La filanda, la belinda, la bernarda
di Salvatore Piombino
- Pippo un minuto e siamo di nuovo in onda.
La voce del regista gracchia attraverso l’auricolare mentre osservo i truccatori armeggiare fra le sedute per appiattire lineamenti e plastificare zigomi con enormi spugnette intrise di fondotinta. Cerco di riordinare i cartelloni con i testi del prossimo blocco quando la voce di Mario Bianchi torna a incalzare.
- E tre, due, uno, in onda.
I fari e le luci colorate dietro il corpo di ballo si accendono di colpo illuminando le enormi lenti a goccia di Pippo Baudo. Durante gli applausi di apertura fissa il cartellone passandosi una mano sulla bocca, poi comincia a leggere.
- Caro Mike l’idea che tu non ci sia più non riesce a convincermi…
- zoom sul volto di Antonella Elia con la tre.
- …ho così tanta voglia di conversare ancora una volta con te e come me vorrebbero farlo tutti gli italiani. Ecco perché siamo qui oggi…
- Carrellata da Sabina Ciuffini a Paola Barale. Stop.
- …lascio quindi la parola a Giucas che tenterà proprio qui a «Domenica in» un esperimento su se stesso per cercare di… come lo chiami tu Giucas?
- Canalizzazione Pippo, è un esperimento che ho studiato al capezzale di Lee Carroll, sai il famoso medium, che insomma…
- Si Giucas, bisogna che il nostro regista Mario Bianchi abbassi le luci, ecco così, e che tu ti stenda su questo diciamo lettino, chaise longue… ecco.
Mi volto verso Wilma Goich, si sta schiarendo la voce con le palpebre abbassate mentre Giucas si stende, strategicamente inquadrato con un primo piano emotivo sulle sue palpebre umide. Pippo si volta verso di me, fissa per qualche secondo il cartellone che ho appena montato prima di tornare a parlare con voce stranamente impastata.
- Mike, Mike ci sei?
- Pippo abbiamo una telefonata.
Giucas è ancora immobile con le mani giunte al petto, non faccio in tempo a chiedermi se stia andando tutto per il verso giusto che la voce di Mario Bianchi esula dagli auricolari per tuonare roca in tutto lo studio:
- Pippo abbiamo una telefonata… del Premier.
Pippo si volta verso gli autori stringendo le labbra fino a farle diventare quasi trasparenti, poi si china nuovamente verso Giucas.
- Pippo sto per mettere in onda la telefonata.
La voce di Bianchi, di nuovo negli auricolari, suona ora asciutta e metallica mentre sul LED appare un’immagine che ritrae un giovanissimo Silvio Berlusconi stretto al braccio di Mike Bongiorno. Wilma Goich si è alzata in piedi e in penombra sullo sfondo sta urlando qualcosa a microfono spento, una serie di parole ripetute come un mantra: la filanda, la belinda, la bernardaa, la filanda, la belinda, la bernardaa, la filanda, la belinda, la bernardaaaa…
Pippo è ormai in ginocchio e tiene la mano di Giucas portandola piano alla bocca per sfiorarla con le labbra.
- Mike su, sfottiamoci un pò, Mike dai…
- Cribbio, ma insomma questa è casa mia! Ma è modo? E allora…!
A questo punto mi siedo per terra a gambe incrociate osservando meglio la scena: la Goich ha iniziato a correre per lo studio continuando a urlare il suo mantra e Baudo, ormai stretto alle spalle di Giucas, sta piangendo della grossa.
È il bello della diretta e che nessuno si sogni neanche lontanamente di chiamare i consigli per gli acquisti.
Il paradiso è una prima serata di Rai Uno
di Marco Marsullo
Pippo Baudo non aveva badato a spese. Trentamila euro, dopo tutto, non era un investimento che avrebbe dissanguato il suo conto corrente. Il lavoro era stato fatto bene, senza sbavature. Anche l’idea di imbottirlo con del pout pourri era stata vincente. E poi, a dirla tutta, la salma imbalsamata di Mike Bongiorno gli risolveva il salone, che aveva arredato Katia, e che lui aveva sempre trovato troppo barocco.
I giornali di tutto il mondo ne avevano parlato. Il furto della salma del celebre presentatore era stato un evento che aveva indignato l’Italia intera. Appelli della famiglia sulla Rai, condanne da ogni collega del mondo dello spettacolo sulla carta stampata. Ma lui, Pippo, inflessibile era andato fino in fondo. Era un’occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata.
Da quando la Rai lo aveva sbattuto nella fascia pomeridiana, e su Rai Tre per giunta, Pippo era andato fuori di testa. Non era più andato a fare le prove e la trasmissione era saltata (al suo posto avevano messo in palinsesto un redivivo Umberto Smaila con un programma sulla chirurgia estetica). Preferiva sparire piuttosto che andare in onda alle 15 su quella rete inutile e di comunisti.
Lui era Rai Uno. E da Rai Uno non lo avrebbero scollato nemmeno col diluente.
