Agli autori del gruppo Mondadori
24 agosto 2010 di matteoplatone
(Dal sito Valigia blu)
Vito Mancuso, dalle pagine e dal sito de La Repubblica, ha posto una questione morale su come poter continuare a pubblicare con la Mondadori dopo l’ennesimo provvedimento ad personam di questo governo, che ha di fatto cambiato una maxi-vertenza con cui la Mondadori avrebbe dovuto dare al fisco (e quindi allo Stato, a noi cittadini) se avesse perso il terzo grado di giudizio 350 milioni di euro, commutando la somma in 8,6 milioni di euro.
Ma, a ben guardare, la questione morale è assai più vecchia, andrebbe fatta risalire alla guerra di Segrate, al Lodo Mondadori e, soprattutto, al processo per il Lodo Mondadori. Da lettore posso dire che, ormai, certi libri non hanno lo stesso sapore, certe parole non hanno lo stesso peso, nella palese ed evidente consapevolezza che, volenti o nolenti, contribuiscono in modo organico ad uno status quo che rende il nostro paese un’anomalia infelice o grottesca, di sicuro non democratica.
Sono parole disinnescate. Uno può crearsi mille sofismi per fare finta di nulla o far finta di aver capito tutto, ma tra tanti sofismi una verità s’impone nella coscienza. Certe parole sono svuotate di contenuto, ora: magari tra cent’anni no, si potranno leggere per il loro contenuto artistico, ma oggi come oggi acquistare o non acquistare libri della Mondadori è per me un atto politico, è decidere se dare un contributo, anche infinitesimale, ad una cultura politica basata sulla sostituzione dello stato di diritto con l’interesse personale, dietro la scusa, astratta e propagandistica, della ‘maggioranza’.
E non perché penso che Mondadori sia una casa editrice cattiva, mentre le altre sono buone, ma perché ritengo che uno stato di crisi richieda, per uscirne, una scelta che ci separi da qualcosa che non ci rispecchia più; altrimenti lo stato di crisi diventa una scusa, diventa lacrime di coccodrillo, diventa la dolente maschera dell’ipocrisia elevata a regola di vita. Non ho nulla contro voi scrittori che attualmente pubblicate con il gruppo Mondadori, nulla contro Vito Mancuso, l’autore dell’articolo, e nulla contro gli autori da lui citati: Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano, Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi; nulla contro voi altri tutti. Non vi conosco personalmente, e di alcuni ho anche apprezzato i libri. Alcuni probabilmente stanno vivendo una crisi particolare, magari perché hanno dei contratti con penali che non potrebbero pagare, magari perché il libro in uscita è per loro una necessaria fonte di sostentamento. Però anche quei 173 milioni di euro sarebbe potuti diventare una fonte di sostentamento per qualcuno o per molte famiglie.
Perciò, per questioni di coscienza, cari scrittori che pubblicate con il gruppo Mondadori, ho deciso che non comprerò più i vostri libri. Qualora decideste, di pubblicare con altro gruppo, tornerò a comprare i vostri libri (nei limiti delle mie possibilità economiche), per sostenere questa vostra scelta moralmente nobile, e a darne il più possibile informazione alle persone di mia conoscenza.
Distinti saluti,
Matteo Pascoletti
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e arriva anche qui la stanca questione Mondadori sì, Mondadori no…
perché ‘stanca’?
perché, Matteo, ogni tre, quattro mesi, qualcuno scende dal pero – come Vito Mancuso, e come quelli che riprendono il Vito Mancuso di turno – e si accorge del “problema Mondadori”. e questo da quindici anni.
scartabellando in Rete si trova facilmente la Lettera a Pulp di Tiziano Scarpa, in risposta all’accusa di pubblicare per Einaudi – mi pare fosse il 2000. di volta in volta la polemica ha riguardato i Wu Ming [che replicano: "noi siamo il cavallo di Troia, dentro la major"], Saviano [accusa: ma come? contesta B. e pubblica per lui? risposta di Saviano: "non sono io un dipendente di B., ma è lui che guadagna dai miei libri"]. persino Antonio Moresco è stato “accusato” di pubblicare per.
