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Archivio per la categoria ‘cronache’

Di Aldo Nove ho letto alcuni libri. Alcuni racconti, anche. Trovo Amore mio infinito un libro splendido. Altre cose – per esempio Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese – non hanno incontrato il mio gusto. Poi, Aldo Nove, una volta ha fatto una cosa splendida: ha preso un capitolo del libro di cui sopra (Amore mio infinito) e l’ha sparato dentro Milano non è Milano. Autoplagio: non due o dieci righe, ma un capitolo intero. Io me la sono immaginata così: una sfida agli editor Laterza (era un Contromano, Milano ecc.), e pure ai più blasonati einaudiani. Sfida vinta, ché né gli uni né gli altri si sono accorti della cosa. E questa, a pensarci bene, è la riprova di quanta cura abbia chi fa il mestiere, chi si occupa di libri. Lui ti ha messo pagine e pagine [5] copiate dal suo libro (forse) più noto e tu, niente, manco te ne accorgi, e dài il visto si stampi. Va be’. Questa era la premessa. Oggi Aldo Nove fa l’opinionista su facebook. Aldo Nove scrive stati come questo – trascrivo integralmente:

Ho tentato per tre volte di postare uno status critico nei confronti del capo di questa community e per tre volte mi è stato censurato live.
Riprovo senza fare nomi.
Il capo di Wikileaks ha rubato informazioni riservate ai poteri forti mondiali per divulgarle a tutti, e per questo è in libertà vigilata in attesa di estradizione. L’ideatore di questo social network prende informazioni da un miliardo di persone e le passa ai poteri forti mondiali. E per questo è diventato il più giovane miliardario del mondo da tutto il mondo osannato.

Gli stati di Aldo Nove ricevono decine di I like e 80, 90, 100 commenti a botta. Aldo Nove dice cose banali, su facebook. Mette insieme demagogicamente Zuckerberg e Assange. Ce l’ha, dice, con facebook. Facebook sul quale scrive stati così, dimenticando che lui, in primis, e i milioni di individui che sono iscritti a facebook, hanno concesso informazioni e immagini e dati sensibili, spontaneamente. Per esempio lui – Aldo Nove – ha riempito le caselle “nato a” e “nato il”, e, per quanto ne so io, sono il luogo e la data di nascita corretti. Ora: io ho letto Amore mio infinito – e dalli! e so che Aldo Nove non corrisponde ai suoi stati su facebook. E ma lo immagino, Aldo Nove, che viene qui – no, non ci verrà mai, mi spiace – e dice: sciocchino, questo è come quando ho messo un capitolo intero dentro il mio Contromano e nessuno se ne accorto: tutto questo è parte di un piano di scardinamento del reale costituito, della morale comune: avresti dovuto capirlo. Ecco, ma se così non fosse, io mi domando: ma davvero si può credere di incidere sulla realtà in questo modo? Davvero passare tutto questo tempo su, e dare tutta questa importanza a facebook e alle adunanze virtuali e agli appelli telematici e digitalizzati trascina nella banalità tutto e tutti? Sembrano domande retoriche, ma davvero vorrei che qualcuno mi rispondesse: no, proprio no, non si tratta di ottenere facile consenso. E ora ti spiego perché.

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Cari, il BIRRA è morto. Potete leggerne il triste annuncio qui:  http://birraforum.forumattivo.it/t25-la-birra-e-finita-andate-in-pace

Il post è a firma Piloro del Traghetto Mangiamerda [a breve, ci sarà l'approfondimento sul Traghetto, per A.I.].
Cos’è successo?
Non si sa, ognuno ha la sua opinione in merito. Secondo me abbiamo sbagliato l’approccio. Quando si discute per mesi, anni, alla fine la discussione è tutto quello che resta. A questo punto qualcuno si dovrebbe fare carico della costruzione del progetto – decidendo anche di che progetto si tratterà – secondo la semplice formula: chi fa parla, chi non fa sta zitto.
Una volta terminato il tutto, si dovrebbe essere aperti a chiunque voglia entrarne a far parte – con le esclusioni canoniche: antisemiti, fascisti, pedofili, molestatori di donne in ascensore ecc.
Qual è il progetto? Lo deciderà chi si sporcherà le mani: c’è l’emeroteca – o meglio *le* emeroteche, sparse per lo Stivale – e poi l’idea dell’archivio consultabile online di tutte le riviste. Poi altro, di sicuro.
Ci si metterà a un tavolo virtuale, e si deciderà come e cosa si è in grado di fare.

