Perdonate il carverismo del titolo e considerate benevolmente il mio proporre l’epanalessi in forma interrogativa, dicevo del carverismo nel titolo, mi si propone in automatico dopo aver letto sul Primo Amore un pezzo di Dario Voltolini sull’editing e scrittura, ove si prende a esempio del cattivo editing (anzi, di ciò che mai può essere chiamato “editing”) quanto ha/avrebbe perpetrato Gordon Lish nei confronti di Raymond Carver, uno stupro, a detta di Voltolini.
Sullo stupro però tornerò dopo, che prima voglio dire delle argomentazioni utilizzate nella prima parte dell’articolo per dimostrare come l’editing del testo letterario sia importante, ah, già intravedo sullo sfondo la manina petulante che si leva in alto ad anticipare la domanda: “bravo te, ma prima non dobbiamo chiarire cosa si intende per testo letterario?”, niente, domanda ricusata, facciamo finta che tutti abbiamo-abbiano la stessa nozione di testo letterario, perché ciò che mi interessa sono i ragionamenti pro editing addotti da Voltolini, tre argomenti anticipati da una similitudine che monda l’articolo di ogni sua eventuale pecca (il testo letterario è come un vetro soffiato: una piccola bolla d’aria indebolisce il tutto, lo rende fragile e prima o poi si rompe).
Ecco, il primo ragionamento di Voltolini è semplice, l’editing serve a evitare che la nonna morta nel capitolo uno ricompaia gagliarda nel penultimo capitolo a dire qualcosa di decisivo: chiarissimo.
Il secondo argomento è speculare, ci dice che l’editing serve a evitare che ci sia una protagonista anoressica e che il medico che se la sposa impieghi anni a capire come stanno le cose, nonostante al loro primo appuntamento con cena fosse stato sommerso dal di lei vomito.
Poi c’è il terzo argomento, che corona come architrave le prime due colonne, ovvero: l’editing serve a evitare che lo scrittore dalla prosa alata e virtuosistica si lasci scappare un qualunque “evaquarono” nel momento topico del terremoto.
Sicuro, pure questo è limpido, anche se confesso che la parola evaquarono mi piace molto, a leggerla, sa più di sommovimento di budella, e poi non si ripete che la lingua dev’essere una cosa viva, che gli scrittori devono osare innovazioni linguistiche, introdurre nuove parole?
Idiota, mi direbbe giustamente Voltolini, io stavo parlando degli errori marchiani, delle sgrammaticature, hai ragione, risponderebbe il sottoscritto, epperò in tal caso non ci si potrebbe accontentare di chiamare questa cosa con il suo nome primigenio, ovvero correzione (o correzzione?) di bozze?
Quanto alla questione della nonna che prima muore e poi no, recependo l’assunto che sia una svista dell’autore e sorvolando su tutte le teorie del patto di veridizione tra scrittore e lettore per cui si accetta che Nonna Papera cucini il tacchino anche se è come mettere in forno il cugino, il punto è: se Voltolini dichiara che si fa editing (in luogo di tiro nel cestino) su di un testo dove, all’ insaputa del suo autore, una/la protagonista muore e poi resuscita, allora, domando, Voltolini che razza di testi vede pubblicare? Un autore che non ha cognizione della ormai famosa nonna che muore e poi resuscita dicendo qualcosa di decisivo, questo autore, è uno da pubblicare?
E non faccio questione di trame, al diavolo gli intrecci e le trecce (treccie no, è proprio brutto), ma se ti poni così nei confronti del tuo testo, ri-chiedo, sei un autore da pubblicare? Insomma, ho l’impressione che le prime due argomentazioni a sostegno dell’importanza dell’editing si fondino su un presupposto che in realtà manca, ovvero la mitica “qualità del testo” (ricordando che si parla di editing di testi letterari, mica delle barzellette di Totti o della biografia della Ventura), per cui scatta l’altra domandina: sarà forse colpa dell’editing se, a detta di alcuni/molti, in Italia si pubblicano un sacco di “evaquazioni”?
Oh, non voglio fare da cassa di risonanza delle lamentazioni per cui gli editori non piccolissimi fanno uscire solo le cazzate altrui e mai le proprie, e del resto mi si potrà sempre dire di non fare troppo il sofista, che il maestro ha solo il compito di indicare la strada, chiaro che Voltolini avrà voluto estremizzare, stressare l’esempio (locuzione amatissima dai formatori aziendali di cuccioli del capitale), sicuro che la realtà dell’editing non è bianco o nero, probabilmente è una realtà fatta da infiniti toni di grigio, che però finiscono per avvicinare le distanze con gli esempi di “cattivo” editing, come questi elencati da Voltolini: quando una persona può costringere uno scrittore a 1) aggiungere o togliere personaggi, 2) modificare la disposizione dei capitoli, 3) cambiare l’inizio, 4) cambiare la fine, 5) cambiare la lingua, 6) cambiare la persona, 7) cambiare il tempo dei verbi,
cambiare il luogo dell’azione, 9) cambiare il tempo dell’azione .
