1. Devozioni. L’idea che rende Devozione (Einaudi Stile Libero Big) un’opera complessa e in qualche modo iconica è la scelta intima e assai perigliosa di portare sulla pagina uno degli aspetti più pericolosi e bui della natura umana e non una didascalica rappresentazione dell’universo – per troppo tempo obnubilato e appiattito a luogo comune – dei soli eroinomani. Antonella Lattanzi fa della sua protagonista Nikita/Vera una preziosa chiave di volta narrativa in grado di rappresentare lo straziante e pericolosissimo desiderio che attanaglia ognuno di noi nei confronti di qualcosa, molto spesso di qualcuno. La Devozione del titolo si materializza pagina dopo pagina nelle parole, nelle intenzioni e nelle scelte di Nikita aprendo il lettore alla presa di coscienza della propria di devozione in un processo capace di rivelarsi lancinante e sconvolgente. Le forme di devozione di Nikita ci sono immediatamente familiari: il trabocchetto mentale, la menzogna a sé stessi, la naturale assunzione della propria immutabile natura nonché il desiderio fortissimo (e per questo puro) di cambiamento, fanno già parte della vita quotidiana di tutti noi. Già, Nikita ha scelto l’eroina (solo l’arrivo alla prima pera meriterebbe una trattazione critica a sé) ma la sua Devozione, la vera consacrazione a cui ha scelto di votarsi è Pablo, il ragazzo calabrese al suo fianco dalla prima pagina del romanzo. Bisognerebbe sottolineare ogni espressione, ogni paragrafo che per voce sola di Nikita esprime la condizione di desiderio puro e vocazione nei confronti dell’amato: ci troveremmo di fronte alla migliore rappresentazione contemporanea dell’idea di devozione, il cuore pulsante e livido del romanzo, ciò che lo rende prezioso e vicino al lettore.
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“Noi siamo fatti di silenzio”
Postato in arte, controradio, idee, tagged arte, cerami, letteratura, orrore del reale, scrittore, scrivere, silenzio, vincenzo cerami il giorno 15 maggio 2008 | 3 Commenti »
Vincenzo Cerami, in un’intervista per Rai Educational del 2001 (testo e video integrali qui):
Io continuo a pensare che la letteratura, come l’arte in genere, ha una funzione molto precisa: verbalizzare il silenzio delle persone, il silenzio di una società, il silenzio delle singole persone che formano una società.
Noi siamo fatti di silenzio, non siamo fatti di parole, noi parliamo un’ora durante una giornata, ma abbiamo ventitré ore di silenzio. E in quel silenzio pensiamo, prendiamo decisioni, ci turbiamo, rinnoviamo delle cose, preghiamo di nascosto. Ecco, lì dentro succede di tutto. Questo silenzio è la verità nostra, è la vera autenticità nostra. Perché quando noi parliamo con qualcun altro assumiamo comunque una maschera, a seconda di chi abbiamo davanti: cambiamo linguaggio, cambiamo lessico, stile, a seconda di chi abbiamo davanti.
Ma quando siamo con questo nostro silenzio, dentro abbiamo tutto un sistema di segni che non è verbalizzato: non è che pensiamo col soggetto, il predicato e il complemento, pensiamo secondo degli strani corto-circuiti elettrici, con memorie sedimentate, con colori, sensazioni, autobiografie. Tutto questo, poi, appartiene a tutti i poeti, per lo meno a tutti quelli che abitano la stessa lingua e che abitano il tuo stesso paese, la tua stessa cultura. Quindi, quando uno vuol raccontare una storia non fa altro che mettere parole a questo silenzio e raccontare qualcosa che è in tutti e che, pure, non tutti si accorgono di avere, qualcosa che è davanti agli occhi di tutti e che, pure, non tutti vedono.
Questo lo fa istintivamente, lo scrittore. E non solo lo scrittore. Perché vuol raccontare la realtà, non in maniera naturalistica e necessariamente realistica, vuol raccontare il mondo nel quale vive, quello che è nascosto, quello che non si vede. La realtà è sempre stata un mito. All’inizio, i primissimi uomini primitivi nelle caverne, gli antichi, disegnavano le tigri cattive e gli elefanti, un po’ per cristallizzare le proprie paure, per portarle fuori da sé, ma anche con uno scopo didascalico, perché i bambini uscendo per la foresta, poi, questi mostri, se li incontravano, li riconoscevano e scappavano via. E la realtà ha cominciato ad essere raccontata.
All’inizio non c’era la prospettiva, la realtà era tutta piatta, su due dimensioni. Poi la prospettiva ha aumentato il senso di realtà. Ma poi, con i chiaroscuri e le luci, si è capito che quella non era realtà, che la pura rappresentazione della realtà non è realtà. Allora si è cominciato a confondere le acque, con l’impressionismo, l’iperrealismo. E la realtà è rimasta un mito. Perché la realtà non è quello che noi vediamo, è quello che non vediamo. Quindi, credo che lo scrittore debba avere soprattutto questa spinta e che ce l’abbia con naturalezza. Così, il problema del best-seller, francamente, è un problema che viene molto, ma molto dopo. E non dovrebbe, comunque, secondo me, essere posto in questi termini: uno si mette là e dice “voglio scrivere un best-seller”… Piuttosto, che si desideri che il libro si venda, non per diventar ricchi, ma perché più persone ti leggano, questo credo che sia più che giusto e più che sano in uno scrittore.
assumersi le proprie responsabilità
Postato in controradio, libri, media, sistema, società, trani, tagged Carmilla, catalogo, controradio, cultura, editoria. libri. bestseller. longseller, genna, giuseppe genna, industria culturale, menzogna, streaming il giorno 29 marzo 2008 | 1 Commento »
nella diretta radiofonica di Controstudio, contenitore del venerdì di Controrario (Radio popolare network), alle ore 11.00 am del 14 marzo 2008, qualcuno si è assunto la responsabilità di dire quanto andava detto, su libri ed editoria.
no, scherzi a parte, credo che sia interessante ascoltare. c’ho messo un po’ a procurarmi la registrazione; poi ho preso il succo e l’ho diviso in tre parti; ho ridotto la qualità audio e l’ho caricato. c’è voluto del tempo.
buon ascolto:

Torino, che ha deciso di mettere su una casa editrice (Las Vegas edizioni). ci spiegherà il perché, il per come e ci parlerà dei primi tre libri, usciti l’8 gennaio.
MAPPATURA