si contribuisce allo status quo – per usare le tue parole – anche pubblicando una ciofeca di libro ipercommerciale per la più sfigata delle case editrici italiane.
i libri vanno giudicati a prescindere persino da chi li scrive, figurarsi da chi li pubblica.
la decisione di non comprare Mondadori, andrebbe estesa alle altre major – che non ragionano con una logica diversa, anzi… – e alle piccole case editrici che non pagano i loro collaboratori, alle medie c.e. che non pagano le royalties ai loro autori, alle c.e. a pagamento.
resterebbe molto poco da leggere, Matteo.
forse ha più senso coltivare e condividere un’idea altra di letteratura, a prescindere dall’editore.
questa “attualità” – finta – mi ha stancato.
preferisco immaginare un modo diverso di fare le cose, e provare a metterlo in pratica.
e-
Che quella di Mancuso sia attualità “finta” lo credo anch’io per certi versi, perché la tempesta dichiarata” più che agita fa un po’ lacrime di coccodrillo.
Sui casi Wu Ming, Scarpa e Moresco taccio umilmente perché non ho seguito la questione.
Saviano aveva dichiarato che stava pensando di lasciare Mondadori, dopo le ultime polemiche. Ora non mi risulta che abbia detto “ho finito di pensare, ho deciso di restare/rimanere, e ho deciso così perché”. Sarebbe anche interessante sapere, visto che il problema se l’è posto pure lui (per ragioni che poi reputo sacrosante, viste certe esternazioni di persone che si arricchiscono grazie a lui -spiegazione però un po’ egocentrica!-), se sta ancora pensando, ecco.
Quanto alla mia decisione, dico che
intanto è un punto di partenza, e sarà sempre in difetto rispetto al reale, quindi poteva/doveva essere un’altra scelta, quindi il problema è un altro, ecc. è uno schema che credo si presenti ogni qual volta si accinge a compiere una scelta, in quei momenti in cui ci si confronta a monte con i possibili errori.
Per me si tratta di coscienza, che è una rotta, più che un approdo. è un modo di fare centro (e, nei limiti, darne testimonianza), più che di dire “ehi, ho trovato la soluzione”. Quindi sì, è una stronzata colossale, ma mi fa sentire più leggere, nel senso che toglie peso.
Sul discorso libro ipercommerciale eccetera sono d’accordissimo, enrico. comunque, se in generale hai una lista lista, falla pure! alla peggio, smetto di comprare libri, e mi do alla meditazione tantrica
ahah
vuoi una lista di editori dei quali non comprare i libri?
guarda che è bella lunga…
però, io stavo dicendo l’esatto contrario: ovvero: chi se frega dell’editore, e, persino, dell’autore [conosco perfetti stronzi che scrivono bei libri...]: conta il libro.
confrontiamoci, e diffondiamo i buoni libri. ha più senso, secondo me. anche perché Mondadori continuerà a essere una major, e a vendere i libri che vuol vendere.
e-
http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/#more-36467
http://www.giuliocavalli.net/2010/08/24/mondadori-mi-sono-giocato-un-sogno-per-un-po-di-coerenza/
sono d’accordo con enrico, per carità è giusto che ognuno compri o non compri quello che vuole, dato che a volte sembra che comprare-noncomprare sia l’unico spazio di libertà individuale – di scelta – che ci è rimasta.
però credo che i libri andrebbero giudicati solo dal loro contenuto e basta. perché non sono un vasetto di yougurt (mi viene in mente il boicottaggio lanciato e mai riuscito verso la daxxne), sono cibo per l’anima e come tali andrebbero considerati al di là delle logiche del mondo, includendo in esso la politica e il fisco.
la questione Mondadori andrebbe affrontata non come lettori ma semmai come elettori. allora sì che darebbe i suoi frutti.
in effetti, matteo, enrico, in italia è difficile comprare qualsiasi cosa su carta che non sia di proprietà dei berlusconi.
per me che sono una che si diverte a leggere, e leggere è diventata una questione estremamente dispendiosa, acquistare con sconti anche del 70% da mondolibri, non mi fa specie, anzi!( l’ultimo acquisto è stato ” politicamente scorretto ” di minà, un paperback di sperling& kupfer da 12euro e 50, senza sconto. un bel prezzo, no? politicamente scorretto, senza meno! )
se dovessimo farne anche su questo una questione morale, non compro perchè è di tizio e caio, staremmo freschi!
come dice kitiana, attenzione alle urne quando è il momento…
Mi pare di capire che quando Berlusconi dice “sono al 60%” non parla di sondaggi, ma di sconti!