Tornando però alla faccenda citata all’inizio, quella dello stupro, d’accordissimo con Voltolini che ciò si verifica quando “una persona può riscrivere quello che lo scrittore ha scritto, buttando via quello che gli pare, e aggiungendo le sue proprie stronzate”, anche qui tuttavia (o però?) siamo all’estremizzazione, perché, se ho ben compreso, nelle pratiche dell’editing è proprio questo che si tende a fare, tagliare tanto e suggerire di aggiungere qualcosina, magari sostituire quella roba là con questa robina qua (ma che cos’è, ma che cos’èèè questa robina qua, mi verrebbe da canticchiare con Mina), e allora, se questo non è stupro, che cos’è? Atti di libidine (dell’editor) forzati? Autostimolazioni (dell’editato) imposte? E quando al petting spintaneo partecipa pure l’editore, o un direttore editoriale, che facciamo? Un’orgia? Un’ammucchiata? L’unica mia certezza è che l’epanalessi nel titolo ha sempre meno speranze di passare dalla forma interrogativa a quella affermativa.
Di cosa parliamo quando parliamo di editing?
29 Luglio 2009 di pcacciolati



Personalmente sono felice che ci sia questa discussione intorno all’editing in «Primo amore». Non mi piace tanto l’analisi dell’editing di Lish ai danni di Carver di Benedetta Centovalli, perché non credo che Lish abbia snaturato/levato l’anima a Carver (intendendo il Carver letterario, eh).
Quello che mi spaventa, a me carveriano convinto, è che c’è un po’ la tendenza, ed è una tendenza che intuisco più che vederla in pratica, a sminuire questo famoso gigante della letteratura del secolo scorso a solo un mona che s’è fatto frantumare la poetica dal primo editor che è passato. Una volta l’ho detto, a chi sosteneva: certo che se ognuno di noi avesse un suo personale gordon lish saremmo tutti famosi…o no?, ho risposto chiaro e tondo: no. Non nel caso in questione. Altri editor possono aver fatto la fortuna di altri scrittori, i quali senza l’editor probabilmente continuavano a pubblicare le proprie opere a pagamento. Ma non nel caso specifico.
Ok scusa Paolo, ho divagato parecchio. Ma la tua analisi della qualità del testo, a *monte*, mi piace, e mi ci rispecchio, e la condivido.
MS
Matteo, grazie per il tuo intervento, non mi pare che tu abbia divagato, anzi, mi sembra che hai centrato la questione.
ciao!
paolo
sai cosa? mi piacerebbe un censimento degli editor (professionisti [?]) in italia. quanti saranno?
… sempre cose inutili, tu, eh!
perché non facciamo – chessò? – un censimento delle belle figliuole del Sudest?
e.
e il censimento delle belle figliuole che fanno l’editor?
pochine, temo
ciao
p.
io, nelle case editrici, nelle fiere ecc. ho sempre visto un sacco di belle figliuole!
e.
A noi ci piace proprio la figa, eh???
http://www.youtube.com/watch?v=_T4RVZGwNqE
MS
oh, io però ho solo detto piuttosto che censire gli editor in Italia, facciamo una cosa più utile
e.
Mah, io da ex-redattore di una rivista letteraria posso dire che l’unica volta che ho fatto editing “invasivo” mi sono poi pentito.
Quando il testo non va, ma potrebbe andare, bisognerebbe avere il coraggio di dire allo scrittore: “Guarda, mi è piaciuto abbastanza: in certi punti c’è qualcosa che non va, ma non saprei dirti come rimediare, quindi riscrivilo o scrivi qualcos’altro”. Cioè, il responsabile del testo dovrebbe essere sempre l’autore.
Mi rendo conto che questo, a livello di industria letteraria, è improponibile, perché le case editrici hanno una fame sfrenata di libri, ne devono pubblicare sempre di più, non sanno fermarsi, non riescono ad aspettare l’autore, non hanno pazienza.
Perciò, posso dire che quelli del Primo Amore un po’ hanno ragione: l’editorato fa con gli scrittori acerbi ciò che l’ortolanato fa con i meloni: li raccolgono acerbi e poi li fanno maturare sulla pianta. Poi i meloni vengono fuori così (non so se vi è mai capitato): con quella consistenza farinosa e quel sapore dolciastro incongruo che ti dice che qualcosa è andato storto.
Ciau!
ATC
[secondo me] la chiave è: l’editor dev’essere al servizio dell’autore.
e sempre secondo me, l’editor dev’essere – a sua volta – un autore, molto capace; in grado di proporre modifiche e idee totalmente in linea con il testo sul quale si lavora. non deve – insomma – proporre il suo stile, ma adeguarsi lui allo stile dell’autore – essendo, appunto, al suo servizio.
più facile farlo se hai anche responsabilità editoriali, ovvero: se hai scelto tu il testo sul quale lavorare. ché quel testo lì – evidentemente – t’appassiona, e lavorare con passione è sempre meglio.
ma anche se il testo te lo impongono, le cose non devono cambiare: l’editor deve entrare totalmente nelle atmosfere del libro e nel suo senso, e proporre idee e modifiche “in linea” col testo.
essere invisibili, insomma. e dare supporto – gradito – all’autore.
e.