi sono chiesto, che strumento sceglierei? c’è differenza tra il bob dylan acustico e il bob dylan con la fender il bob dylan con la gibson. c’è differenza tra una penna, una macchina da scrivere e un pc? l’altro giorno – proprio l’altro giorno – hanno trasmesso quella puntata dei simpson in cui homer j. diventa un critico culinario – si dice così? – un critico da strapazzo, è una puntata in cui fanno a pezzi la critica in genere, insomma, a homer j., a un certo punto, si rompe un tasto del pc su cui scrive. la «e». a me la «e» si è rotta un anno fa. proprio un anno fa. mentre scrivevo una cosa su me stesso, ma non come le altre, una cosa che riusciva a essere piatta e scorrevole come me – come il me stesso che raccontavo. è da un anno che mi ripeto che cambierò il tasto – ma poi, perché proprio la «e» e non la «a», non è la «a» la lettera più…? è così che il «testo» diventa «tasto»? – è da almeno un anno che penso che allora cambierò tutta la tastiera, anzi, il pc, ne prenderò uno vecchio e lento, così ci scriverò soltanto, senza internet, questa insensata e compulsiva distrazione che è la rete, e poi la scrittura vera è altro, non è un blog, non è]
[non ho cambiato nulla. il mio pc è invecchiato e funziona bene solo per internet. cambio lo zoom del foglio di word: da 100% a 90%, passando per 110 e anche 130 – dipende da quello che scrivo. ma non si parla mai di strumenti – non ne parla nessuno. può essere questo il mio strumento? manca la «e». ho pensato di scrivere qualcosa senza la «e». non si può fare. ma comunque. come scelgo il mio strumento? che caratteristiche tecniche deve avere? non è un basso. non è un pennello. col pennello ha in comune il solo fatto che non lo userai dal vivo – e non è vero, il pennello può. ma se anche parliamo solo di pc, di pc per suonarci, dovrei cercarne uno con una buona scheda audio, così come se volessi fare della grafica, alla ricerca di una buona scheda video. ma per la scrittura? quanto influisce la mancanza di un tasto o la morbidezza degli altri su ciò che scrivo? il monitor è abbastanza pulito? un monitor impolverato mi aiuterà a scrivere una storia malinconica?]
[ho cominciato con la penna, anni fa. ci ho riprovato da poco, perché ho pensato che i calli da bassista devono avere – in qualche modo – un corrispettivo per gli scrivitori. mi faceva male il braccio, la mano sinistra – sono mancino, il fatto che sono mancino mi fa scrivere un certo tipo di cose piuttosto che altre? ma sulla tastiera non sono più né destro né mancino – mi stancavo presto, ma lo facevo, dovevo farlo, forse perché ero a pisa, ero a pisa, lontano da casa e solo, non avevo scelta. ma la grafia. che brutta grafia ho adesso. la grafia schiacciata e veloce, distratta, del pensiero che è già alla frase successiva e che detesta la lentezza della mano. la grafia di un medico in pensione, ecco, questa grafia mi aiuterà a scrivere storie dallo stile più secco, ironico, forse? forse solo perché so che mi stanco se scrivo troppo? sono tornato, turbato, alla tastiera, i clic di qualche chat aperta a distrarmi in lontananza, allora mi sono immaginato come un pianista, a seguire un certo ritmo nella composizione di una frase, un ritmo come melodia – perché il ritmo è melodia – come se la creazione fosse un momento unico e simultaneo, come se pensiero e azione fossero]
[invece il pensiero sta prima. l’azione dopo. o il contrario. ma di fatto: l’azione dello scrivere è superflua. mi sono immaginato, un giorno non troppo lontano, collegato a un macchinario con un tubicino che spunta dal mio cranio e finisce in un piccolo oggetto rettangolare fumé, delle dimensioni di un ipod shuffle. penso, penso le mie frasi, i miei testi, e quelli subito si ricompongono sul display, senza bisogno di usare le mani. per niente. lo so, questo è] twitter? [ma a quel punto non sarei più uno scrivitore, ma un pensatore] ? [o un inventore, tutt’al più. forse farò in tempo a morire prima di tutto questo. ma intanto io non lo so, io non ho uno strumento, io non ho una tradizione alle spalle che mi faccia camminare sicuro per strada, io non ho] cosa? [e allora lo dico, lo dico piano, perché bisogna farsi polvere e sussurrarle, queste cose, tra parentesi e senza maiuscole, ma sono sicuro: bisogna farsi polvere, prima, e]
Una notte ero sveglio e mi misi a guardare fuori dalla finestra. Il camion era passato da almeno mezz’ora, come ogni notte, e avrei potuto dormire in pace, ma niente. Guardavo fuori e respiravo un’aria che me ne ricordava un’altra, di anni prima, e la cosa non mi disturbava. Poi mi accorsi che nel cielo c’erano due lune, due quarti di luna per la precisione, e meditai su quale avrei dovuto seguire, se mai ne avessi avuto voglia.
Pensai.
Il blocco della pagina bianca è l’ennesima presa per il culo. La retorica da moleskine con copertina rigida, blu notte, non mi appartiene. A me manca solo un tasto – ma no, io non ho strumenti. Non ho alcuno strumento.



questo post è bellissimo
come ci piacciono le paronoie da scrittore!
e.
le paranoie tout court
devo ahimè propendere per: paranoie tout court. il coso quissopra è estendibile a ogni ambito umano.
argh!
e grazie.
Bellissimo post!
La sicurezza (insicurezza) degli oggetti a cui aggiungerei il feticismo lato del suono:
Il tasto della macchina da scrivere che frusta la pagina.
Il rumore bianco della ventola del PC.
Il suo mai discreto della biro sulla pagina.
Tutto ciò ci farà impazzire… se non l’ha già fatto.