Se fossimo su Anobii e si trattasse di un libro dovrei mettervi in guardia. Sto per anticiparvi qualcosa della trama di Franklyn. Franklyn è un film ingannatore. E’ fondato sull’inganno – e dunque sulla trama. Ma non si può parlare di Franklyn diversamente da come sto per fare adesso. Presumo che lo abbiate già visto – e chi non lo ha fatto, credo debba assolutamente farlo.
Siamo su Internet e la vostra attenzione è al limite. State per cliccare sulla finestra accanto. Franklyn invece è un film e va visto per intero per essere assorbito, un mosaico. Come la croce del pazzo/inserviente/psicanalista, che verrà a comporsi negli ultimi quindici minuti della pellicola. Stando invece ai primi minuti – e alla locandina, e al trailer, ecc. – Franklyn appare come un film post-apocalittico con un uomo in maschera per protagonista. Un incappucciato misterioso che girovaga per la Città di Mezzo in cui ogni cittadino è iscritto a una religione, e c’è davvero una religione per tutti i gusti – Le estetiste del Settimo Giorno, ci sono anche loro, giuro. La religione come prodotto, o il contrario. L’uomo incappucciato detesta il controllo sociale indotto dalle religioni/merci della cupa Città di Mezzo. E stanotte sta per uccidere un uomo.
Stacco. Vita di tutti i giorni, una città inglese. Un ragazzo, indomabile romantico, viene lasciato sull’altare. A dirla tutta fa spallucce. Prova ad andare avanti. In effetti cammina. E per strada si convince di averla vista. Lei, proprio lei. La donna della sua vita: quella vera.
Intanto madre e figlia sono dallo psichiatra. La ragazza studia all’accademia. Sta preparando un progetto, come dire, particolare: un filmato in cui lei si suicida più volte. Tutto vero, anche questo.
Stacco. Un uomo, infine, alla ricerca di suo figlio. Suo figlio è stato in guerra in Medioriente. Al ritorno in Inghilterra è fuggito. Ha spaccato le ossa a qualcuno. Minaccia di uccidere qualcun altro. Proprio stanotte.
Franklyn è un film drammatico, punto. Tre dei personaggi sopra descritti sono affetti da schizofrenia. Hanno un doppio che li divora da dentro. C’è da dire che, se hai qualcuno che sta scavando dentro di te, l’impressione che noi normali ne abbiamo – spesso – è che dentro lo scavato debba esserci un capolavoro. Oh, quanto amiamo la schizofrenia, la follia, quella altrui. Si arriva a invidiarla. Così immaginiamo che il lavorio dell’Altro dentro gli altri sia una specie di opera d’arte; dentro, gli schizofrenici devono averci una reggia, un giardino ritagliato ad arte da chissà quale Edward Mani di Forbice.
Ma non è così – e Franklyn, che non è un film di supereroi ma un film drammatico, lo dimostra nonostante la frammentazione su cui si regge necessariamente la trama. Niente supremazia della tecnica, insomma, per quanto la regia sappia ben mischiare il videoclip con Caravaggio. Tre dei personaggi sopra elencati hanno un autentico dolore che solo la finzione – il mezzo – può trasfigurare nella Città di Mezzo per uno, nel videosuicidio artistico di un altro, nella donna della vita intera, infine, per un terzo. Curioso come ogni personaggio si affidi a un medium narrativo diverso, diversamente efficace, per far affiorare l’Altro: c’è chi crede a una tradizionalissima favola, chi si attacca a una videocamera – fino a inchiodare la verità e saperla credibile solo una volta filmata – e chi, da ultimo, si affida appunto a un universo supereroistico per commettere un omicidio.
Non è poco per un’opera prima a budget ridottissimo (con – peraltro – una colonna sonora che non è il solito ammasso di archi, improvvise virate su piano solo e schitarrate dell’ultimo gruppo punk). La schizofrenia, la finzione, il cedere una parte della propria personalità a un medium – inchiodarsi, insomma, a delle forme narrative che non siano la vita vera, tutto questo in un colpo solo, con una regia che concede il giusto alla forma: ho solo da chiedere scusa per le anticipazioni.
MAPPATURA


Un genio chi ha scritto questa “recensione”. Grossa stima.
Simone da Spoleto
Concordo appieno con la recensione. Il film mi ha affascinato. L’ho trovato davvero eccellente.Solo non capisco i due “angeli”. L’uomo che pulisce i pavimenti e la ragazza immaginaria sono come due “angeli” che aiutano, che guidano, solo che uno dei due (la ragazza) è esattamente come emilia, e per questo il ragazzo alla fine si innamora istantaneamente di lei. Non ho capito bene il senso di questa scelta, sebbene aggiunga maggiori affascinanti interrogativi nel film