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Archivio per la categoria ‘letteratura’

E’ uscito il numero 18 di generAzione rivista: CAMBIARE.

Berlusconi si dimette; Gheddafi muore; lo spread schizza su; l’Euro crolla o forse no.
Ma anche: la morosa lo ha lasciato e lui è uno straccio; resto identico perché è l’unica sicurezza che (forse) ho; mi tocca pensarla diversamente.

Il nuovo numero di generAzione rivista (novembre/dicembre 2011) è dedicato al tema del cambiamento. Intorno a noi accade un cambiamento totale e continuo ogni giorno. Si può dire che ogni secondo – anzi, anche meno – porti con sé qualcosa che per forza di cose muta radicalmente tutto quello che c’era prima. E che magari c’era da così tanto tempo che sembrava da sempre.

Noi ci viviamo dentro. E allora abbiamo provato ad analizzare cosa vuol dire cambiare. Nella fattispecie, interrogandoci sul parallelo tra i cambiamenti che ci accadono dentro e quelli che accadono fuori: a volte le cose sono collegate e ci accorgiamo che un identico oggetto ha molteplici significati; altre volte, ci tocca cambiare parere.
Lo abbiamo fatto perché, nella maggior parte dei casi, nessuno di noi si accorge delle trasformazioni: prima viveva in un modo; dopo un certo momento, in un altro. Punto. Ma perché?

Ne è uscito un numero molto poetico, a dimostrazione che il cambiamento è sempre qualcosa di profondo.

Potrete scaricare e leggere la rivista qui: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/generazione_rivista_novembre_-_dicembre_2011_-_num e su www.generazionerivista.comarchivio pdf

E siccome è Natale e siamo buoni – e voi che ci leggete meritate un regalo – eccovi in allegato lo speciale fotografico “Cambiare (in immagini)” del nostro Andrea Checcucci. Scarrrrricatevelo e gustatevelo. E tanti auguri: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/speciale_natalizio_-_rapsodia_fotografica (sì, pure in pdf…su archivio pdf…su generazionerivista.com)

Buona lettura!

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[enpi mi chiede di ripostare qui questi appunti pubblicati sul mio blog. ringrazio e obbedisco.]

…in buona sostanza, ecco, in buona sostanza io credo che sia il tempo a fare le storie. Non è solo un fatto di distanza materiale, non parlo di tempo o distacco materiale — è anche possibile un distacco immediato, tutto mentale, che può essere misurato in anni luce, e che può tramutare in foto d’epoca anche un’istantanea — qui si parla di tempo in termini di respiro. Se respiri bene, se una storia ha il tempo di respirare, allora potrà farsi. Il tempo consegna le storie — se non al Mito, quantomeno all’orizzonte. Le storie che stanno all’orizzonte hanno un calore diverso, un po’ sfocato, rispetto alla cronica cronaca, per dire. Puoi interpretarle, hanno un margine d’ambiguità in cui ci si può perdere e immedesimare. Il filo dell’orizzonte è, spesso, il filo della memoria. Prendete il calcio. Non manca, quando si racconta il calcio, un certo spirito nostalgico, tutto sentimentale, che tende a sottolineare come il calcio moderno ammanchi di poesia. Ibrahimovic, Pirlo o anche il Totò Schillaci dell’Isola dei Famosi non ispirano la stessa poesia di un Mazzola, di un Riva o di un Maradona. Ma è solo questione di tempo: le biografie hanno bisogno di respiro. A nascere all’epoca di Napoleone, vi assicuro che avreste trovato i telegiornali abbastanza insopportabili come, ritengo, accadeva durante gli anni di Andreotti qui in Italia. Dunque è il tempo, la distanza (soprattutto mentale, ripeto), a fare le storie: vedrete come si parlerà di Antonio Cassano tra un secolo. Tra mille anni, cambiando ambito, si dirà di Johnny Cash che era uno pseudonimo, che sotto il suo nome si celava un oscuro collettivo di cantori, come accade oggi per Omero.
(more…)