DD
ma sì, alla fine, i libri, si possono leggere anche senza doverli comprare. oppure scontati, usati ecc.
e-
leggere solo i classici comprati di seconda mano e rubare il resto.
mi dispiace, ma rubare è un reato. e – soprattutto – si ruba a qualcuno.
considera, invece, che i “classici” sono quasi tutti disponibili, liberamente e legalmente, in Rete.
che esistono le biblioteche, in quasi tutte le città – nella mia, per esempio, no, ma è che noi siamo un caso a parte – ed esiste il prestito gratuito.
[oltre che il bookcrossing, lo scambio di libri e molte altre belle cose]
e-
anonimo. gli ” espropri proletari ” pare siano passati di moda!:-D
insomma ragazzi, diamo da mangiare anche alle giovani leve! è vero, esistono le biblioteche pubbliche, meno male, ma è anche vero che sono una ” maniaca ” e i libri debbo ” possederli “!:-))
@enpi
“i libri vanno giudicati a prescindere persino da chi li scrive, figurarsi da chi li pubblica.”
Stending ovescion. (Enrì, non capita tutti i giorni, segnati ‘sta data: pubblicamente ti do ragione!
)
MS
Sono contrario. Che non si debba appiattire tutto su un livello, ok, ma ‘prescindere, prescindere, prescindere’ no.
be’, matteo, provo io a fare due esempi, contro il mio “prescindere”.
esempio 1: un classico, italiano, per il quale sia decaduto il diritto d’autore. quindi liberamente stampabile da chicchesia.
il Decamerone, diciamo. qui io scelgo, in effetti, l’editore e l’edizione. sceglierò in base al commento critico, o al prezzo, o alla qualità dell’oggetto-libro.
quindi: si può dire che “prescindo” dall’editore?
in realtà sì, perché ho scelto il libro, e poi ho scelto nella varietà di edizioni esistenti.
esempio 2: il peggior autore della Storia dell’umanità. uno di quegli “uomini” che andavano uccisi da piccoli – no, non sto scherzando, dico sul serio – Adolf Hiltler. ebbene, persino, il Mein Kampf ha “senso” a prescindere dal suo autore. è – comunque – uno schifoso insieme di razzismo, antibolscevismo e autoesaltazione. lo puoi leggere e giudicare, insomma, a prescindere dal suo autore.
certo, è vero l’inverso, pure: è un documento “importante” per capire il nazismo, e la stupidità umana, e per farti un’idea abbastanza chiara sull’autore.
ma i libri son libri, e sopravvivono a chi li scrive, e a chi li pubblica la prima volta. persino ai loro lettori.
e-
[ho messo un paio di incongruità apposta, così dibattiamo un po', ché l'argomento mi piace assai
]
Ma io infatti nella lettera ho separato i due piani
Cioè: esempio 2, sono d’accordo.
Ma nel ’33 comprare il Mein Keimpf aveva un senso diverso dal comprarlo, che so, nel 1985, per esempio.
Forse si può decidere di non comprare il libro perché non piace, perché non corrisponde alla propria idea di mondo, perché oggi piove. Esempi: Dan brown non lo compro neanche se mi danno un premio per averlo fatto.
Ma – tanto per cambiare – decido di comprare il libro per la qualità (presente o meno) del libro in sé.
[L'unico caso in cui non ho comprato un libro è stato quando sapevo che l'edizione faceva pena (i libri della Demetra, per dire).]
MS
Curiose queste eccezioni, o mio omonimo.
@omonimo
L’edizione faceva cagare nelle traduzioni, nella grafica, nella qualità della copertina e della carta.
