Il colonnello che fu – metamorfizzato in massa molle, informe e gelatinosa, più o meno liquefatta, come un plasma di marmellata nera – ingloba la sedia e striscia verso gli occupanti della sala, sui pavimenti acri di varechina, ondeggiando sinuoso in un flaccido flamenco. Ampio e avvolgente come nel tai chi, lentissima danza ipnotica cinese, avanza fluido, spinto dalla fame atavica dei molluschi ancestrali, drizzando le antenne, scuotendo i suoi visceri spiralici, privi di simmetria bilaterale.
I vecchi, terrorizzati, fuggono dalla sala e si barricano in bagno; appoggiano gli amplifon alla porta e ascoltano, gonfi di paura, quel che succede fuori: si ode il flaccichio profondo del colonnello che avanza, e poi il mio cristo cristo in gemellaggio con la coppia cazzo cazzo, e finalmente la voce festosa del Menecacci, per niente intimorito dalla presenza del mostro. I vecchi, dai rumori, si immaginano una battaglia tempestosa, mentre magari noi lì non stiamo combinando una beata mazza, da bravi reporter con il fiuto per la notizia e poca o nulla attitudine alla vita pratica.
E infatti più che altro stiamo lì a guardare il colonnello che avanza e ogni cosa divora, aumenta la sua mole e il suo mollume da mollusco. Siamo atterriti, ma anche indubbiamente affascinati, stupiti dal suo gusto gasteropode. Ogni oggetto mangiato gli scende nelle viscere, poi si inabissa e ritorna a galla, gli rivive stampato sulla pelle traslucida, in una font modesta, del tipo garamònd. Così, colleziona parole, per poi farle guizzare in bella mostra, sui suoi anelli adiposi senza muscoli.
Il coraggioso Menecacci tenta di abbagliarlo con il flash, ma il blob ch’è il colonnello se ne infischia, s’ingobbisce e poi scatta: gl’ingloba la macchina fotografica. Quest’ultima riaffiora, quasi un teaser, sotto forma di indirizzo web.
Se si guarda meglio il mostro, si nota che le parole non gli si fermano troppo a lungo sulla pelle: dopo una sosta nel mollume, gli scappano via dal didietro. Man mano che avanza, lascia dietro di sé una striscia di parole, una bava babelica, come la benemerita, biblica biblioteca.
Io allora in un lampo di genio decido che è meglio dargli da mangiare il più possibile, in modo da fargli assorbire più parole di quante riesca a evacuarne. Mi getto verso le fauci spalancate del mostro, da dove escono fiotti di bava; gli dò in pasto le sedie e gli scialli, le cornici, le tende e i ventagli. Gli scaglio in bocca paralumi, cuscini e tappeti, dischi, vecchie apparecchiature elettroniche; un lungo elenco di soprammobili in forma di cani, di gatti, di pinguini, di fenicotteri.
Il colonnello mangia mangia, e alla fine esplode con tutta la violenza dei mostri velenosi, con un rumore sordo, rapido, come di un palloncino bucato da uno spillo, seguito da un tripudio di posate d’argento. Proprio così, posate d’argento. Centinaia di posate d’argento, propulse dalla forza dell’esplosione, schizzano in aria e ricadono tintinnando come una fontana nella sala. Io e il Menecacci ci nascondiamo sotto il tavolo per paura che forchette e coltelli ci aprano preziose ferite sulla schiena.
Piovono posate nella casa di riposo, e i vecchi escono dal bagno in un delirio di contentezza. Per anni, si erano lamentati dello scadimento del servizio in tavola, ma ora sanno che era tutta colpa del colonnello che, senza ritegno, rubava loro le posate di bocca. Ora sono di nuovo in armonia, e non sospettano più delle badanti, dei camerieri e della direzione. Ci invitano a cena perché, come diceva sempre il fondatore della casa di riposo, a questo mondo tutti dovrebbero mangiare con le posate d’argento.
Prima di accomodarmi al loro tavolo per il lieto fine, resto un attimo a fissare i resti di flaccidume e di bava lemmatica che erano il colonnello Krapp. Se devo dirla tutta, mi fa un po’ tristezza vedere un uomo tanto colto e postmoderno degradato a semplice ladro di posate. Era così simpatico, così pieno di verve, viene da chiedersi il perché di un simile gesto, ma poi viene da smettere di chiederselo e lasciare la domanda in sospeso, aumentando il senso di mistero che avvolge la sua morte.
Insomma, non è certo questo il luogo dove io posso dire la mia sulla morte del colonnello. Voglio dire, che brutta fine! Sembrava un intellettuale così degno, e alla fine si scopre che era solo un’orripilante enciclopedia di cazzate. Se avessi voluto dire qualcosa della morte del colonnello, avrei potuto dire: tutti credevano che fosse un uomo, e invece era una specie di lumacone crittografico, un polipone oulipiano.
Forse il suo ricordo non svanirà – ha titillato il mercato editoriale, ha attraversato il Novecento intero – ma che altri seguano il suo esempio, be’, la vedo difficile. Se le parole sono cibo, mi verrebbe da dire: non giocate con il cibo. Se le parole sono acqua, i pozzi sono avvelenati; se le parole sono elettriche, chi tocca i fili muore. Insomma, non giocate con queste cazzo di parole, così popolari, così pericolose.
MAPPATURA

