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Archive for the ‘editoria’ Category

Tra qualche giorno nasce una rivista autoprodotta, distribuita gratuitamente – leggi: “free press” – a colori, su carta riciclata. Ma la cosa nuova è: la rivista è per bambini. Ecco: è la prima free press al Mondo per bambini. In realtà qualche mese fa è uscita questa cosa, ma è un’altra cosa, fatta in grande stile, con tanti soldi ecc. Noi cominciamo con una tiratura di 500 copie, distribuendo nella Bat-provincia (Barletta Andria Trani), e cominciamo come autoproduzione vera. La rivista si chiama Yuri e questa qui è la copertina del numero zero:

numero zero

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La seconda edizione di Luoghi Comuni Festival si terrà ad Altamura (BA) dal 4 all’11 maggio. Domenica 6 maggio ci sarà anche la Cooperativa di narrazione popolare, a parlare di scrittura liberata, copyleft e Creative Commons.

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non molto tempo fa, ho scritto questa cosa qui, con l’intenzione di mettere in guardia chi vive nella speranza di fare lo “scrittore” – soprattutto per quanti vorrebbero camparci, con la scrittura.
ecco, oggi vorrei dare un consiglio ad altri che vorrebbero campare coi libri: agli aspiranti redattori, illustratori, editor, correttori ecc., e perché no? agli aspiranti librai, promotori editoriali, editori. il consiglio è: leggete Pazzi scatenati, Usi e abusi dell’editoria italiana, scritto da Federico di Vita. la morale di questo libro è: spendendo oggi 14 euro, puoi evitarti anni e anni di “lavoro” non pagato, di debiti (i debiti riguardano i librai e gli editori, ma, a volta, anche i lavoratori dell’editoria, che, letteralmente, pagano per lavorare, pagandosi le trasferte alla fiere, o alle presentazioni, per esempio), di smarrimento emotivo, di occasioni perse. Federico si è documentato a fondo, e in più ha un’esperienza diretta di occasioni perse, smarrimento emotivo, “lavoro” non pagato ecc. – come quasi tutti quelli che stanno nel mondo editoriale. io posso aggiungere che qualcuno che ci campa con queste cose lo conosco, ma sono pochi, davvero pochi e i debiti, a volte, li han fatti sul serio, con master costosissimi, da 6.000 euro all’anno (più affitto, cibo, tessera della metro), oppure hanno combattuto per quindici, vent’anni, e solo da poco tempo hanno uno stipendio, un fisso garantito.
in Pazzi scatenati, Federico raccoglie anche alcune voci – anonime: un’altro effetto di essere un lavoratore iperprecario dell’editoria è la paura – di redattori, editor e altra gente senza contratto. per esempio: “Secondo me i piccoli editori sono spesso degli sprovveduti. Per la maggior parte figli di papà che si buttano sul mercato senza alcuna esperienza e senza avere la minima idea di come si facciano e si vendano i libri. I rimanenti sono degli squali, pronti a tutto: dal plagio alla pubblicazione a pagamento. Oppure la terza categoria: gli idealisti. Ma gli idealisti non hanno scelta: o diventano squali, o chiudono baracca in un paio di anni”. Ma anche: “Il fatto è che per queste case editrici, le giovani e coraggiose piccole case editrici indipendenti, è davvero troppo facile. Da una parte hanno il Moloch dei grandi gruppi, dall’altra lo spauracchio dell’editoria a pagamento: è quasi impossibile fare brutta figura tra questi due”.
Federico di Vita ha raccolto molte voci: librai, stampatori, editori, promotori, distributori.
Molto interessante anche l’intervista a Pasquale Colaps, ex direttore di Pde, uno dei principali distributori italiani – oggi Pde appartiene a Feltrinelli. Colaps è molto franco, e a pag. 96 di Pazzi scatenati dice: “La piccola editoria è destinata al collasso, i piccoli editori sono montati, la piccola editoria vive di marchette e illusioni. Magari per stampare quei quattro libri l’editore ha venduto il mobile antico che aveva in soggiorno”.
Questo è. Nessuno può negarlo. Le librerie indipendenti chiudono, quelle di catena aumentano di numero. La piccola editoria non ha nessun senso, e la media soffre assai, e punta dichiaratamente sulla mancanza di qualità. Il mercato è sempre più concentrato, e i tre grandi gruppi editoriali posseggono tutto. Vedi, per esempio, lo strano sodalizio/holding fra i gruppi Giunti e Gems, che mischia Messaggerie (distributore), librerie (Ubik e Giunti), case editrici (decine: ci trovi i Garzanti e le Giuntine), grossisti (Fastbook), magazzini.
Questo è quanto. Questa è la situazione. C’è speranza? Certo. C’è, sempre. Ma ne riparleremo.