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Caro giovane scrittore,

è da tanto che volevo scriverti. Non ho avuto tempo, finora, forse m’è mancato anche il coraggio. Ma mai la voglia, sappilo. Ti scrivo, come scriverei a un figlio, a una figlia, a una nipotina. Ti voglio dire poche cose, ma credo che siano importanti.

In questi anni – anni nei quali ho avuto a che fare con cose (e case) editoriali, nei quali ho scritto, ho letto e corretto ecc. – ho conosciuto tante persone: piccoli editori, scrittori amati, e scrittori odiati, donne e uomini che lavorano nelle case editrici, quelle vere. Quelle grandi. E poi giornalisti e recensori, conduttori di programmi radio e tivù, organizzatori di eventi.

Credo, insomma, di avere, ora, un quadro chiaro della situazione. E sento il bisogno di dirtelo, di fartelo sapere, come vanno le cose (editoriali, ma non solo).

Caro giovane scrittore, questo è un mondo duro. Spesso sporco. Ci si mette anni a tentare, a provare, a trovare qualcuno che dia spazio alle tue cose. Poi, sì, dopo anni, qualcuno ci riesce. Quando ci sei riuscito, ci sono persino editori che ti corteggiano per pubblicare con loro. Poi, una volta che tu hai detto sì, una volta che il libro esiste, ecco, non so come dirtelo… quel libro, in realtà, capita, spesso, che non esista. Che non ci sia, in libreria. E quando va il tuo migliore amico a chiederlo, o tua madre, tua zia, ecco: il librario, o il commesso, dicono al tuo amico, a tua zia, dicono proprio questo: non esiste. Il libro non si può nemmeno ordinare.

E tu, che hai fatto la tua trafila – hai pubblicato il primo racconto dieci anni prima, su una piccola rivista, poi hai fatto parte di un’antologia, poi hai aperto un blog, poi hai comprato Pulp e l’Indice dei libri tutti i mesi, e hai scritto altri racconti, e poi un libro, e nel frattempo ti sei letto tutta la narrativa contemporanea italiana – ecco, dopo che ci hai messo un anno a scrivere quel libro e altri due a mandarlo in giro, a quel punto te lo chiedi: ma come campano questi? Perché fanno gli editori? Com’è che pubblicano libri che non distribuiscono, che non vendono? Perché lo fanno?

Ecco: ci sono tanti motivi per cui lo possono fare. Magari per passione, sommata a incompetenza. Magari perché sbattono la testa anche loro, anche loro avevano un sogno: pubblicare bei libri. E hanno pianto, può darsi, quando hanno visto il primo pacco di libri che arrivava dalla tipografia. E ora, invece, piangono, sì, lo stesso, ma per altre ragioni. Oppure lo fanno perché prendono dei soldi, hanno dei finanziamenti – sì, anche ora, nonostante la “crisi”, da università, enti vari, ricchi padri o altri.

Tu, amico mio, giovane scrittore, non chiedertelo. Sappi solo che ci sono non più di dieci gruppi editoriali e/o case editrici che esistono sul serio. Non sto qui a farti i nomi.

Oggi ho visto che una di queste case editrici, che vuole costruire una rete propria di distribuzione, sta vendendo magliette, per finanziare quest’idea. Le vende su un sito destinato alle autoproduzioni, pur fatturando qualche milione di euro l’anno. Le vende, amico mio, le ha vendute tutte.

Ora, questo ti accadrà quando pubblicherai il tuo primo libro.

