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I tunisini escono in massa al di fuori del Campo tra gli applausi della gente. Gli agenti in assetto antisommossa, sbucati dal nulla (proprio come i tunisini nelle campagne fino a qualche giorno fa) non si muovono. Erano stati chiamati per intimorire qualche militante di sinistra giunto lì per dare una mano e finito a provocare. Adesso gli agenti non possono fare niente. Una ragazza si fa incontro alla massa di profughi, ne ferma due, è in lacrime, gli spiega che se escono dal Campo verranno riacciuffati come clandestini e rimpatriati. Comunque non avranno il passaporto. Due tunisini l’abbracciano, non capiscono, «No male», dicono, forse pensano che lei abbia paura di loro.

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quello che non vi auguro, con tutto il cuore:

non vi auguro buon natale e nemmeno buon anno, ché tanto 8 dietro due zero è pari a 9, tanto per cominciare.

ma – soprattutto – [ed ecco i miei non-auguri, quelli veri]

- non vi auguro di lavorare a una pressa, o con una taglierina, o s’un ponteggio. in Italia muoiono tre persone al giorno di lavoro, e ci sono 1.000.000 di incidenti l’anno: un mi-li-o-ne [200.000 è la stima degli incidenti fantasma, non denunciati perché si stava lavorando a nero, per esempio].

- in particolare non vi auguro di lavorare all’Ilva di Taranto, che finora ha ucciso 180 [come scrivo qui? lavoratori? operai? esseri umani? uomini...] vite. altre 8.000 esistenze le ha spezzate [otto-mila invalidi!]

- e, visto che l’Ilva produce il 90 percento di tutta la diossina che si riversa nei cieli e suoi suoli italiani, non vi auguro di viverci, accanto o vicini o non troppo lontani, dall’Ilva [20.000 morti per tumori e leucemie a Taranto attribuiti all'inferno dell'Ilva].

chi ha voglia può leggersi uno stralcio di quello che ha scritto Francesca Caliolo, che poi sono le cose che le raccontava suo marito, Antonino Mingolla, morto intossicato dai gas di scarto, nel 2006, all’Ilva:

Il giorno in cui misi piede per la prima volta come operaio nel cantiere Ilva di Taranto, fui preso dallo sconforto, come mai mi era accaduto nella mia lunga esperienza lavorativa. Difficile arrivare alla fine di quella giornata. Trovare quel lavoro non era stato facile: dopo mesi di mobilità e decine di domande inoltrate a ditte del settore, un contratto a due mesi mi aveva dato respiro [...]
Ciò che restava immutato era il paesaggio. Contro un cielo velato dai fumi, si stagliavano bizzarre architetture: come cattedrali futuriste consacrate alla grande economia, svettavano numerose ciminiere, attorniate da condutture metalliche che percorrevano in lungo e in largo la città-cantiere, trasportando enormi quantità di gas, per arrivare ai potenti altoforni capaci di ridurre i metalli in lava incandescente.
A fumi e vapori si aggiungeva il `polverino´, come lo chiamavano qui, che si sollevava dalle nere colline di carbone dei parchi minerali, in una sorta di moderna rivisitazione dell´Inferno dantesco. Di tanto in tanto, paradossalmente, il tutto era avvolto dalle note dell´”Inno alla gioia” di Beethoven, diffuse dagli altoparlanti per sottolineare il momento culmine della “colata”. A questo scenario pian piano non ci feci più caso, se non per il fatto che gradualmente contribuiva ad aggravare la mia allergia. La prima estate che affrontai in Ilva fu una delle più calde in assoluto. Toccò i 40° e a noi toccò ristrutturare un altoforno ancora caldo, situato vicino a un altro in funzione, a 1.800° [...]
A fine giornata pareva un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi: ustioni, intossicazioni, fratture e, qualche volta, si moriva anche. Le morti ci lasciavano attoniti, a pensare all´esagerato tributo da pagare in cambio di un lavoro di per sé duro e alienante[...]

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