era da molto tempo che cercavo qualcosa del genere. a dire il vero, lo cercavo fra chi ha occupato binari, aule, piazze ecc. ecco: non l’ho ancora trovato. ma un discorso, vero, argomentato, l’ho trovato su Maciste:
C’è una perfetta sovrapposizione tra il linguaggio della rivolta e il linguaggio giornalistico. Il «ci rubano il futuro!» urlato ovunque – a cazzo, come se il futuro fosse una cosa che esiste sul serio e per la quale valga la pena protestare; come se il presente non valesse la pena – viene ripreso dai giornali in maniera naturale e scontata, un normalissimo passaggio di testimone. Su Repubblica si parla di «giovani senza futuro», di riscatto delle nuove generazioni, di “futuri rubati”, di rinnovamento. Poi, venti pagine dopo, un approfondimento su Leopardi e la sua tardiva passione per i gelati.
Se mi trovassi un giorno, quando sono incazzato, a parlare la stessa lingua dei giornali, se scoprissi che il linguaggio della mia rabbia e della mia indignazione ha, tecnicamente, le caratteristiche accettabili per finire in prima pagina su Repubblica o sul Corriere, ancora prima di chiedermi se sono i giornali ad imitare me o io ad imitare loro, mi verrebbe istintivo chiamare S. G., un amico di Mestre famoso in tutta la città per i suoi rutti, e gli chiederei di dirmi «precarizzazione» con un rutto.
«UEUAUIUAZIOUE!»
C’è una perfetta sovrapposizione tra il linguaggio della rivolta e il linguaggio giornalistico. Il «ci rubano il futuro!» urlato ovunque – a cazzo, come se il futuro fosse una cosa che esiste sul serio e per la quale valga la pena protestare; come se il presente non valesse la pena – viene ripreso dai giornali in maniera naturale e scontata, un normalissimo passaggio di testimone. Su Repubblica si parla di «giovani senza futuro», di riscatto delle nuove generazioni, di “futuri rubati”, di rinnovamento. Poi, venti pagine dopo, un approfondimento su Leopardi e la sua tardiva passione per i gelati.
MAPPATURA


Io questo S.G. lo conosco, non sapevo facesse certi rutti.
MS
prova a chiederglielo!
In realtà Ale a Torino non ha fatto altro che andare ad assemblee e prendere parola.
La sera lo chiamavo: “Ale, andiamo a prendere una birra?”
“No, assemblea.”
“Domani?”
“Manifestazione.”
“Dopodomani?”
“Occupo.”
Giuro, davvero, è proprio così.
@ matteo: Vedi lo scambio di battute scritto qui sopra da Francesco? S.G, dodici anni fa, cioè l’ultima volta che l’ho visto, te lo faceva con un solo rutto (deflagrante).
un rutto (deflagrante) salverà il mondo
ho già ringraziato mr. maciste in privato e lo rifaccio qui:
grazie, ale!
(ops)
“Ora il copione prevede che qualcuno chieda: ma perché queste cose non le vai a dire in assemblea? Risposta: perché in assemblea non mi ascolterebbero. Domanda: chi te lo dice? Risposta: il fatto stesso che tu non abbia escluso al 100% la possibilità che non mi ascolterebbero.”
me lo spiega qualcuno?
@matteoplatone, per come l’ho letto io questa tua domanda dimostra ulteriormente che in assemblea effettivamente non lo ascolterebbero.
in effetti anche io che sono d’accordo su tutto il post e mi comporto in questo modo da un po’ più tempo di ale r (nel senso che sono poco più vecchio) ritengo che in assemblea magari a fatica gli darebbero la parola, ma poi in effetti non lo ascolterebbero, altrimenti dovrebbero sciogliere l’assemblea, cioè, scioglierla per sempre.
http://matteoplatone.wordpress.com/2011/01/19/leopardi-sulla-ragione/
che poi sarebbero veramente un puttanaio di citazioni, ma lasciamo perdere.