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Caro giovane scrittore,

è da tanto che volevo scriverti. Non ho avuto tempo, finora, forse m’è mancato anche il coraggio. Ma mai la voglia, sappilo. Ti scrivo, come scriverei a un figlio, a una figlia, a una nipotina. Ti voglio dire poche cose, ma credo che siano importanti.

In questi anni – anni nei quali ho avuto a che fare con cose (e case) editoriali, nei quali ho scritto, ho letto e corretto ecc. – ho conosciuto tante persone: piccoli editori, scrittori amati, e scrittori odiati, donne e uomini che lavorano nelle case editrici, quelle vere. Quelle grandi. E poi giornalisti e recensori, conduttori di programmi radio e tivù, organizzatori di eventi.

Credo, insomma, di avere, ora, un quadro chiaro della situazione. E sento il bisogno di dirtelo, di fartelo sapere, come vanno le cose (editoriali, ma non solo).

Caro giovane scrittore, questo è un mondo duro. Spesso sporco. Ci si mette anni a tentare, a provare, a trovare qualcuno che dia spazio alle tue cose. Poi, sì, dopo anni, qualcuno ci riesce. Quando ci sei riuscito, ci sono persino editori che ti corteggiano per pubblicare con loro. Poi, una volta che tu hai detto sì, una volta che il libro esiste, ecco, non so come dirtelo… quel libro, in realtà, capita, spesso, che non esista. Che non ci sia, in libreria. E quando va il tuo migliore amico a chiederlo, o tua madre, tua zia, ecco: il librario, o il commesso, dicono al tuo amico, a tua zia, dicono proprio questo: non esiste. Il libro non si può nemmeno ordinare.

E tu, che hai fatto la tua trafila – hai pubblicato il primo racconto dieci anni prima, su una piccola rivista, poi hai fatto parte di un’antologia, poi hai aperto un blog, poi hai comprato Pulp e l’Indice dei libri tutti i mesi, e hai scritto altri racconti, e poi un libro, e nel frattempo ti sei letto tutta la narrativa contemporanea italiana – ecco, dopo che ci hai messo un anno a scrivere quel libro e altri due a mandarlo in giro, a quel punto te lo chiedi: ma come campano questi? Perché fanno gli editori? Com’è che pubblicano libri che non distribuiscono, che non vendono? Perché lo fanno?

Ecco: ci sono tanti motivi per cui lo possono fare. Magari per passione, sommata a incompetenza. Magari perché sbattono la testa anche loro, anche loro avevano un sogno: pubblicare bei libri. E hanno pianto, può darsi, quando hanno visto il primo pacco di libri che arrivava dalla tipografia. E ora, invece, piangono, sì, lo stesso, ma per altre ragioni. Oppure lo fanno perché prendono dei soldi, hanno dei finanziamenti – sì, anche ora, nonostante la “crisi”, da università, enti vari, ricchi padri o altri.

Tu, amico mio, giovane scrittore, non chiedertelo. Sappi solo che ci sono non più di dieci gruppi editoriali e/o case editrici che esistono sul serio. Non sto qui a farti i nomi.

Oggi ho visto che una di queste case editrici, che vuole costruire una rete propria di distribuzione, sta vendendo magliette, per finanziare quest’idea. Le vende su un sito destinato alle autoproduzioni, pur fatturando qualche milione di euro l’anno. Le vende, amico mio, le ha vendute tutte.

Ora, questo ti accadrà quando pubblicherai il tuo primo libro.

Esiste uno scenario peggiore. Conosco ottimi scrittori che non hanno ancora pubblicato. Sì, sono ovunque: nelle antologie, nelle riviste, in Rete. Ma questo non basta, a loro, no. E stanno morendo dentro, perché sono anni – due, tre, quattro – che ricevono rifiuti. E ti assicuro, amico mio, che non vengono rifiutati solo i libri brutti. Come non vengono pubblicati solo i libri belli.

Questi, i non pubblicati, sono la maggioranza. E non sono meno bravi di molti che, invece, pubblicano.

Ti dirò, mio giovane amico: in Italia c’è una quantità spaventosa di gente che scrive bene. Non creder a quelli che dicono il contrario. Io ne conosco a decine. Di questi, una buona metà non ha ancora pubblicato nulla. Ecco: forse ci sei tu, fra questi. Oppure sei tra quelli che si stanno rendendo conto che pubblicare non serve a niente. Io scrivo a entrambi.