Curioso li chiamassero “libri”, i loro: ma tant’è.
MS
No, nel senso che allora si può non prescindere (tertium non datur), che è la mia tesi. Hai sprecato una standing ovation
@omonimo
Fermo là: le eccezioni valgono in quanto oggetto d’arte. Frega niente (nel ragionamento che ho espresso) a chi appartenesse Demetra.
Se la tesi di Enrico, per la quale ho espresso stending ovescion, è: chi se ne ciava dell’editore, vale (o non vale) il libro in sé e per sé, allora la mia frase va in quella direzione lì: il libro è editato col culo, non lo compro; se fosse editato meglio (anche da un nazista), lo comprerei.
(Adesso non appuntiamoci al discorso del nazista, è un’iperbole
)
MS
più che un’iperbole è un’involontaria autoconfutazione tramite reductio ad absurdum.
@omonimo
Ok.
MS
Mondadori? Berlusconi?
Mi pare che la polemica di punta dell’estate italiana sia una copia trita e ritrita di polemiche uguali che compaiono con allarmante frequenza ogni qualvolta i nostri amati politici vanno in vacanza e ci lasciano sprovvisti di argomenti e pettegolezzi cui parlare…
Oggi, nel 2010, ogni italiano sa che cos’è il conflitto d’interessi, sa che cos’è la mondadori – mordor – e ognuno è libero di fare le proprie scelte.
Quello che un poco mi urta è che, con allarmante frequenza, nomi vari della nostra intellighenzia debbano sentirsi in obbligo di dire “io non pubblico per Mondadori”, “io ci pubblico, ma soltanto per motivazioni x”, “io non compro” ecc ecc. Mi urtano un po’le sviolinate morali. Ma probabilmente è solo un problema mio.
Un bacio a tutti, belli e brutti.
Stavo per scrivere “conoscere non è sapere” poi mi sono menato da solo, per fortuna
lo diceva il mio oroscopo che erano giorni fortunati: dopo Matteo, anche Mich FoLLeLfo è d’accordo con me. che dire?
sono commosso
a questo punto potrei scrivere un post su questa cosa della Mondadori.
direbbe all’incirca questo – diciamo che questi sono gli appunti sparsi:
posto che sia vero che libro deve essere giudicato a prescindere da chi lo pubblica, il fatto di essere pubblicati da Mondadori è una certificazione di “qualcosa”?
ovvero: se davvero Mondadori – Einaudi, Piemme ecc. – è al servizio del suo proprietario, questo vuol dire che un libro davvero contro (“rivoluzionario”) non uscirebbe mai con Mondadori? e che – quindi – tutto ciò che esce con un editore del gruppo è “depontenziato” all’origine dagli autori? non cambierà nulla?
[ma poi questo chi lo giudica? e Gomorra - per esempio - è un bug in quel sistema?]
vediamo un po’ se mi ci metto…
e-
Basta che non scrivi cose come “l’Italia è un paese libero / siamo in un paese libero / ognuno è libero di fare le proprie scelte”.
direi proprio di no.
e-
arrivo in ritardo e non ho letto tutti
mi piace enrico quando dice:
“la decisione di non comprare Mondadori, andrebbe estesa alle altre major – che non ragionano con una logica diversa, anzi… – e alle piccole case editrici che non pagano i loro collaboratori, alle medie c.e. che non pagano le royalties ai loro autori, alle c.e. a pagamento.
resterebbe molto poco da leggere, Matteo.
forse ha più senso coltivare e condividere un’idea altra di letteratura, a prescindere dall’editore.”
se possibile, una piccola editrice che si nasconde dietro lo slogan “io faccio cultura” (col culo degli altri) mi irrita ancor di più di mondadori e del gruppo editoriale l’espresso.
sul mein kampf, la continua e falsa e trita e stupida attualità… io consiglio sempre tre pastiglie di kurt vonnegut prima di andare a dormire. e consiglio assolutamente, in questo caso – lo scriverei in corsivo – “madre notte”.
@enpi
«lo diceva il mio oroscopo che erano giorni fortunati: dopo Matteo, anche Mich FoLLeLfo è d’accordo con me. che dire?
sono commosso»
Quando non dici stronzate, sei adorabile!