Esiste uno scenario peggiore. Conosco ottimi scrittori che non hanno ancora pubblicato. Sì, sono ovunque: nelle antologie, nelle riviste, in Rete. Ma questo non basta, a loro, no. E stanno morendo dentro, perché sono anni – due, tre, quattro – che ricevono rifiuti. E ti assicuro, amico mio, che non vengono rifiutati solo i libri brutti. Come non vengono pubblicati solo i libri belli.

Questi, i non pubblicati, sono la maggioranza. E non sono meno bravi di molti che, invece, pubblicano.

Ti dirò, mio giovane amico: in Italia c’è una quantità spaventosa di gente che scrive bene. Non creder a quelli che dicono il contrario. Io ne conosco a decine. Di questi, una buona metà non ha ancora pubblicato nulla. Ecco: forse ci sei tu, fra questi. Oppure sei tra quelli che si stanno rendendo conto che pubblicare non serve a niente. Io scrivo a entrambi.

Certo, esiste uno scenario diverso, positivo: potresti essere pubblicato, o sei stato pubblicato da uno di quegli editori “veri”, che esistono, che vendono i libri, o, quantomeno, li fanno arrivare nelle librerie. Ecco: c’è un problema, però. Conosco chi ha pubblicato libri incredibili, con il miglior editore italiano, e ora non scrive più. Perché non ha venduto abbastanza, e il miglior editore italiano, pur sapendo che lui era il miglior autore italiano, non si è più fatto sentire. E conosco chi ha esordito con il più grosso editore italiano – cugino di primo grado del miglior editore italiano – e, pure lui, non ha venduto abbastanza. E allora il libro dopo l’ha pubblicato con un editore più piccolo. E poi, ancora un libro, e l’editore questa volta era di quelli invisibili. Alla fine si è pagato da solo le copie dell’ultimo libro.

Ci sono, sì, delle persone, delle donne e degli uomini che scrivono libri per editori reali, e che lo fanno da dieci, da venti anni, e che vendono libri. Di questi solo alcuni sono scrittori e basta. Molti hanno altri lavori – televisivi, spesso – oppure arrotondano tenendo corsi di scrittura, fingendo cosulenze. Girano come trottole, cercando pasti caldi alla fiera del libro del paesello, dove, però, si mangia bene. Hanno il rimborso del treno, e un paio di cene. Non ci sono redditi garantiti. Magari uno prende un anticipo, per un libro, o vince il premio letterario Città di Boh, e intasca mille, duemila euro. E può mangiare per un mese, tutto di fila.

Insomma, caro giovane scrittore, sappi che non ci camperai mai, della tua scrittura. Cercati – è proprio in questi momenti strani che si può aguzzare l’ingegno – un lavoro. Oppure, se sei bravo, potresti venderti a un giornale, improvvisarti ufficio stampa, fare qualcosa scrivendo. Ma anche qui è grama. I giornali pagano due euro a pezzo, e spesso si finisce a lavorare negli uffici stampa della piccole case editrici, e non sto nemmeno a dirti.

Quello che voglio dirti, amico mio, in soldoni, è questo: stai alla larga dall’editoria. Non dalla scrittura: quella frequentala spesso. Ogni volta che vorrai e ne sentirai il bisogno. Ma gli editori, no, stanne alla larga. E non metterti in testa di farla tu, una casa editrice. Promettimelo, ti prego, ora.