A Mike aveva infilato uno smoking su misura perché, nonostante tutto, nutriva per lui un’arcaica forma di rispetto. L’aveva sistemato al centro del grande salone, i mobili tutti spostati contro le pareti. Aveva sbarrato tutte le finestre di casa, le persiane abbassate, le tende color salmone serrate. Era solo, solo con Mike, quando bussò il campanello.
drìììn
Il volto di Pippo Baudo si illuminò come un’abatjour.
Era Il Ruvido, lo stesso che gli aveva trafugato la salma di Mike. Sotto le braccia portava due sacchi neri di medie dimensioni, legati all’estremità superiori con una corda.
«’A Baudo, co’ questi so’ ventimila euri»
«Sono solo due» ribatté il presentatore siciliano «E gli altri tre? Dove sono gli altri tre?»
«Tranchilo brò, li tengo nel furgone, te scarico questi e vado a pija gl’altri».
In poco più di mezz’ora tutto era pronto. Il microfono piazzato al centro dell’enorme atrio, la salma di Mike, granitica, lì davanti. Alle sue spalle, legati a cinque sedie, Valeria Mazza col rimmel sciolto dalle lacrime, Fiorello che tentava di vendere qualche prodotto da imbavagliato, Roberto Benigni che si contorceva come una salamandra incendiata, Raffaella Carrà che dormiva beata perché, dopo un certo orario, lo Xanax faceva particolarmente effetto, e Renato Zero che pareva piuttosto eccitato dalla situazione.
Pippo Baudo entrò dopo qualche minuto, il tempo di schiacciare play sul piccolo stereo portatile.
Paràppappaparà Paràppappaparà Paràppappappaparappapappà Paràrà! Perché Sanremo è Sanremo!
«Buonasera e benvenuti alla sessantunesima edizione del Festival di Sanremo!» Baudo cominciò ad applaudire mentre camminava nervosamente per il salone.
«Per questa edizione abbiamo in serbo delle sorprese speciali» guardò alle sue spalle «A presentare con me… la bellissima Valeria Mazza!» e si diresse verso la sedia che ospitava la modella argentina, l’afferrò per lo schienale e prese a trascinarla verso il suo proscenio immaginario.
«Diccelo, diccelo Valeria quanto sei emozionata» Baudo le porse un microfono immaginario «Quanto sei emozionata?».
Dalla bocca imbavagliata della sua valletta uscì solo un mmmh!!!gggh!!! mentre le lacrime continuavano a solcarle le guancie lattiginose.
«È emozionatissima, facciamole un applauso» e si voltò ancora verso le sedie alle sue spalle. I quattro che erano rimasti indietro lo fissarono terrorizzati.
«Ah, non applaudite? Non è di vostro gradimento?» Baudo si aprì piano lo smoking «Al pubblico da casa non piace la gente che non applaude» tirò fuori un’automatica calibro 45.
Tese il braccio verso i suoi quattro ospiti d’onore. Con la Colt nella mano sinistra prese a scorrere i bersagli legati, prima di posare il mirino su Renato Zero. La Carrà ronfava ancora come un citofono.
Il cantante idolo dei sorcini accese lo sguardo d’interesse. Baudo non se ne curò, e prima che quello potesse dimostrargli il suo piacere, diede una leggera pressione al grilletto. Un colpo si conficcò nel cranio di Zero, facendolo volare all’indietro con tutta la sedia.
Le urla dei presenti presero a sbattere contro i fazzoletti che gli stringevano le bocche. La Carrà si destò di soprassalto e si convinse di essere ad una puntata di Carramba che sorpresa.
«E adesso, applaudite».
Gli ospiti presero a dimenare le braccia legate alle sedie come tanti insettini capovolti che cercano di ritrovare l’equilibrio. Baudo sorrise, interpretò lo sforzo come meritevole della sopravvivenza.
«Ora andiamo avanti con la serata. Presentiamo il primo ospite» infilò di nuovo la pistola nella fondina ascellare «Signori, Roberto… Benigni!»
Andò alla sedia che ospitava il comico toscano, lo sbavagliò con cura e lo condusse al centro della scena, accanto alla Mazza che intanto si era pisciata addosso dalla paura.
«Roberto, facci un po’ della Divina Commedia, dài, lo so che non hai preparato niente, però gli italiani vogliono sentirti decantare Dante…» Baudo aveva i capelli unti da settimane di sporcizia, una vertigine ne alzava un ciuffo al centro esatto della testa e la ricrescita bianca lo faceva assomigliare ad un marron glaces andato a male.
«Ma veramente, io… Pippo, ragiona, ti prego… Siamo amici da tanti anni…» Benigni provò a far ragionare il presentatore.
«Roberto fai Dante o ti sparo nelle palle»
«L’amor che move il sole e l’altre stelle… Piero e Francesca… Pippo ti prego, basta…»
Baudo stava per afferrare ancora l’automatica, la mano infilata nella giacca nera, quando notò lo sguardo ammonitore di Mike Bongiorno alla sua destra.
Era così serafico, perfettamente sobrio nel suo completo su misura. Quell’uomo l’aveva ossessionato per tutta la vita. Per tutta la vita a credersi meglio di lui, per tutta la vita ad essere più amato dagli italiani di lui. Una vita al secondo posto, per colpa di un fottuto italoamericano arteriosclerotico. E questa era la sua occasione per dimostrare agli italiani, proprio al Festival della canzone italiana, chi era il vero numero uno. Gliel’avrebbe fatta vedere lui, a Bongiorno, in Eurovisione.
