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cavalcare la paura è sempre stata la via più diritta per consolidare il potere. il potere nasce dalla paura. ti do il potere perché tu mi possa liberare dalla paura. ma il potere che s’è formato dalla paura, attraverso la paura, non elimina la paura, la fomenta.

chiunque – come me – abbia visto gli anni ottanta, sa bene che non esiste nessuna emergenza. se ci sono delle emergenze criminali, queste sono legate alle mafie, e alle lobby mafiose. ai soldi degli appalti truccati (o manco banditi) con i quali si costruiscono – continuamente – nuove case. palazzi, e palazzi, e palazzi. mattone. ponte. autostrada. binario.

ma a me, negli anni ottanta, m’hanno messo un coltello alla gola – uno di quelli grossi e col seghetto dalla parte non affilata; e ho difeso, una volta, le mie diecimila lire, che erano un tesoro. e, di fronte a casa mia, una sera c’era un morto ammazzato, e la moto di grossa cilindrata che guidava il morto prima di morire era a terra – pure lei. c’era l’eroina. i tossici si vedevano. ora no, ora siam tutti tossici, tutti a sniffare, ché male non fa.

cavalcare la paura: è facile, troppo facile. fomentare, creare la paura: ancora più facile. è sufficiente mandare ininterrottamente in tivì le notizie giuste. pilotare i fatti. “questo tira” dice il caporedattore, e si fanno servizi su servizi. e finto approfondimento. (more…)

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tra i film importanti, tra le cose dimenticate: Todo Modo, di Elio Petri, con Volontè e Mastroianni, 1976.

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da vedere, assolutamente; analisi perfetta, concreta; il grottesco della politica e del sistema.

Elio Petri, su Todo modo:

No, il film non era terroristico. Semmai nel film aleggiava il terrorismo ignaziano, perché avevo portato alle estreme conseguenze l’idea del libro di Sciascia, e quindi, anche se lo spettatore non se ne rendeva conto, il film funzionava come un esercizio spirituale, era strutturato proprio sulla base legli esercizi spirituali, che sono un’occasione di terrorismo inaudito. Todo modo uscì per puro caso in piena campagna elettorale. Lo avevo girato negli ultimi mesi del ’75, quando non si prospettavano campagne elettorali, poi invece ci furono le elezioni anticipate. Naturalmente la casa di distribuzione si pose il problema se farlo uscire o meno, e poiché avrebbe provocato scandalo era meglio metterlo subito in circolazione. Se fosse uscito dopo sarebbe stato letto in un altro modo. E poi era l’epoca dei compromesso storico, quindi in privato i comunisti ti dicevano che gli piaceva, ma in pubblico lo attaccavano.

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Allora, tra poco si torna a votare. “La parola alle urne!” “Sono i cittadini che ce lo chiedono!” E – cazzo – non sia mai detto che i cittadini restino inascoltati!

Inutile dire che qui a

ROMA – la febbre da campagna elettorale sia salita fino a forare il vetro della colonnina.  Eh si, perchè succede così nel Bel Paese degli allenatori-senatori, dove notoriamente il tasso di (presunta, autoattribuita?) alfabetizzazione politico-calcistica supera anche l’elementare conoscenza di modi e tempi dei verbi regolari. Ma di parecchio! Non so nel resto dello Stivale, suppongo sia lo stesso, ma posso testimoniare che qui nella Capitale i sanpietrini sono messi a dura prova dallo scalpiccìo nevrotico degli ingranaggi della locomotiva democratica.

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in uno dei tanti saggi di David Foster Wallace (precisamente: in uno di quelli contenuti nella raccolta Considera l’aragosta, uscita in Italia nel 2006), in una noticina (a pagina 74 della suddetta raccolta), c’è scritto:

Uno dei gruppi di affermazioni che passerò molto del mio e del vostro tempo a difendere è che le questioni dell’uso della lingua sono fondamentalmente politiche, e che autorità linguistiche apparentemente disinteressate come i dizionari sono sempre il prodotto di determinate ideologie (…)

ogni parola nasconde un inganno, inganno che si moltiplica nelle successioni di parole; e che assume proporzioni nefaste nel succedersi di frasi. scegliere le parole è una questione politica, deciderne un senso collettivo ancora di più.

non è tempo d’imprecisioni: non è più tempo di dire minchiate.

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ROMA. E’ dura dover tornare a parlare di terrorismo nel Bel Paese. Sembrava uno spettro ormai lontano nei decenni, debellato dall’integrità della buona politica – anzi, ottima direi – che ha rimesso in piedi lo Stato italiano in un crescendo di trionfi della democrazia, fino al paradiso in terra nel quale viviamo oggigiorno. E ammettiamolo, dai!

Eppure, c’è ancora qualcuno – minoranze guerrafondaie, com’è ovvio – che non la pensa così. E che si ostina a voler destabilizzare ancora oggi questo popò di Sistema (si può dire popò?) che con fatica ci è stato cucito addosso da uomini – deo gratias – più illuminati di noi (chè sennò poi si vede il cerone).

Ebbene è di oggi l’ultimo atto di terrore gratuito, messo in scena da queste insopportabili frange eversive. Uno scempio di cui io stesso, passeggiando per la bella Roma, ho potuto constatare i gravi danni: nocumenti arrecati al patrimonio artistico capitolino, vittima della furia ribelle, i cui intenti – sicuramente omicidi – per fortuna non hanno raggiunto obbiettivi umani (tanto meno illuminati).

Ma veniamo ai fatti, anche se il solo riportarli alla memoria gela il sangue nelle vene. (more…)

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