è da un po’ di tempo che, quando faccio domande, non mi rispondono, oppure mi sento dire, a vario titolo, che la domanda è sbagliata (con variazioni sul tema, come in questo caso). Strano. Forse è colpa mia, che invece, che so, di scrivere 40 righe per dire quello che ho capito, o argomentare l’impressione ricevuta, mi dico “spetta, mo’ chiedo”. Perché scrivere 40 righe ogni volta che non ho capito qualcosa mi porterebbe a comporre i tomi dell’incomprensione, e a dirla tutta mi parrebbe persino presuntuoso: di fronte ad una simile prospettiva, mi dico “eh no, dai, fai prima a chiedere, manco conosci quello che ha scritto quella frase, se c’è qualcuno che sa cosa vuol dire è lui, chiedi a lui”.
spero che questo commento non sia la prova che eccettera eccetera.
no no, vediamo che dice Lui, è vero, ti dovrebbe risponder lui, l’Autore
va bene anche uno che l’ha capito meglio di me (ecco, dovevo specificarlo, ho sbagliato).
@matteoplatone: vuol dire quello che ha detto f.
io sono sempre più convinto che la differenza non la si fa avendo ragione, o torto, ma la si fa potendo dire, a posteriori,
. Tu e il tuo interlocutore siete accomunati dall’apriorismo, nel passo. A me pare evidente, non so. La differenza è che tu dici “il tuo apriorismo giustifica il mio”. Ma il buffo è che il tuo interlocutore fa una domanda, mentre tu parli per affermazioni. Per cui, curiosamente, quello che ragiona a priori, e non è sfiorato dal dubbio, almeno nel caso specifico, sei proprio tu; come si evince ancora di più dalla spiegazione.
Mi viene sempre più in mente quel “i siciliani sono come Dio”, del Gattopardo, e Sciascia che parlava della Sicilia come metafora dell’Italia. O Guy Debord, sulle perpetue teorie.
Siamo dèi che hanno eternamente e aproristicamente ragione, mentre vaghiamo ciechi nell’inferno costruito dai nostri pensieri.
(poi, per inciso, nel pezzo che hai scritto, molto è degno di nota, altrimenti nemmeno avrei commentato).
io credo sia una questione di “educazione”.
prova a spiegarmi:
uno non va in un consesso pro qualcosa, a dire che quel qualcosa non è valido, esatto ecc.
è una questione di educazione, appunto.
normale che non venga, nel caso, ascoltato.
se ha un opinione diversa:
- se la tiene per sé
- in alternativa, tenta di scoprire chi ne ha una simile, similare, attigua ecc., e da quella base comune, tenta di condividere delle idee.
ed è questo, credo, che tenta Maciste Ale.
e-
Una cosa che abbiamo letto sul muro del cesso del DeMarchi di Bologna a fianco alla scritta “Io Pogo Seduto” bellissima, ce n’è una altra che ci ha fatto ridere mentre pisciavamo quindi sporcar per terra:
“Ridateci il futuro di una volta”
sono perfettamente d’accordo con alessandro.
dieci anni fa, quando mi sono iscritta all’università, era già così e (forse) a pisa era anche peggio. gli studenti che facevano “attivismo politico” in facoltà erano il peggior tipo di fascisti che io abbia mai conosciuto. nella mia ingenuità di matricola, andai due volte alle assemblee del collettivo e rimasi disgustata dalle modalità di discussione e dalla mancanza totale di un qualsiasi tipo di retroterra culturale.
be’, hai conosciuto pochi fascisti, mi sa…
no, è che non mi andava di raccontare per filo e per segno tutta la storia di questi. comunque, per farla breve, tra le tante bravate del collettivo ne scelgo due: hanno spaccato la faccia (distorsione del setto nasale) a un ragazzo che militava nell’altro gruppo di “sinistra” della facoltà (quello “moderato”) – l’hanno aggredito la notte in piazza – e hanno pestato anche una mia compagna di corso, perché era la fidanzata del leader della destra studentesca. credo che per dei 20enni possa bastare
viscidelli, direi.
peccato non aver fatto l’università a Pisa, ci saremmo fatti 4 risate