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Archivio per la categoria ‘triangolo industriale’

era da molto tempo che cercavo qualcosa del genere. a dire il vero, lo cercavo fra chi ha occupato binari, aule, piazze ecc. ecco: non l’ho ancora trovato. ma un discorso, vero, argomentato, l’ho trovato su Maciste:

C’è una perfetta sovrapposizione tra il linguaggio della rivolta e il linguaggio giornalistico. Il «ci rubano il futuro!» urlato ovunque – a cazzo, come se il futuro fosse una cosa che esiste sul serio e per la quale valga la pena protestare; come se il presente non valesse la pena – viene ripreso dai giornali in maniera naturale e scontata, un normalissimo passaggio di testimone. Su Repubblica si parla di «giovani senza futuro», di riscatto delle nuove generazioni, di “futuri rubati”, di rinnovamento. Poi, venti pagine dopo, un approfondimento su Leopardi e la sua tardiva passione per i gelati.

Se mi trovassi un giorno, quando sono incazzato, a parlare la stessa lingua dei giornali, se scoprissi che il linguaggio della mia rabbia e della mia indignazione ha, tecnicamente, le caratteristiche accettabili per finire in prima pagina su Repubblica o sul Corriere, ancora prima di chiedermi se sono i giornali ad imitare me o io ad imitare loro, mi verrebbe istintivo chiamare S. G., un amico di Mestre famoso in tutta la città per i suoi rutti, e gli chiederei di dirmi «precarizzazione» con un rutto.

«UEUAUIUAZIOUE!»

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LE FIGHE DI MARLENE
(15 Anni dopo)

[di Alessandro Milanese]

La bionda testa di lei, che si appoggia alla vigorosa spalla del suo lui.
“Cosa stanno facendo?” Domanda lei perplessa.
Lui scrolla il capo, forse capendo che il loro ciarlare alla fin fine ha quasi stufato.
Lei rincalza, non contenta.
“Mi sto per addormentare”.
Noi, in silenzio, preghiamo che succeda.

Ecco.
Così è terminato il mio 12°? (13°? / 15°?) concerto live dei Marlene.
Con una coppia aggrovigliata giusto una fila avanti a me, stretti nelle scomodissime poltroncine color porpora.
Loro, e le loro domande esistenziali.
Quello che lei, in quel momento di confusione emotiva non capiva, era il finale di Sonica.
La solita deriva improvvisata e deragliante che chiude (chiudeva, chiuderà, sempre ha chiuso) ogni live dei ragazzi della provincia Granda.
Impegnati nel martoriare le loro pedaliere, alla ricerca del sibilo perfetto, del fischio giusto, del rumore da mandare in loop per noi.
Una coda infinita, con tanto di monologo Godanesco a metà pezzo, e le luci (di gran pregio) ad esaltare il tutto, foderando l’atmosfera di tensione, suspance.

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Mi unisco ai non-auguri, con un estratto di Nanni Ballestrini. Chè il 2008, è l’anno loro. Loro. Gli operai.

Io allora cominciai a dire a mia madre: Senti io non ci voglio andare più a scuola. Perché voglio i blue-jeans voglio andare al cinema voglio mangiarmi la pizza fuori. Voglio uscire e per fare questo ci vogliono i soldi. Se no che faccio. Studio ma poi devo stare qua a desiderare tutto. E mica è bello vivere desiderando tutto. Volevo vivere immediatamente allora. Era già l’età che si comincia a averci la ragazzina e tutte le domeniche organizzavamo da ballare. A questa richiesta mia madre dice: Senti però ti dico una cosa. Che tu sei superiore perché vai a scuola perché studi. Ma io non la sentivo proprio questa superiorità non l’avevo mai sentita.

Io la superiorità la misuravo in base alle cose. In base al blue-jeans in base alla maglietta in base al giradischi e basta. Non la misuravo in base a quelle cazzate che m’insegnavano a scuola. Perché guarda caso quelle cazzate non mi servivano mai per ballare mai per uscire mai per mangiare la pizza. Perciò questa cosa che mi diceva mia madre che ero superiore non la capivo. Sentivo che non era vera per niente.

[...]