Con sincero affetto,

e-

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Vabbè che c’è la crisi ma un minimo di speranza e positività vorremmo non farcele mancare.
Discutendo affabili tra noi redattori di generAzione a Mantova (durante il famoso Festival) ci siamo resi conto di più cose (e abbiamo scoperto l’acqua calda): l’Italia puzza di tragicomico; se sei giovane (per giovane diciamo dai 19 ai 35 anni, toh pure 37…) è meglio se resti tale uccidendoti e scrivendo sulla tua tomba “ho vissuto per 16 anni ma fu intenso”; e, in ultimo, che andare via da casa non è male, anzi, è benissimo.
Per carità, nulla contro mamme e papà gioiosi che ti danno amore, ma basta. Vogliamo essere svedesi (o australiani, o texani o chessoio) e avere un appartamentino senza pretese a 20 e qualcosa anni.
Si può? Non si può? Ce lo chiediamo.
Sarà che siamo sfortunati e rientriamo nella categoria “piccoli generazionini senza soldi ma tanto talento (nel non farli)” eppure ci siamo davvero guardati in faccia: uno di noi s’è fatto la Palestina accanto ai mitra dei soldati per 3 mesi di reportage giornalistico (stica…), una è scappata a Londra, è tornata, ha deciso che dopotutto le case editrici possono essere ancora un posto felice e ci sta provando (e chissà), un’altra è passata da Berlino ad Halle a Lisbona…e non si fermerà.
Come si fa a dire, allora, che questa generazione sta a guardare, è ferma, si piange addosso? E come si fa, dopotutto, a non dirlo visto che ultimamente non facciamo una bella figura?
Per concludere, e andare sul pratico, abbiamo deciso (e capito) che una caratteristica costante ci accomuna: siamo mondialisti (che non vuol dire giocare a fantacalcio), cosmopoliti e poi ormai chi non ci è stato a Londra?

Quindi vogliamo inziare il viaggio – fisico, spirituale, mentale, e altre etc – sperando che la nostra mezza profuga europea Chiara Baldin possa darci qualche risposta, perchè da fuori sembra sempre di aver capito tutto. Eppure continuamo a non capire niente.

Una valigia piena di… ogni (forse) mercoledì, dal 26 ottobre fino a quando non si finiscono i soldi per il viaggio. Sui reportage generAzionali. E nei nostri appunti quando ci chiediamo “che ne sarà di noi” (Silvio Muccino ha capito tutto).

fazzzzbuk!

 

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[enpi mi chiede di ripostare qui questi appunti pubblicati sul mio blog. ringrazio e obbedisco.]

…in buona sostanza, ecco, in buona sostanza io credo che sia il tempo a fare le storie. Non è solo un fatto di distanza materiale, non parlo di tempo o distacco materiale — è anche possibile un distacco immediato, tutto mentale, che può essere misurato in anni luce, e che può tramutare in foto d’epoca anche un’istantanea — qui si parla di tempo in termini di respiro. Se respiri bene, se una storia ha il tempo di respirare, allora potrà farsi. Il tempo consegna le storie — se non al Mito, quantomeno all’orizzonte. Le storie che stanno all’orizzonte hanno un calore diverso, un po’ sfocato, rispetto alla cronica cronaca, per dire. Puoi interpretarle, hanno un margine d’ambiguità in cui ci si può perdere e immedesimare. Il filo dell’orizzonte è, spesso, il filo della memoria. Prendete il calcio. Non manca, quando si racconta il calcio, un certo spirito nostalgico, tutto sentimentale, che tende a sottolineare come il calcio moderno ammanchi di poesia. Ibrahimovic, Pirlo o anche il Totò Schillaci dell’Isola dei Famosi non ispirano la stessa poesia di un Mazzola, di un Riva o di un Maradona. Ma è solo questione di tempo: le biografie hanno bisogno di respiro. A nascere all’epoca di Napoleone, vi assicuro che avreste trovato i telegiornali abbastanza insopportabili come, ritengo, accadeva durante gli anni di Andreotti qui in Italia. Dunque è il tempo, la distanza (soprattutto mentale, ripeto), a fare le storie: vedrete come si parlerà di Antonio Cassano tra un secolo. Tra mille anni, cambiando ambito, si dirà di Johnny Cash che era uno pseudonimo, che sotto il suo nome si celava un oscuro collettivo di cantori, come accade oggi per Omero.
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giriamo con orgoglio questo comunicato stampa, che ci è arrivato, oggi. perché, sì, Ernesto Baj è il nostro orgoglio:

“[...] Il suo libro, in uscita con Einaudi, è già stato venduto in 12 Paesi. A dicembre “Una mattina per caso. Ai tempi di Silvio” uscirà in contemporanea in Francia, Spagna, Giappone, Olanda, Russia e Gran Bretagna. Poi, nei primi mesi del 2012, sarà il turno degli altri Paesi, fra i quali spiccano Israele e, persino, la Siria”.

qui, c’è il comunicato stampa [pdf]:

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Sappiate innanzitutto che al Festivaletteratura siamo andati come volontari, ed anche che siamo nati come rivistaioli proprio lì.