MS
onestamente non capisco questa polemica e non l’ho mai capita per il semplice motivo che chiunque non voglia acquistare i libri mondadori/einaudi/ecc… può farlo agevolmente senza rinunciare a nulla: basta che vada a prenderseli in biblioteca (come faccio io, da almeno vent’anni non compro un libro), anche perché appunto stiamo parlando di mondadori ed einaudi, non di editori introvabili che devi andare a cercare in minuscole librerie o in enormi megastore che hanno davvero tutto.
qualsiasi titolo mondadori lo trovi in una qualsiasi biblioteca minimamente fornita, lo prendi in prestito per un mese, te lo leggi, magari fotocopi anche i brani che ti servono, e tutto questo senza dare neanche un centesimo a mister berlusconi o all’autore venduto che per lui pubblica, se proprio ci tieni o davvero ti serve leggere quel libro (a parte i centesimi pagati dalla biblioteca per pagare il libro ok, ma tieni conto che molto spesso i libri vengono donati alle biblioteche, anzi quasi sempre).
Considerando comunque il fatto che dire sempre che ognuno è libero di far quel che vuole, che tutto è giusto e tutto è sbagliato, che tutto e il contrario di tutto, che tirar via il pallone alla viva al parroco fa salire la difesa…
Beh insomma, al tipo-Mondadori è un modo di ragionar che può piacere.
Scende in campo Vittorio Alfieri…
da “Del principe e delle lettere”
“… colui, che ha necessità di appoggio per sostentarsi, può egli avere spinto tant’oltre il suo imparziale ragionare e riflettere? ed essendosi pure spinto fin là, non sceglierà egli piuttosto ogni altra via, che quella di un’arte sublime, per procacciarsi il più infimo indispensabile sostentamento?
L’uomo, che con qualche dritto si lusinga di conoscere il vero, e che si sente il nerbo di esporlo con forza ed eleganza, o dee avere il bastante per vivere, o contentarsi del pochissimo, o rinunziare all’impresa, o guastarla.
Ma io dicitor di paradossi parrò, se esemplificando non provo, o almeno non identifico il mio pensiero. «La fama di Virgilio è somma; chi non se ne appagherebbe? chi l’ha agguagliato, non che superato? ed egli era pure protetto e pasciuto da Augusto.» Rispondo: «La fama dei libri di Virgilio è somma; e tale, quasi per tutti i lati, la meritano; e quelle parti di essi, che possono essere combinabili colla timidità dell’autore, e coll’avvilimento della sua dipendenza, vi si scorgono tutte perfette; sceltezza e maestà di parlare, varietà e imitazione d’armonia, vivacità di colori, evidenza, brevità, costume, e mill’altre: ma la principalissima parte d’ogni scritto, che dee essere (per metà almeno) l’utile misto col dilettevole; quella parte divina, che ha per base il vero robusto pensare e sentire, totalmente quasi manca in Virgilio». Alle prove. Discende Enea nell’inferno, e gli vien fatta la rassegna dei grandi uomini che sono per illustrar Roma, e per farla poi un giorno signora del mondo. Quale scrittore di verità, qual pensatore, qual gelido cronologista per anche, si attenterebbe fra questi di mentovarvi primi Cesare ed Augusto? e di mentovarli con ben altre lodi, che gli Scipioni, i Regoli, i Fabrizi, ed i Fabj, i quali seguono col misero corredo di pochissimi versi. Non contento di ciò, Virgilio spende diciannove altri eccellenti e toccantissimi versi per far menzione d’un Marcellotto nipotino d’Augusto, morto nell’adolescenza, il quale sarebbe affatto sconosciuto, se non era la vile sublimità di quei versi. Ma, per Catone, un mezzo verso basta a Virgilio; tre soli per Giunio Bruto; nè una parola pure per Marco Bruto. Molti altri grandi vi sono appena accennati; moltissimi preteriti del tutto, e fra questi (chi ’l crederebbe?) il gran Cicerone; perchè quel sommo oratore recentemente allora caduto era vittima di quella stessa tirannica mano d’Augusto, che, sanguinosa ancora e fumante del sangue dei cittadini romani, pasceva ed avviliva il niente romano poeta. Anzi, Cicerone dalla codardia di Virgilio viene espressamente insultato con quelle infami parole: Orabunt (alii) caussas meliùs; nelle quali uno scrittore latino eccellente, con vile e menzognera sfacciataggine, gratuitamente accorda la palma della eloquenza ai Greci, o a chi la vorrà; e ciò soltanto per toglierla a Cicerone. Il lettore, a tai passi, ripieno di giusta indegnazione, è sforzato a gridar fra se stesso: «Ecco il pane di Augusto; ecco l’utile, che arrecano i principi protettori alle lettere; ecco l’inganno, la viltà, e l’errore, che non mai da essi, nè dai clienti loro, scompagnare si possono».