«Cosa c’è che non va, Mike?» Baudo tolse la mano dall’arma e si avviò passeggiando verso la salma imbambolata del suo collega «Non ti piacciono i miei metodi? Tu faresti di meglio vero? E allora conducilo tu il Festival, conducilo tu!» e gli schiaffò il microfono sotto la bocca.
Silenzio. Per un minuto interminabile.
La mano di Baudo tremava, goccioline di sudore gli facevano rafting sulla fronte. Poi, d’improvviso, un sorriso gli tagliò l’ovale come una ferita.
«Come volevasi dimostrare, sei bollito, Mike» Baudo si rivolse alla cristalleria di Boemia che occupava la parete di fronte «Italiani, come vedete Mike Bongiorno è andato, è impazzito, non parla nemmeno più. Il suo tempo è arrivato, io sono il vostro unico presentatore. Solo io. E adesso, Fiorello e Raffaella Carrà faranno il tuca tuca solo per noi, in diretta!».
Gli sguardi del comico e della presentatrice-ballerina si incontrarono. Fiorello era terrorizzato, la Carrà non aveva capito una ceppa e pensava di dover duettare con le gemelle Kessler sui successi di Drupi.
Li sistemò di fronte, sempre legati alle sedie, e fece partire la base musicale.
Tuca tuca tuuuca, l’ho inventaaato ioooo!
Tuttavia, non era soddisfatto. Quei due dementi non ballavano come avrebbe voluto. Andò nel panico. Il suo Festival era un fiasco, faceva acqua da tutte le parti. Sul palco aveva una valletta con le caviglie che navigano in un mare d’urina, un cantante omosessuale stecchito con una pallottola in testa e due rincoglioniti che non riuscivano a ballare nemmeno un tuca tuca come si deve. Senza contare quel toscano che con Dante, Berlusconi e le poesie d’amore aveva fracassato i coglioni a tutti. A Lui per primo.
Mike, intanto, continuava a fissarlo impassibile come una sfinge.
Baudo perse il controllo. Tirò fuori l’automatica, fece scorrere il carrello e cominciò a sputare piombo sul suo parterre. Una carneficina.
In trenta secondi vuotò il caricatore, li aveva sforacchiati tutti. Pure la Carrà, che poco prima di morire si ricordò di aver lasciato i carciofi sul fuoco.
L’unico a essere rimasto illeso era proprio Mike. Quello stronzo aveva deciso di farlo impazzire.
Pippo Baudo si cacciò dalla tasca un ultimo proiettile, lo infilò direttamente nel carrello della pistola. Poi lo tirò a sé con forza, armandola. Il tlàc metallico echeggiò nello stanzone che odorava di piombo e sangue.
«Vecchio mio, siamo rimasti soli, io e te, come sempre» disse, camminando verso Bongiorno «Questo è il momento della resa dei conti» e gli puntò la Colt alla tempia.
Nella mente gli apparvero loro due, insieme, a Fantastico. Giovani, senza ancora le tinture, senza un filo di pancia e con le prime rughe sulla fronte.
Mike gli sorrideva, di quei sorrisi d’amicizia che si riservano alle poche persone a cui senti di poter trasmettere qualcosa. Qualcosa di buono.
Baudo si ricordò di quelle stagioni, di quei palinsesti. E si pentì, di colpo, tolse l’arma dalla testa di Bongiorno, scoppiò in lacrime e finì in ginocchio ai piedi del suo concorrente.
In un singhiozzo isterico si piantò la pistola in bocca, dal basso verso l’alto fece decollare un ultimo sguardo di stima a Mike.
Poi la pressione sul grilletto e il bianco che diventa la liberazione l’accolse come una prima serata su Rai Uno. Dove voleva stare lui, in piedi, bellissimo, al centro del palcoscenico.
Quando l’eco del colpo svanì nel salone di Baudo, una sola parola si levò, vibrante, a riempire ogni angolo della casa.
«Alleeeeegriaaaaaaa!» esclamò Mike, facendo volteggiare il braccio, prima di tornare immobile, fermo. Come una salma.
MAPPATURA


Il racconto di Marsullo è fenomenale.
FE-NO-ME-NA-LE.
Spunto geniale, vena immaginifica, prosa garbatissima.
Non so se l’autore gradirà l’accostamento, ma mi ha tanto ricordato lo Sclavi dei giorni migliori…
Sinceramente credo che meriterebbe un post a parte…
che bello il secondo racconto!
se questo è lo stile mi piacerebbe leggere altre cose di questo autore…
chi mi aiuta???
“chi mi aiuta???”
il buon vecchio google…
Vi ringrazio per i complimenti, li ho visti solo ora.
A breve (non ho ancora un mese d’uscita), come ha detto Enrico nel post, uscirà il mio romanzo con Einaudi. Nel frattempo c’è il blog, basta che clicchiate sul mio nome.
ancora grazie.
Marco