Certo, esiste uno scenario diverso, positivo: potresti essere pubblicato, o sei stato pubblicato da uno di quegli editori “veri”, che esistono, che vendono i libri, o, quantomeno, li fanno arrivare nelle librerie. Ecco: c’è un problema, però. Conosco chi ha pubblicato libri incredibili, con il miglior editore italiano, e ora non scrive più. Perché non ha venduto abbastanza, e il miglior editore italiano, pur sapendo che lui era il miglior autore italiano, non si è più fatto sentire. E conosco chi ha esordito con il più grosso editore italiano – cugino di primo grado del miglior editore italiano – e, pure lui, non ha venduto abbastanza. E allora il libro dopo l’ha pubblicato con un editore più piccolo. E poi, ancora un libro, e l’editore questa volta era di quelli invisibili. Alla fine si è pagato da solo le copie dell’ultimo libro.

Ci sono, sì, delle persone, delle donne e degli uomini che scrivono libri per editori reali, e che lo fanno da dieci, da venti anni, e che vendono libri. Di questi solo alcuni sono scrittori e basta. Molti hanno altri lavori – televisivi, spesso – oppure arrotondano tenendo corsi di scrittura, fingendo cosulenze. Girano come trottole, cercando pasti caldi alla fiera del libro del paesello, dove, però, si mangia bene. Hanno il rimborso del treno, e un paio di cene. Non ci sono redditi garantiti. Magari uno prende un anticipo, per un libro, o vince il premio letterario Città di Boh, e intasca mille, duemila euro. E può mangiare per un mese, tutto di fila.

Insomma, caro giovane scrittore, sappi che non ci camperai mai, della tua scrittura. Cercati – è proprio in questi momenti strani che si può aguzzare l’ingegno – un lavoro. Oppure, se sei bravo, potresti venderti a un giornale, improvvisarti ufficio stampa, fare qualcosa scrivendo. Ma anche qui è grama. I giornali pagano due euro a pezzo, e spesso si finisce a lavorare negli uffici stampa della piccole case editrici, e non sto nemmeno a dirti.

Quello che voglio dirti, amico mio, in soldoni, è questo: stai alla larga dall’editoria. Non dalla scrittura: quella frequentala spesso. Ogni volta che vorrai e ne sentirai il bisogno. Ma gli editori, no, stanne alla larga. E non metterti in testa di farla tu, una casa editrice. Promettimelo, ti prego, ora.

Con sincero affetto,

e-

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[enpi mi chiede di ripostare qui questi appunti pubblicati sul mio blog. ringrazio e obbedisco.]

…in buona sostanza, ecco, in buona sostanza io credo che sia il tempo a fare le storie. Non è solo un fatto di distanza materiale, non parlo di tempo o distacco materiale — è anche possibile un distacco immediato, tutto mentale, che può essere misurato in anni luce, e che può tramutare in foto d’epoca anche un’istantanea — qui si parla di tempo in termini di respiro. Se respiri bene, se una storia ha il tempo di respirare, allora potrà farsi. Il tempo consegna le storie — se non al Mito, quantomeno all’orizzonte. Le storie che stanno all’orizzonte hanno un calore diverso, un po’ sfocato, rispetto alla cronica cronaca, per dire. Puoi interpretarle, hanno un margine d’ambiguità in cui ci si può perdere e immedesimare. Il filo dell’orizzonte è, spesso, il filo della memoria. Prendete il calcio. Non manca, quando si racconta il calcio, un certo spirito nostalgico, tutto sentimentale, che tende a sottolineare come il calcio moderno ammanchi di poesia. Ibrahimovic, Pirlo o anche il Totò Schillaci dell’Isola dei Famosi non ispirano la stessa poesia di un Mazzola, di un Riva o di un Maradona. Ma è solo questione di tempo: le biografie hanno bisogno di respiro. A nascere all’epoca di Napoleone, vi assicuro che avreste trovato i telegiornali abbastanza insopportabili come, ritengo, accadeva durante gli anni di Andreotti qui in Italia. Dunque è il tempo, la distanza (soprattutto mentale, ripeto), a fare le storie: vedrete come si parlerà di Antonio Cassano tra un secolo. Tra mille anni, cambiando ambito, si dirà di Johnny Cash che era uno pseudonimo, che sotto il suo nome si celava un oscuro collettivo di cantori, come accade oggi per Omero.
(altro…)

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Una lunga serie di appunti può restituirci uno scrittore che ha scelto di andarsene? Forse sì, verrebbe da dire, leggendo “Come diventare se stessi” il libro del giornalista David Lipsky che Martina Testa ha tradotto per Minumum Fax e che rappresenta il più importante appuntamento editoriale del terzo anniversario della morte di David Foster Wallace. In attesa, a novembre, del (primo?) romanzo postumo “The Pale King”.
Un volume strano, fatto in sostanza dello sbobinamento di cinque giorni di conversazioni tra Lipsky e DFW datate 1996, che avrebbero dovuto diventare un pezzo per Rolling Stone. Ma quell’articolo poi, non è mai stato pubblicato, e forse nemmeno scritto. La voce di David però è rimasta nelle cassette di Lipsky e lo scorso anno è tornata a farsi sentire in America. E ora la possiamo “ascoltare” anche in Italia.