Parmi innegabile, che Virgilio in questo luogo, e in mille altri simili, abbia voluto piacere ad Augusto più che a se stesso; e che in ciò solo abbia ardito scostarsi da Omero, il quale non tradì mai il vero e se stesso per adular chi che fosse; e che poco si sia egli ricordato della grandezza di Roma, e meno curato della propria fama fra i posteri. Virgilio dunque, nell’atto di scriver tal cosa, o non sentiva, o, (che peggio è) sentiva egli e tradiva l’importanza del sublime suo incarico fra i suoi coetanei; di essere il poeta nazionale di un popolo, il primo che mai fosse stato sul globo, e che ridottosi allora schiavo di fresco, non ne era ancora certamente divenuto l’ultimo. Virgilio non conoscea dunque se stesso, poichè non si supponeva da tanto, di potere, con la bellezza ed energia del suo verseggiare divino, riaccendere a libertà e a virtù quel popolo, qual ch’ei si fosse. E se egli anche non potea pure lusingarsi di tanto ottenere, un poeta veramente romano avrebbe soddisfatto almeno a se stesso, alla patria, e alla fama e gloria d’amendue, col solamente tentarlo. Ma, potremmo noi credere mai, che Virgilio, quel sovrano scrutatore degli umani affetti, queste cose tutte al par di noi non sapesse? no certo. Eppure ei fece il contrario; e perchè? perchè non seppe, o non ardì egli conoscere e stimare se stesso. E perciò egli ha fatto il suo libro assai minore di quello che avrebbe pur potuto e dovuto essere; e perciò egli ha fatto se stesso minor del suo libro.
Se egli dunque non avesse avuto nell’animo quella viltà, che sempre dà il pane principesco, assai maggiore sarebbe stato egli stesso, e quindi assai maggiore il suo libro. Che niuna cosa non viene chiamata mai somma, finchè si ha pure idea di un meglio, eseguibile. In un poema che ha per titolo, ROMA; quale, senza però darglielo, ha preteso di fare Virgilio; egli vi poteva e dovea inserire, per la parte robusta pensante e giovevole, una grandezza, verità, libertà, e forza, che invano vi si cercano. Virgilio dunque ha tradito in ciò la gloria di Roma, scambiandola (e non a caso) con quella dei Cesari; e ad un tempo stesso egli ha di gran lunga menomato la propria. E tutto ciò, perchè Virgilio non ha pienamente conosciuto, o voluto, o ardito conoscere, stimare, e piacere a se stesso.
E questa parola SE STESSO, ch’io tanto ribatto, si dee talmente dall’artefice in tutta la sua immensità immedesimare colla parola VERO, che quando egli dice dopo il maturo esame d’una opera sua, come d’una altrui, NON MI PIACE, equivaglia ciò per l’appunto al dire, NON CI È IL VERO: con quelle picciole restrizioni però, che le facoltà limitate dell’uomo richiedono pur sempre; ma, che non sostituiscono tuttavia mai il falso al vero.