E fu in quegli anni che cominciò l’industrializzazione. Cominciò l’epoca dello sviluppo nel sud. Anche per evitare che questi braccianti questi pommarolari si ribellassero perché non guadagnavano abbastanza soldi per vivere. Allora si fece un po’ di industrie. Si potevano dare salari più bassi non c’erano sindacati. E così cominciarono a fare lavorare un po’ di gente nelle fabbriche. Ma non troppa perché il grosso doveva partire per il nord doveva emigrare. E’ cominciarono a esserci mi giro un po’ di soldi.

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MilanoRomaTrani, il blog di carta.
  
Ci sono state antologie di blogger, e blogger diventati scrittori.
Ma mai un blog che diventa di carta.
MilanoRomaTrani – il blog collettivo più figo dello spaziotempo – lo fa, per primo, mettendo insieme:
i post più belli del suo primo anno di vita;
i racconti di:
Remo Bassini,
Giacomo Buratti,
Peppe Fiore
e Andrea Malabaila;
e le meravigliose fotografie di Salvatore Piombino.

 

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[clicca sull'immagine per sfogliare-visualizzare direfarbaciare, oppure clicca qui per scaricare il file in pdf, e stamparlo]

Perché – senza ipocrisia – l’aspirazione di chi scrive è finire in un bel volume rilegato, o per lo meno una rivista, un foglio chessò. Piazzarsi in righe giustificate su dei bei rettangoli di carta (la qualità è relativa) che per quanto possano ingiallire, ma chi ci toglie più da lì? In un certo senso, si potrebbe dire che gli scrittori sono peggio dei politici.

Poi arriva internet a rendere tutto più facile e rovina la festa. E con internet arrivano gli scriventi. E gli scrittori se la fanno sotto, perchè in fondo, più conservatori di loro, che ce l’hanno fatta, che sono arrivati lì nell’empireo di toner e cellulosa… sì, sono maledettamente conservatori e reazionari. Un po’ come i giornalisti, che invocano a zigomi alti la libertà di stampa e l’informazione partecipata, mentre il loro incubo peggiore è perdere il tesserino di finta pelle bordò, e mai – ripeto mai – si sognerebbero di schierarsi a favore dell’abolizione dell’Ordine professionale di mandiboliana memoria.

E dunque – si diceva – arrivano gli scriventi. Che non sono né scrittori, né giornalisti, ma si sentono tali – i tapini! Tutti scrittori, tutti giornalisti! Tanto ormai non ci vuole niente, con i blog. Ma come si permettono, questi sacrileghi impuniti… E poi però, meglio farla breve, capita che gli scriventi vengano letti più dei giornalisti e molto più degli scrittori. Sondarne le ragioni diventa un puro esercizio intellettuale, con davvero poco stile e troppo impegnativo, rispetto ai risultati finora prodotti.

E come in ogni ciclo umano, origine e fine si piacciono e si scopano, così, al primo appuntamento. Senza troppe complicazioni. Cause e conseguenze si confondono. E gli scrittori, e i giornalisti, provano a fare gli scriventi. Alcuni sono anche pagati per farlo.

MRT è fatta (femminile!) di scriventi, scrittori, giornalisti. E a volte anche di gente normale. E si arroga – giustamente – il primato di averli messi insieme, fino a non capire lei stessa chi è chi, chi fa cosa, ma soprattutto perché. Ma solo godere di un evoluzione talmente naturale da sembrare volgare. Un lusso per pochi: non c’è niente di più trasgressivo dell’essere travolti da qualcosa a tal punto da dimenticarsene le orgini.

MRT festeggia tutto questo con direfarebaciare. Cos’è, lo si scopre scaricandolo e magari guardandolo, anche. Una cosa che sta sul monitor, dove gli scriventi si trovano più a loro agio, ma che può diventare di carta, così gli scrittori sono contenti e chè è firmata [nome & cognome] per la gioia massima dei giornalisti.

E che sarà letta, tanto.

Che in fondo, è davvero quello che interessa a tutti. Noi.

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Come da tradizione ovunque, il Lunedì dell’Angelo è dedicato a giri fuori porta che si risolvono, immancabilmente, in una partenza mattutina frastornata dal sonno, in un pranzo più o meno terrificante e in una coda isterizzante per tornare a casa.

Casa.