Questo significa molte cose: 1) sgobbiamo 5 giorni ma con molta gioia e con molti nuovi amici al ritorno che, purtroppo, è sempre troppo presto; 2) scriviamo articoli, facciamo foto, video e incontri con autori non da poco (Baricco, Benni, qualche Nobel, Guccini) e li potete trovare tutti sul sito www.festivaletteratura.it; 3) il Festivaletteratura di Mantova spacca e per spacca s’intende è figo e per figo s’intende: ma veniteci, su, togliete il culo dalla poltrona; 4) generAzione rivista ha preparato un reportage lungo 5 giorni (o meno o più, dipende) con foto, video, pillole, curiosità, and much more – come dicono le rockstars.
Quindi leggetene e abbiatene tutti, e dopo venite a dirci che il Festival vi piace e che Mantova è carina anche se piena di zanzare.

Noi vi attendiamo. E poi dovete farvi perdonare perchè non ci siete venuti e, guardatepropriochebruttepersonechesiete…

www.generazionerivista.com

 

 

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tutto TORNA tutto

mi sono spulciato il sito del Ministero degli interni. ho scoperto che la città più civile d’Italia è Cavriago. a Cavriago, paesino del reggiano, ha votato il 74,80 percento degli aventi diritto. a Cavriago, un giorno si autotassarono, perché avevano chiuso il cinema, e con quei soldi costruirono un multisala, il primo della provincia. questa cosa la cantano gli Offlaga Disco Pax, in Piccola Pietroburgo. spero di andarci, un giorno, a Cavriago. tutto torna:

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domani (venerdì 10 giugno) sono a Roma, al Caffè letterario che c’è sull’Ostiense. a partire dalle 18.30. mi han detto che è un posto molto bello. ecco, se qualcuno è in zona, ci vediamo lì.

e-

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puntate precedenti: un anno fa [se hai tempo, puoi leggere questo post e quest'altro] qui, su Mrt, lanciammo l’idea di creare qualcosa di “più grande”, e di nuovo. qualcosa che comprendesse le riviste, i blog, i siti indipendenti: fare rete, insomma. era questo l’auspicio.

un anno dopo, in occasione del B.I.R.R.A., bagarre riviste indipendenti, che si è tenuto a Bologna, grazie a e dentro al Bartleby, se n’è parlato, e, mi pare di capire, s’è fatto anche un grosso passo in avanti. qui, Michele Barbolini ci racconta cosa ne è venuto fuori. in sostanza, sono state accettate le proposte di quella discussione che si tenne qui, fra decine di riviste blog collettivi progetti, un anno fa.

[...] darsi, forse, una struttura, una rete. Abbiamo proposto la creazione di un sito, quello dove ora scriviamo, che serva da strumento di connessione tra le diverse riviste indipendenti sul territorio nazionale (per ora) e internazionale (nelle ambizioni). Abbiamo pensato a cosa metterci dentro, a questo sito. L’idea di una mappatura convince tutti. Magari proprio a forma di mappa con le freccette nelle città e nelle campagne. Un primo passo per capire chi c’è e dove. Si è discusso di creare una sezione emeroteca/download, dove sfogliare e scaricare i numeri delle riviste. E anche acquistarle, passo più complesso. Per dare visibilità a tutti si è pensato ad una pagina con gli eventi, dove ogni rivista può inserire segnalazioni di presentazioni o festival. Oltre a questo la nostra proposta è che il sito diventi anche uno strumento di narrazione e di inchiesta, dove le riviste non solo si raccontino, ma possano aprire discussioni, narrare esperienze e condividere con la rete idee e progetti.

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