](http://milanoromatrani.files.wordpress.com/2010/03/vendola8-barilive-it11.jpg?w=409&h=261)
Chissà quanti delusi. Quanti frustrati. Dopo le regionali 2010 l’Italia è una Repubblica divisa in due, tenuta insieme dal libro paga berlusconiano. Il colore dei soldi è il verde, nei fumetti. Ma provo adesso – che magari si è più distesi – a dire tre cose. Che poi le cose, italicamente sono come le rose: ci stanno le spine, perciò bisogna esprimersi bene. E in fretta, su Internet. Allora l’altro giorno, Raiperunanotte, ci stava il regista, l’intellettuale. Soprattutto: vecchio. Ha detto, anche lui, delle cose. Io adoro i vecchi. Ma è il seguito che hanno che mi inquieta. Dopo che Monicelli ha parlato, il turbinio di aggettivi: “lucido”, ma anche “intellettuale” e “vecchio”, che pure è un aggettivo. Ma i vecchi, soprattutto se intellettuali, hanno questo: si tirano il diluvio appresso. E i vecchi, soprattutto se intellettuali, hanno vissuto abbastanza da sapere quello che dicono. Solo non sanno come i cervelli dei giovani decodificheranno il messaggio, io penso. Monicelli ha detto che la speranza è – in sostanza – una gran puttana da poveri cristi. Un concetto inventato dal padrone, per fregarti. Suona bene. Ha aggiunto, poi, che l’Italia è un paese conservatore, e che il cambiamento presuppone dei meccanismi che, in fin dei conti, ci fanno cacare sotto un po’ tutti. Perciò, ha concluso, è tempo di una rivoluzione.
Quando senti quella parola – però. Rivoluzione. Ti viene in mente Pasolini, una canzone dei Baustelle, il porno vintage, se va bene. A qualcuno scappa da ridere. Qualcun altro gli si stringe il cuore. Faccio un passo indietro, c’è sempre che “il cambiamento presuppone dei meccanismi che, in fin dei conti, ci fanno cacare sotto un po’ tutti”. Allora niente rivoluzione. Penso che per i nati dopo la guerra (quella Mondiale, quella civile, quella degli yuppies) la rivoluzione è un concetto del tutto simile a quello di speranza. Dormi, c’è sempre tempo. La facciamo domani.
Scrivo dalla Puglia. Sono stato lontano da qui solo per qualche mese, in vita mia. Perché qui non era aria. Non so che aria tiri adesso. So che sono passati i primi cinque anni di Nichi Vendola e adesso ce ne saranno altri cinque. Non sono un vendolino. O un vendoliano. So che ce ne sono, che molti ne nasceranno. Prima o poi tornerò a tuonare contro di lui e contro la Puglia-da-cartolina. So anche che mi fa sorridere quest’uomo che – in Puglia, chi vive in Puglia – conosciamo da una vita, come si dice qui, lo conosciamo vecchio. E ancora mi fa sorridere quando fa lo spiritoso. O quando dice che, adesso, per tre giorni, tornerà alle sue letture. Quando infila la Genesi in un comizio sul precariato, provocando infarti a catena tra radicali e comunisti. Quando parla di narrazioni, con la z dolce che sibila tra i denti. Quando è abbastanza cinico da mandarti a fanculo. Quando sbaglia, quando si rinchiude nel palazzo – come ha fatto fino a luglio. Questo è folklore, e in questo noi pugliesi siamo diventati bravi.
C’è però la qualità. Nei suoi comizi, tra acute disamine del berlusconismo e qualche sparata populista, il buon Nichi ha detto: “Bisogna elevare il tono”. Io mi sono detto che, se avesse vinto Palese – l’altro candidato – avremmo dovuto urlare. Ma no, non è un fatto di volumi. E’ qualità. E’ il lavoro del giorno, di ogni singolo giorno. Potrà finire Vendola. Si consumerà, io credo, come capita a queste figure storiche che il pubblico vuol toccare, al passaggio, vuol palpare fino ad arrivare alle ossa, forse solo per vedere se era vero. Ma l’idea, del tutto poco in voga in questi anni, che la qualità paghi – è questo dubbio che mi assale, che mi ha assalito e mi assalirà fin quando il Testa di Morto sarà lì – questa è salva almeno per una notte nella notte dell’Italia. Che i mulini a vento non siano i nemici invisibili, ma i propri demoni che, pur affrontati e sconfitti, non portano a nulla: che ci si trovi sempre nello stesso punto. Questa cosa, non dovrebbe esistere.
Fisicamente sì, io mi trovo nello stesso punto di prima. Forse ho anche fatto qualche passo indietro. Ma non a vuoto. I conti tornano. Non si spiegherebbero molte cose. Non si spiega perché. Tornano da tutta Italia per votare, e tu provi a spiegargli che nelle Fabbriche di Nichi pure, non bisogna illudersi. Perché, pure, tu sei ancora disoccupato, però ti dicono: io sono orgoglioso di essere pugliese, nella città in cui studio o lavoro. Ti viene in mente il Principe, con Pupo, quel tipo di retorica senza ossa, eppure in questi giorni – in cui pure, tranquilli, c’è il voto di scambio, non è ancora il Paradiso – non sei stato davanti a un pc come la maggior parte della gente che hai conosciuto su Internet a vomitare la tua superiorità (l’intelligenza si vomita, in rete) mentre fuori, il diluvio, tutto un andar via – in Italia non si può stare, ci siamo inventati la Spagna, e dopo la Spagna, Marte? Sei stato in giro. L’intelligenza 0.0. Non hai festeggiato, la letizia dell’animo nel sapere che il giorno dopo avresti potuto continuare a fare quello che fai. Cose piccole, ma buone – non perché sei buono, ma le senti, e dopotutto non ti sei ancora circondato di cretini in buona fede. La buona fede è un peccato capitale.
La rivoluzione, la speranza. Se ne occupino i militanti di un tempo e i credenti fuori dal tempio. A noi tocca il meccanismo: come funzionano le cose.
MAPPATURA


Beati.
MS
volevo scrivere anch’io qualcosa su Nichi Nicola Nikita Vendola. sul “male minore”, sul populismo, e sul fatto che tra tre anni ci daremo di nuovo da fare per portare Nichi Nicola Nikita a palazzo Chigi, senza fermarci dal via.
ma adesso mi leggo Marco, qui.
poi, la scrivo qualcosa: per esempio che nei comizi della Destra la parola più usata fosse “Vendola”, come nei comizi dei piddini la più usata comincia per B., e tutti e tue V e B vincono.
e-
Non so se sia più triste – e inutile – votare per la regione in cui vivo o per la regione nella quale dovrei votare. Il day after elettorale semina sempre morti e dispersi quassù nel Lombardoveneto. Profondo nord.
o0.
E l’unica cosa per cui posso esultare è la sconfitta cocente di Brunetta, mica l’elezione di Orsoni.
Se ne riparlerà tra cinque anni, di Orsoni: ma m’ispira zero.
Semmai, Nano della Pubblica Amministrazione: di là non si passa.
MS
dài, dovete avere solo tre anni di pazienza…
e-