Ci pensi, in macchina, a una andatura che oscilla tra i ventidue e i trentasette chilometri di velocità, alla tua casa, a cosa avresti potuto fare in questa giornata anziché farti fottere nel ristorante sicuramente tipico, sicuramente caro, sicuramente coi piatti surgelati.

Dov’è casa? Casa è anche qui in macchina, volendo. Se apro lo sportello nel cruscotto, questo mi si abbatte sulle ginocchia mostrandomi abitudini e oggetti dimenticati – la bustina di granelli profumati per il posacenere, ecco dov’era finita.
La mignon di glen grant rotola su un cd masterizzato, senza custodia e già pieno di graffi, infilato nelle pagine delle istruzioni d’uso dell’autoveicolo da cui sbuca la fattura della revisione fatta pochi mesi fa. Quattrocentotrentotto euro, han cambiato i filtri, l’olio e anche le spazzole tergicristallo. C’è da bere, c’è da ascoltare musica, c’è da aver cura di un bene primario e ci son soldi spesi, spesi bene uno può asserire, se non fosse che il tagliando è stato fatto con circa quindicimila chilometri di ritardo e quelle vecchie ottocentomila lire sarebbero finite in banca a maturare degli interessi risibili su cui grattare a fine anno in una partita doppia di cui è meglio non conoscere le regole, a patto di non finire in rosso.

Lungo la strada centinaia di persone fanno il pic-nic. Hanno il tavolino pieghevole, con su una tovaglia mediamente a bianca con fiori tenui, il frigidaire portatile arancio oppure blu oltremare ai loro piedi che calzano scarpe da ginnastica o anche sandali. I bambini giocano con un pallone poco distanti, gli adolescenti son in giro con il cellulare in mano e un’espressione annoiata, gli adulti sfondano le sedie o i plaid sull’erba dormendo in posizioni improbabili, le vecchie osservano i rimasugli di lasagne al forno e parmigiane ricche d’olio.

Ovviamente, è nostra regola criticarli: come sia possibile fare un pic-nic sul ciglio della strada è incomprensibile a chiunque. Come noi possiamo passare il pomeriggio in coda per tornare a casa è incomprensibile a tutti.

La strada delle Valli di Lanzo è un costellarsi di questi campeggiatori al monossido di carbonio che fissano con commiserazione, ricambiati, le auto transitare lentissime verso la città.

Passato Robassomero, si intravedono le luci di Caselle e, dietro, di Torino.
Potevamo stare a casa a guardare la televisione.

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Stradari # 1

I luoghi che si lasciano molto spesso sono i luoghi che vorremmo riavere, salvo scoprire che non li abbiamo mai avuti.
Io, per esempio, conosco a memoria alcune strade di Genova e questo comporta un mio credere di averla in mano, di viverla nel quotidiano, di respirarne ancora la topografia.
Quando sporadicamente torno nel capoluogo ligure ogni percorso nuovo assume i contorni di strada conosciuta, di sapere in anticipo cosa troverò dopo un incrocio, quali palazzi, che insegne.
Nonostante non vi abbia mai messo piede prima di allora, in quel quartiere, non sappia dove parcheggiare, la città che non ho è di mia proprietà, ne ho certezza e consapevolezza e all’indirizzo che cerco arrivo senza troppi intoppi. E trovo anche parcheggio.

Andare in compagnia a Genova, per me, è diverso che da solo.
Con un’altra persona, che non ha condiviso con me ristoranti e parchi e salite a gradoni, già al dividersi dell’autostrada nelle direzioni Ventimiglia e Livorno mi trasformo in un Tuttocittà fatto di occhi e orecchie a catturare ogni fotogramma che mi si nasconde nelle gallerie e mi esplode dai viadotti.
Un film a trama scontata, di cui sai già la costruzione e i personaggi, ma lo vedi ugualmente per viverne la routine, avere la consapevolezza che ora accadrà questo e verrà detto quello.
In compagnia, io assumo i contorni neanche troppo sfumati di padrone della città, forte di ricordi e percorsi.

Da solo, invece, è mettersi in gioco, sbagliare strada senza farsi prendere dal panico, chiedere informazioni dando alla voce l’accento genovese senza tradirsi come foresti, annuire, sì, ho capito, laggiù, giro a destra e poi al secondo semaforo ancora a destra, sì, grazie.

zena, image @ www.rael-is-real.org

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