Vincenzo Cerami, in un’intervista per Rai Educational del 2001 (testo e video integrali qui):
Io continuo a pensare che la letteratura, come l’arte in genere, ha una funzione molto precisa: verbalizzare il silenzio delle persone, il silenzio di una società, il silenzio delle singole persone che formano una società.
Noi siamo fatti di silenzio, non siamo fatti di parole, noi parliamo un’ora durante una giornata, ma abbiamo ventitré ore di silenzio. E in quel silenzio pensiamo, prendiamo decisioni, ci turbiamo, rinnoviamo delle cose, preghiamo di nascosto. Ecco, lì dentro succede di tutto. Questo silenzio è la verità nostra, è la vera autenticità nostra. Perché quando noi parliamo con qualcun altro assumiamo comunque una maschera, a seconda di chi abbiamo davanti: cambiamo linguaggio, cambiamo lessico, stile, a seconda di chi abbiamo davanti.
Ma quando siamo con questo nostro silenzio, dentro abbiamo tutto un sistema di segni che non è verbalizzato: non è che pensiamo col soggetto, il predicato e il complemento, pensiamo secondo degli strani corto-circuiti elettrici, con memorie sedimentate, con colori, sensazioni, autobiografie. Tutto questo, poi, appartiene a tutti i poeti, per lo meno a tutti quelli che abitano la stessa lingua e che abitano il tuo stesso paese, la tua stessa cultura. Quindi, quando uno vuol raccontare una storia non fa altro che mettere parole a questo silenzio e raccontare qualcosa che è in tutti e che, pure, non tutti si accorgono di avere, qualcosa che è davanti agli occhi di tutti e che, pure, non tutti vedono.
Questo lo fa istintivamente, lo scrittore. E non solo lo scrittore. Perché vuol raccontare la realtà, non in maniera naturalistica e necessariamente realistica, vuol raccontare il mondo nel quale vive, quello che è nascosto, quello che non si vede. La realtà è sempre stata un mito. All’inizio, i primissimi uomini primitivi nelle caverne, gli antichi, disegnavano le tigri cattive e gli elefanti, un po’ per cristallizzare le proprie paure, per portarle fuori da sé, ma anche con uno scopo didascalico, perché i bambini uscendo per la foresta, poi, questi mostri, se li incontravano, li riconoscevano e scappavano via. E la realtà ha cominciato ad essere raccontata.
All’inizio non c’era la prospettiva, la realtà era tutta piatta, su due dimensioni. Poi la prospettiva ha aumentato il senso di realtà. Ma poi, con i chiaroscuri e le luci, si è capito che quella non era realtà, che la pura rappresentazione della realtà non è realtà. Allora si è cominciato a confondere le acque, con l’impressionismo, l’iperrealismo. E la realtà è rimasta un mito. Perché la realtà non è quello che noi vediamo, è quello che non vediamo. Quindi, credo che lo scrittore debba avere soprattutto questa spinta e che ce l’abbia con naturalezza. Così, il problema del best-seller, francamente, è un problema che viene molto, ma molto dopo. E non dovrebbe, comunque, secondo me, essere posto in questi termini: uno si mette là e dice “voglio scrivere un best-seller”… Piuttosto, che si desideri che il libro si venda, non per diventar ricchi, ma perché più persone ti leggano, questo credo che sia più che giusto e più che sano in uno scrittore.



MAPPATURA