Questo senso di “presa diretta” è forse la qualità migliore del libro, che ai moltissimi fan di Foster Wallace regala qualcosa che forse la maggior parte di loro non aveva avuto il tempo di
scoprire, tanto repentina è stata la parabola del suo successo, intrecciata alla vita così bruscamente interrotta. E le critiche che, con un certo qualunquismo, deridono la “santificazione” postuma dello scrittore di Ithaca adducendo come prova la sua bassa normalità (tradotto: è lo stesso David a dire a Lipsky che dal tour di promozione di “Infinite Jest” spera di “rimediarci un po’ di
sesso”), mostrano una volta di più come sia difficile capire l’importanza di questo scrittore che, piaccia o non piaccia non è questo il punto, ha però lasciato un’impronta profondissima nei
suoi libri, assai di più che con il suo suicidio. Ridurre il senso di questo libro al gossip che vi è contenuto è una scelta poco lusinghiera per chi la compie. E siamo poi certi che gossip sia la parola giusta? E’ lo stesso DFW a sostenere che non si può provare a essere sinceri, o lo si è o non lo si è.

La personalità di David Foster Wallace va oltre, il che non significa la beatificazione, come ha mostrato benissimo Jonathan Franzen, che è stato il suo migliore amico negli ultimi anni della sua vita, con il lungo articolo nel quale ha usato parole inequivocabili, come “malattia mentale” e ha sottolineato la componente egoistica e anche narcisistica del suo suicidio. Ma, e qui cade l’inghippo, tutto ciò non cambia di una virgola il resto, sia esso l’affetto di Franzen per l’amico, sia la qualità letteraria di ciò che DFW ha prodotto nei suoi 46 anni di vita. Ecco, è da qui che si dovrebbe partire anche per guardare al libro di Lipsky, che vorrebbe essere anche “il ritratto di com’era David quando, a trentaquattro anni, si ritrovava in mano solo carte buone e tutte le sue navi erano tornate sane e salve in porto”. Il resto, direbbe il Bardo, è fondamentalmente silenzio.

Un silenzio rotto dalle parole, tantissime, di David. “Aveva un talento così naturale per la scrittura – sottolinea Lipsky nella postfazione posta comunque in apertura del libro – che riusciva a
parlare in prosa: per me sarebbe altrettanto magico vedere un tizio in giacca e cravatta con delle grosse cuffie in testa entrare in una palestra e imbroccare cinquanta tiri liberi di fila”. Per proseguire con le citazioni, eccone due di DFW, che forse ci fanno capire un po’ meglio la persona che c’era dietro i suoi sorprendenti libri. “C’è un’arroganza incredibile – dice a un certo punto -anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell’aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto”. E un centinaio di pagine dopo una frase che, forse, è una delle possibili quintessenze dello scrittore, che di certo ne possedeva – e ne possiede – un numero discretamente elevato, tutte con buona probabilità vere. “Penso che le persone – diceva David Foster Wallace – come me e te siano fortunate sul serio se nella vita ottengono un po’ di successo quasi subito, e riescono a capire quasi subito che quel successo non ha nessun valore. Il che equivale a dire che riescono a mettersi quasi subito a riflettere su cosa invece abbia valore”.

Se questo è gossip.

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Carta Straccia è una sorta di piccola casa editrice di autoproduzioni. Sta a Pescara, e ha risposto alle nostre domande.

1- come selezionate i libri da produrre? quali autori possono proporsi?

Carta Straccia è una microrete di scambi creativi, nata per amplificare delle collaborazioni già esistenti su progetti di narrativa, fumetto ed illustrazione. Veniamo da un’esperienza di autoproduzione maturata in 19 numeri di una fanzine, in bianco e nero su carta riciclata, che abbiamo stampato con una tiratura di 1000 copie mensili e distribuito gratuitamente inizialmente nella nostra regione l’Abruzzo per poi espanderci nel resto italia fino ad arrivare a distribuire un po’ di copie anche in Belgio e Inghilterra.

Il passo successivo è stato quello di chiudere la fanzine e lanciarci sull’autoproduzione di albi a fumetti, illustrazioni e libri di narrativa.

Il nucleo creativo attuale è composto da Simone Angelini, Fabio di Campli, Marco Taddei, Michela Tobiolo, Filippo Toriello, Maximiliano Sanvitale, Davide Gentile, Pietro Rulli, Luca Di Cesare e Fabio Calabrese. (altro…)

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