Alcuni, per distruggere in una parola quanto io finora ho ragionato intorno a Virgilio, diranno; che egli non avrebbe forse scritto nulla, senza la protezione d’Augusto. Rispondo; che così può essere, e ch’io stesso così credo; e che a ogni modo noi dobbiamo pur essere molto tenuti ad Augusto di un tanto poema, in cui ciò che manca non si suol mettere in contrappeso dai più con tutto quel che vi abbonda. Gli amatori principalmente di poesia, che con tanto trasporto leggono e debbon leggere l’Eneide, così dicono; e così debbono dire. Ma chi specula in grande, è sforzato a giustamente conchiudere, che il bene di una cosa non ne toglie però il male; e che dovendosi cercare, per quanto è possibile, sempre quella perfezione che sta sola nel maggior utile, indispensabilmente ella si dee sempre originare o dalla schietta verità, o dalla finzione che venga a concludere in qualche utile verità. Quindi, anche gli amatori più caldi di Virgilio (e mi vanto io d’esser uno di quelli) debbono pur confessare, se intendono ed amano il vero, che Virgilio, nato cent’anni prima con le stesse sue doti, avrebbe fatto di tanto migliore il poema, di quanto quella Roma era miglior della sua; ovvero, che essendo anche nato sotto Augusto, se egli, provvisto delle prime necessità, avesse avuto sì fatta altezza nell’animo di tornarsene a scrivere liberamente il poema nella sua nativa palude, e che scrivendolo avesse avuto sempre in vista di piacere al vero e a se stesso, Virgilio in tal modo sarebbe pervenuto a piacere e a giovare assai più a’ suoi coetanei, e a’ suoi posteri: e tessuto avrebbe un poema tanto maggior di quel suo, quanto l’animo, i costumi, la vita, e la sublimità d’un vero saggio indipendente avanzano i costumi, la vita, e la bassezza d’un tiranno, e dei suoi cortigiani.
Quale romana storia agguagliare si potrebbe ai più luminosi e forti tratti di essa, espressi coi sublimi versi di Virgilio? A far rinascere Romani in Italia, quali insegnamenti più alti e più caldi si potevano mai lasciare ai venturi giovanetti, che le imprese dei Bruti, dei Fabj, e dei Deci, da Virgilio pennelleggiate? E se i diciannove versi da lui consecrati ad eternare la nullità di un Marcelluccio cesareo, con miglior senno consecrati gli avesse ad un Regolo, o ad uno Scipione romani, la immensa, e purissima gloria che glie ne ridonderebbe da tanti secoli; la soddisfazione, più cara ancora che la gloria, di avere con egregio stile laudata la egregia virtù; non gli sarebbero elle state più nobile e desiderabil guiderdone, che non quella disonorante mercede di non so quanti talenti da Livia donatigli? I versi eccellenti, consecrati a lodar la virtù, hanno la loro mercede in se stessi. Nessuno eroe romano ricevea mai guiderdone di danari dalla patria sua per aver fatto una nobile impresa; ed ardirebbe riceverla colui, che degnamente cantandola si mostra degno e capace di bisognando eseguirla?
L’amore dunque della fama presente e non vera, spesso fa perdere, e talvolta scemar, la futura, che sola è verace, e durevole. I sommi scrittori lascino per tanto ai mediocri godersi questa picciola e momentanea fama, che è veramente la loro, poichè se ne appagano, e poichè dalla altrui potenza si ottiene. Ma essi, caldi proseguitori della vera fama che sta in loro stessi, e che dal vero e dal tempo soltanto si ottiene, nessuno altro termine pongano alla loro virtuosa e nobile brama di giovar dilettando, se non se la infinita serie delle future generazioni. E sempre abbiano presente, che un Omero ha dato e vita e fama perenne ad Achille; ma che nessuno Achille mai, non che un Omero creare, bastato sarebbe colle proprie forze a dar vita e perenne fama a se stesso.”
@matteoplatone
Non lo trovo su Repubblica online, però!
MS
Un punto non trascurabile della faccenda è che, secondo la magistratura italiana, che si è espressa in due gradi di giudizio, Mondadori NON doveva 173 milioni al fisco.
Altro punto non trascurabile della faccenda è che, secondo la magistratura italiana, che si è espressa finora nel primo grado di giudizio, Mondadori DEVE 750 milioni alla Cir come risarcimento.