CAPITOLO VI
LA CASA DI RIPOSO
Tu sei una macchina, tu sei un ospedale, si ascolta in Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Io sono un ospedale costruito per nessuno. E me ne vanto, e ci canto su. Ma sono un’anomalia, un caso particolare: qui a Oik sono un po’ tutti operatori umanitarî, si specializzano in ospedali funzionali e accoglienti, salutari, paradisi artificiali per morti viventi. Nella verde Via Verdi, qui vicino, c’è il favoloso ospedale del Figliol Prodigo, attuale sede della casa di riposo.
Io e il Menecacci, come tutti, siamo stati almeno una volta lì dentro. Ambiente allegro triste da morire. Un mondo di soli anziani o sole anziane. Inadeguati non badano a se stessi, campano in semipiani di esistenza tutti loro; come vampiri autistici, succhiano l’osso dei loro ricordi: sono rinati e parlano del passato come se fosse ancora attivo; si convincono di avere figli giovani, ancora da sposare, si sentono importanti per qualcuno: insomma, si riprendono la loro giovinezza (giovinezza è: sentirsi utili al mondo).
Ecco l’elenco degli ospiti della casa di riposo, tutti catalogati, reimmaginati e naturalmente fotografati uno per uno dal Menecacci: il vecchio che chiede del figlio, il vecchio che aveva un gallo, la vecchia che preparerebbe la salsa tonnata ma le si è rotto il moulinex, il vecchio che ascoltando le previsioni del tempo simula competenza e pensa che possano verificarsi nuovi crolli, il vecchio che accoglie festosamente due angeli, la vecchia che era uguale a Elena Monti regina del cinema dei telefoni bianchi, il vecchio con le mani tremanti, la vecchia che stringendo al petto con la grazia di un giglio la bottiglia del latte attraversa la via, il vecchio che ha volato su un pallone con le ali, la vecchia che dice al Menecacci di essere sua zia, la vecchia che prima di portare il cucchiaio alla bocca pensa all’acqua danzante, il vecchio che dorme con il berretto in testa seduto al tavolo con i libri e il mappamondo e in mano la penna e gli occhiali.
Io e il Menecacci vorremmo fare un regalo a ognuno di quei vecchi così buoni, come facevamo da bambini, andandoli a trovare con le suore. A quei tempi pensavamo di sapere che cosa regalare ai vecchi, oggi non ne siamo più tanto sicuri; chissà, forse ne abbiamo perfino ucciso qualcuno: gli portavamo certi pandispagna, certi tobleroni. Morire in un delirio di kirschwasser e cioccolato dopo ore di degustazione, per eutanasia gastronomica. È giusto? Non si sa. Del resto ora non siamo più tanto convinti della bontà dei vecchi. Forse i vecchi di oggi non pensavano di vivere vite così lunghe, così sono rimasti un po’ interdetti, congelati in atteggiamenti immobilistici, e a noi figli della flessibilità questi ozymandias del posto fisso danno perfino un po’ sui nervi. In questo senso, e concordo con Venerandi¹, la morte del re dei quiz è un segno di speranza. In ogni modo, io e il Menecacci non siamo qui per perderci in regali, il nostro obiettivo è uno solo: dedicarci all’autobiografia di un uomo unico al mondo, raccolta dalla sua viva voce.
Questo signore non è né un premier afflitto da satiriasi né tantomeno una cariatide del rock, è uno di quei vecchi di una volta, schiena dritta, chioma bianca intorno a un volto grave, naso aquilino, occhi scuri. Ha vissuto in modo più o meno lucido la storia degli ultimi cento anni: laureato, ha avuto un ruolo accademico e politico; si è fatto una sua filosofia, e si è trovato nella posizione per esprimerla ai suoi concittadini. Insomma, una specie di Norberto Bobbio, ma senza la tessera dei GUF. Come potremmo chiamarlo? Glielo chiediamo. “Potete chiamarmi colonnello Krapp”, risponde. Bene, colonnello, cominciamo con le domande.
D: – Inizio citando un tuo articolo, Da dove esco io? Dove entro io?, uscito nel 19** sul numero monografico della rivista Opossum. Parli di Oik. Che significa per te questa città?
R: – Appena nato ho trovato subito lavoro, non era come adesso. Poi a oltre trent’anni ho vinto un concorso per un monumento all’indipendenza finnica e mi sono trasferito a Helsinki. Dopo, ho fondato il cinema finlandese, ma mi hanno rubato l’idea. Pensavo di essermi liberato di Oik, ma a novantotto anni non mi reggevo in piedi, mi hanno catturato e mi hanno trascinato fin qui in catene. Odio Oik e tutto ciò che rappresenta, è brutta come un accidente, come un ghiacciolo alla menta.
D: – Non stai facendo un po’ torto al cinema finlandese?
R: – Tutt’altro. Il cinema finlandese ha, comunque, una storia. Non è che si sappia molto, in Italia, del cinema finlandese.
D: – Andando a Helsinki, i tuoi contatti con gli intellettuali europei si sono rinforzati?
R: – Certo. Lyotard veniva. Gli preparavo la pasta, che gli piaceva tanto.
D: – A leggere il tuo articolo si direbbe però che tu abbia amato Oik alla follia.
R: – Sì, certo, un attaccamento a Oik c’era. Un attaccamento istintivo, come lo è ogni attività dell’id.
D: – E passavi anche tu le vacanze in Liguria, come Hemingway?
R: – Le passavo anch’io lì. Oggi sarebbe impossibile, non si trova più nemmeno un ombrellone.
(continua)