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Una lunga serie di appunti può restituirci uno scrittore che ha scelto di andarsene? Forse sì, verrebbe da dire, leggendo “Come diventare se stessi” il libro del giornalista David Lipsky che Martina Testa ha tradotto per Minumum Fax e che rappresenta il più importante appuntamento editoriale del terzo anniversario della morte di David Foster Wallace. In attesa, a novembre, del (primo?) romanzo postumo “The Pale King”.
Un volume strano, fatto in sostanza dello sbobinamento di cinque giorni di conversazioni tra Lipsky e DFW datate 1996, che avrebbero dovuto diventare un pezzo per Rolling Stone. Ma quell’articolo poi, non è mai stato pubblicato, e forse nemmeno scritto. La voce di David però è rimasta nelle cassette di Lipsky e lo scorso anno è tornata a farsi sentire in America. E ora la possiamo “ascoltare” anche in Italia.

Questo senso di “presa diretta” è forse la qualità migliore del libro, che ai moltissimi fan di Foster Wallace regala qualcosa che forse la maggior parte di loro non aveva avuto il tempo di
scoprire, tanto repentina è stata la parabola del suo successo, intrecciata alla vita così bruscamente interrotta. E le critiche che, con un certo qualunquismo, deridono la “santificazione” postuma dello scrittore di Ithaca adducendo come prova la sua bassa normalità (tradotto: è lo stesso David a dire a Lipsky che dal tour di promozione di “Infinite Jest” spera di “rimediarci un po’ di
sesso”), mostrano una volta di più come sia difficile capire l’importanza di questo scrittore che, piaccia o non piaccia non è questo il punto, ha però lasciato un’impronta profondissima nei
suoi libri, assai di più che con il suo suicidio. Ridurre il senso di questo libro al gossip che vi è contenuto è una scelta poco lusinghiera per chi la compie. E siamo poi certi che gossip sia la parola giusta? E’ lo stesso DFW a sostenere che non si può provare a essere sinceri, o lo si è o non lo si è.

La personalità di David Foster Wallace va oltre, il che non significa la beatificazione, come ha mostrato benissimo Jonathan Franzen, che è stato il suo migliore amico negli ultimi anni della sua vita, con il lungo articolo nel quale ha usato parole inequivocabili, come “malattia mentale” e ha sottolineato la componente egoistica e anche narcisistica del suo suicidio. Ma, e qui cade l’inghippo, tutto ciò non cambia di una virgola il resto, sia esso l’affetto di Franzen per l’amico, sia la qualità letteraria di ciò che DFW ha prodotto nei suoi 46 anni di vita. Ecco, è da qui che si dovrebbe partire anche per guardare al libro di Lipsky, che vorrebbe essere anche “il ritratto di com’era David quando, a trentaquattro anni, si ritrovava in mano solo carte buone e tutte le sue navi erano tornate sane e salve in porto”. Il resto, direbbe il Bardo, è fondamentalmente silenzio.

Un silenzio rotto dalle parole, tantissime, di David. “Aveva un talento così naturale per la scrittura – sottolinea Lipsky nella postfazione posta comunque in apertura del libro – che riusciva a
parlare in prosa: per me sarebbe altrettanto magico vedere un tizio in giacca e cravatta con delle grosse cuffie in testa entrare in una palestra e imbroccare cinquanta tiri liberi di fila”. Per proseguire con le citazioni, eccone due di DFW, che forse ci fanno capire un po’ meglio la persona che c’era dietro i suoi sorprendenti libri. “C’è un’arroganza incredibile – dice a un certo punto -anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell’aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto”. E un centinaio di pagine dopo una frase che, forse, è una delle possibili quintessenze dello scrittore, che di certo ne possedeva – e ne possiede – un numero discretamente elevato, tutte con buona probabilità vere. “Penso che le persone – diceva David Foster Wallace – come me e te siano fortunate sul serio se nella vita ottengono un po’ di successo quasi subito, e riescono a capire quasi subito che quel successo non ha nessun valore. Il che equivale a dire che riescono a mettersi quasi subito a riflettere su cosa invece abbia valore”.

