Ora che – sto immaginando – tutti ci siamo svegliati, che siamo sereni, felici, sollevati, fiduciosi, con la voglia di costruirci le vite, non posso fare a meno di notare che ci sono alcuni di noi che sono strani, alcuni di noi che vanno in analisi, alcuni di noi che sono come dei reduci. A prima vista ciò che li distingue da tutti gli altri è poca cosa: uno scarto, una mancata immediatezza, una certa artificialità nelle reazioni. A conoscerli meglio, poi, si notano in loro certi tratti comuni: per esempio, l’inno nazionale ai loro timpani suona acido e sinistro; molti di loro, inoltre, soffrono di una strana paranoia che li spinge a vedere nel sesso qualcosa di degradante per il partner, qualcosa che li fa sentire colpevoli; e poi non sanno più ridere, soprattutto non sanno più ridere.
Non è che non ridano: è che lo fanno con ritardo, con una certa circospezione, con nervosismo, senza fiducia, senza abbandonarsi del tutto alla risata, come se avessero il terrore che la risata possa cambiarli, prendere possesso di loro e rovinarli. Questi che ho chiamato reduci, infatti, non riescono più a credere completamente, senza riserve, che di qualcosa si possa ridere innocentemente; domandano, sospettosi, se negli altri paesi le persone ridano delle stesse cose, e, qualora li si rassicuri, con un sorriso comprensivo, sul fatto che sì, negli altri paesi le persone ridono delle stesse cose, ecco che sprofondano in se stessi; se allora li si interroga sui loro pensieri, rispondono che si stanno domandando se, quando negli altri paesi le persone ridono delle stesse cose, lo facciano con lo stesso spirito.
Facciamo che ci siamo svegliati
25 gennaio 2011 di matteoplatone
MAPPATURA


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