Sottotitolo: una recensione scritta per un motivo preciso che invece stava lì a prendere polvere di byte da mesi e mesi e mesi e mesi
Chico Buarque - Latte versato [Feltrinelli, 2010, pp. 144 - € 13]
Dal suo letto di estrema degenza Eulàlio d’Assumpção, centenario, bicentenario (?), sicuramente moribondo ultimo discendente di un’ormai decaduta stirpe brasiliana, racconta in un ininterrotto flusso di coscienza i ricordi di una vita. Definire racconto il delirio di Eulàlio è riduttivo, “Latte versato” – l’ultimo romanzo dell’amatissimo e straordinario chansonnier brasiliano Chico Buarque – è un viaggio nello stratificarsi e nel rigenerarsi della memoria. Eulàlio presume di rivolgersi ora alla figlia, ora a una sconosciuta o all’infermiera, supponendo che l’ascoltatrice – chiunque lei sia, sempre una donna più o meno premurosa e che lui in ogni caso non riconosce (e come tale infinita e sostituibile incarnazione dell’ideale femminino) – stia appuntando i suoi vaneggiamenti. Il monologo del vecchio degente infatti è in continua mutazione, e a ogni visita del narratore i tasselli della memoria si ridispongono come i cristalli in un caleidoscopio:
“La memoria è un vero pandemonio, eppure là dentro c’è tutto, dopo aver scartabellato un po’, il proprietario riesce a trovare qualsiasi cosa. Ciò che non dovrebbe succedere è che qualcuno si intrometta dal di fuori, come la donna di servizio che sposta le carte per mettere in ordine la scrivania.”
Capita a Eulàlio di tornare sui suoi passi, di rovistare tra i segmenti del proprio vissuto e di ricostruirli, di volta in volta, differenti. Si confonde il vecchio, e rivede come in un film le scene sparite, disperdendo l’archetipo in infinite varianti. L’ossessione principale di Eulàlio è l’ormai lontanissima – e scomparsa – moglie Matilde (ma scomparsa come?, c’è un’ipotesi dominante accompagnata da una miriade di supposizioni, precisazioni, titubanze, dubbi), la cui indimenticabile immagine di mulatta adolescente continua a tormentare i ricordi del vecchio per tutta la lunghezza del racconto/vita. Eulàlio cerca, prima del sonno, sulla branda dell’ospedale, i passi al ritmo di samba e maxixe di Matilde nello chalet di Copacabana, immaginandola insidiata dal lascivo colonnello Dubosc. Oppure la aspetta, tra le ingannevoli pieghe dei ricordi, credendo di attenderla ancora, come per lungo tempo con vana consuetudine la cercava nella casa:
“Molto più tardi, quando era ormai uscita dalla mia vita, mantenni il capriccio di cercarla nello stesso modo, tutte le sere, allo chalet di Copacabana. E fino alla fine le lasciai tutte le porte aperte, ma non dovrei parlarti così tanto di mia moglie. Eccoti qui con la siringa, è meglio dormire, prendimi il braccio.”
Il motivo dominante in “Latte Versato” – oltre alla memoria e al progressivo, effervescente svanire della dinastia degli Assumpção (le strade di Rio de Janeiro un tempo racchiudevano l’albero genealogico di famiglia) – è il piacere stesso della scrittura, e della lettura di conseguenza. La struttura del breve romanzo è attraente nella sua essenzialità. Il gusto dei fotogrammi di vita rimestati nelle memorie di Eulàlio da Chico Buarque, al di là del piacevole stratificarsi di ricordi affascinanti come “le acrobazie con un’arancia fra i piedi quando ancora non si parlava di calcio”, è nutrito dall’elegante dispiegarsi della prosa, che si schiude come un’orchidea per riassopirsi rapidamente con il sonno del narratore alla fine di ciascuno dei brevi capitoli.
La voce di “Latte versato” è quella di un Barney brasiliano dallo sguardo meno vibrante e ironico ma più onirico e nostalgico. La struttura testuale è piana e immediatamente accessibile. Chico Buarque non ambisce a rivoluzionare in alcun modo la forma romanzo, dà piuttosto l’impressione di divertirsi a consegnarci una narrazione in cui, molto più dei variabili accidenti dell’intreccio (non a caso la semplice trama è decomposta tra i meandri della memoria), a essere essenziale è la sostanza stessa del linguaggio, e il disordinato e sorprendente riflusso che è capace di innescare il pensiero di una donna:
“È strano avere i ricordi di cose che non ancora accadute, e mi sono appena ricordato che Matilde sparirà per sempre.”
MAPPATURA


lo leggerò. assolutamente.