Se questo è gossip.

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giriamo con orgoglio questo comunicato stampa, che ci è arrivato, oggi. perché, sì, Ernesto Baj è il nostro orgoglio:

“[...] Il suo libro, in uscita con Einaudi, è già stato venduto in 12 Paesi. A dicembre “Una mattina per caso. Ai tempi di Silvio” uscirà in contemporanea in Francia, Spagna, Giappone, Olanda, Russia e Gran Bretagna. Poi, nei primi mesi del 2012, sarà il turno degli altri Paesi, fra i quali spiccano Israele e, persino, la Siria”.

qui, c’è il comunicato stampa [pdf]:

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Il Circolo dei Lettori Arci Fortebraccio organizza a Roma l’8 e il 9 ottobre Mal di libri, due giorni per chi i libri li fa, li legge e li scrive. Dalle 11 alle 22, spazi espositivi, workshop, dibattiti e incontri per conoscere di persona gli addetti ai lavori e orientarsi nel misterioso mondo dell’editoria in maniera utile e divertente. Il festival si rivolge agli editori indipendenti, ai lettori, ai librai, agli addetti ai lavori e a tutti quelli che promuovono la lettura per lavoro o per passione.
SettePerUno, partner del festival, sta preparando “Cocktail letterario”, una staffetta dedicata a riviste e blog letterari per presentare al pubblico il meglio tra carta e web. La modalità di presentazione è libera, dal reading ai video passando per qualsiasi tipologia di prodotto creativo.
Ci piacerebbe se partecipassero le autoproduzioni italiane. Che ne dite?
Altre informazioni si trovano qui: http://www.fanfulla.org/mal-di-libri/

Contatti: Valentina Aversano – SettePerUno - info(at)setteperuno.it

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Sappiate innanzitutto che al Festivaletteratura siamo andati come volontari, ed anche che siamo nati come rivistaioli proprio lì.

Questo significa molte cose: 1) sgobbiamo 5 giorni ma con molta gioia e con molti nuovi amici al ritorno che, purtroppo, è sempre troppo presto; 2) scriviamo articoli, facciamo foto, video e incontri con autori non da poco (Baricco, Benni, qualche Nobel, Guccini) e li potete trovare tutti sul sito www.festivaletteratura.it; 3) il Festivaletteratura di Mantova spacca e per spacca s’intende è figo e per figo s’intende: ma veniteci, su, togliete il culo dalla poltrona; 4) generAzione rivista ha preparato un reportage lungo 5 giorni (o meno o più, dipende) con foto, video, pillole, curiosità, and much more – come dicono le rockstars.
Quindi leggetene e abbiatene tutti, e dopo venite a dirci che il Festival vi piace e che Mantova è carina anche se piena di zanzare.

Noi vi attendiamo. E poi dovete farvi perdonare perchè non ci siete venuti e, guardatepropriochebruttepersonechesiete…

www.generazionerivista.com

 

 

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«Egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo»
(Albert Camus su Ignazio Silone)

La scuola dei dittatori di Silone per me è libro sottovaluto di un autore forse troppo sottovalutato rispetto al suo valore, in particolare per la capacità di leggere il fascismo, il modo di agire del potere fascista e del pericolo radicale che esso rappresenta sia per una comunità sia per un individuo, pericolo che Silone riesce a descrivere nelle sue opere con profondità, acume e concretezza stilistica. Nella scrittura di Silone, in controluce, è spesso possibile toccare quel suo modo di essere «socialista senza partito e cristiano senza chiesa» che lo rende intellettuale eretico e che fa di questa eresia un punto di vista permanente sulla storia e sulla contemporaneità, viste con occhi inclementi e lucidissimi. (more…)

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