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Archive for the ‘letti in giro’ Category

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Una lunga serie di appunti può restituirci uno scrittore che ha scelto di andarsene? Forse sì, verrebbe da dire, leggendo “Come diventare se stessi” il libro del giornalista David Lipsky che Martina Testa ha tradotto per Minumum Fax e che rappresenta il più importante appuntamento editoriale del terzo anniversario della morte di David Foster Wallace. In attesa, a novembre, del (primo?) romanzo postumo “The Pale King”.
Un volume strano, fatto in sostanza dello sbobinamento di cinque giorni di conversazioni tra Lipsky e DFW datate 1996, che avrebbero dovuto diventare un pezzo per Rolling Stone. Ma quell’articolo poi, non è mai stato pubblicato, e forse nemmeno scritto. La voce di David però è rimasta nelle cassette di Lipsky e lo scorso anno è tornata a farsi sentire in America. E ora la possiamo “ascoltare” anche in Italia.

Questo senso di “presa diretta” è forse la qualità migliore del libro, che ai moltissimi fan di Foster Wallace regala qualcosa che forse la maggior parte di loro non aveva avuto il tempo di
scoprire, tanto repentina è stata la parabola del suo successo, intrecciata alla vita così bruscamente interrotta. E le critiche che, con un certo qualunquismo, deridono la “santificazione” postuma dello scrittore di Ithaca adducendo come prova la sua bassa normalità (tradotto: è lo stesso David a dire a Lipsky che dal tour di promozione di “Infinite Jest” spera di “rimediarci un po’ di
sesso”), mostrano una volta di più come sia difficile capire l’importanza di questo scrittore che, piaccia o non piaccia non è questo il punto, ha però lasciato un’impronta profondissima nei
suoi libri, assai di più che con il suo suicidio. Ridurre il senso di questo libro al gossip che vi è contenuto è una scelta poco lusinghiera per chi la compie. E siamo poi certi che gossip sia la parola giusta? E’ lo stesso DFW a sostenere che non si può provare a essere sinceri, o lo si è o non lo si è.

La personalità di David Foster Wallace va oltre, il che non significa la beatificazione, come ha mostrato benissimo Jonathan Franzen, che è stato il suo migliore amico negli ultimi anni della sua vita, con il lungo articolo nel quale ha usato parole inequivocabili, come “malattia mentale” e ha sottolineato la componente egoistica e anche narcisistica del suo suicidio. Ma, e qui cade l’inghippo, tutto ciò non cambia di una virgola il resto, sia esso l’affetto di Franzen per l’amico, sia la qualità letteraria di ciò che DFW ha prodotto nei suoi 46 anni di vita. Ecco, è da qui che si dovrebbe partire anche per guardare al libro di Lipsky, che vorrebbe essere anche “il ritratto di com’era David quando, a trentaquattro anni, si ritrovava in mano solo carte buone e tutte le sue navi erano tornate sane e salve in porto”. Il resto, direbbe il Bardo, è fondamentalmente silenzio.

Un silenzio rotto dalle parole, tantissime, di David. “Aveva un talento così naturale per la scrittura – sottolinea Lipsky nella postfazione posta comunque in apertura del libro – che riusciva a
parlare in prosa: per me sarebbe altrettanto magico vedere un tizio in giacca e cravatta con delle grosse cuffie in testa entrare in una palestra e imbroccare cinquanta tiri liberi di fila”. Per proseguire con le citazioni, eccone due di DFW, che forse ci fanno capire un po’ meglio la persona che c’era dietro i suoi sorprendenti libri. “C’è un’arroganza incredibile – dice a un certo punto -anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell’aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto”. E un centinaio di pagine dopo una frase che, forse, è una delle possibili quintessenze dello scrittore, che di certo ne possedeva – e ne possiede – un numero discretamente elevato, tutte con buona probabilità vere. “Penso che le persone – diceva David Foster Wallace – come me e te siano fortunate sul serio se nella vita ottengono un po’ di successo quasi subito, e riescono a capire quasi subito che quel successo non ha nessun valore. Il che equivale a dire che riescono a mettersi quasi subito a riflettere su cosa invece abbia valore”.

Se questo è gossip.

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giriamo con orgoglio questo comunicato stampa, che ci è arrivato, oggi. perché, sì, Ernesto Baj è il nostro orgoglio:

“[…] Il suo libro, in uscita con Einaudi, è già stato venduto in 12 Paesi. A dicembre “Una mattina per caso. Ai tempi di Silvio” uscirà in contemporanea in Francia, Spagna, Giappone, Olanda, Russia e Gran Bretagna. Poi, nei primi mesi del 2012, sarà il turno degli altri Paesi, fra i quali spiccano Israele e, persino, la Siria”.

qui, c’è il comunicato stampa [pdf]:

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qui, è possibile leggere chiuso ametà, romanzo, di Decimo Cirenaica, rilasciato sotto licenza creative commons BY-NC-ND 3.0 [it]. su mrt, pubblichiamo il capito: Tentativi


Ci hanno fatto sistemare in fila, ordinati per cognome, e quando è toccato il mio turno, invece di portarmi nelle aule grandi del triennio in cui stavano sistemando i concorsisti, mi hanno portato in aula M, primo piano della facoltà di Ingegneria, sede del concorso pubblico per Allievi Finanzieri. In aula M ho trovato altri aspiranti allievi, seduti e sorridenti, e in viso e nelle mani per nulla tesi: erano quelli che sarebbero passati; eravamo gli unici trenta posti disponibili, i già promossi. Il vocabolario di Leopardi mancato di verecùndia e raggio di sole della cadente luna non mi sarebbe più servito, eseguivo subito, ricopiavo le risposte sotto dettatura, numeri associati a lettere che un uomo basso in divisa aveva consegnato nelle mani di un altro uomo in divisa – forse un suo sottoposto – prima di chiudersi la porta dietro. Da lì in poi avrei dovuto solo ringraziare – mi si dica e farò – imparando a dividere il mondo in civili e militari. Mi si dica che ringrazio, subito, e batto forte col piede.

(Attenti: lo devo fare e pure ringraziare.) (altro…)

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c’è questo posto bellissimo, in Rete. esiste da poco, si chiama Doppiozero. che cos’è, Doppiozero? o meglio: perché?

Perché
Perché il mercato non è l’unica misura del lavoro intellettuale; perché non si perda la memoria del passato mentre si transita verso il futuro; per salvare libri e autori che sono stati e rimangono importanti per noi; per contribuire al cambiamento culturale e sociale del nostro paese; per amore dei libri; per aprire spazi a chi ha cose nuove da dire; per amore della discussione; per difendere e allargare la democrazia del sapere. leggi tutto

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La città di Adamo – eretta pagina dopo pagina da Giorgio Nisini nel suo secondo romanzo – più che una realtà materiale è il luogo della memoria in cui il protagonista Marcello (affatto casuale la scelta di un nome dalla eco felliniana) compie la sua ricerca, spasmodica, necessaria e dolorosa: il recupero dell’immagine del padre. Ricerca che più che la verità pone come suo obbiettivo la conoscenza: dei tratti noti (ma da sempre percepiti in superficie) del proprio genitore che silente ha giganteggiato per la sua intera esistenza tracciandone il percorso di vita e collocandolo in un contesto di continuo confronto con la propria immagine. Simulacro monolitico che verrà scheggiato e fiaccato dal dubbio che pone Marcello di fronte a una pericolosa rivisitazione di sé stesso e dei propri tratti attraverso quelli del padre.

Marcello Vinciguerra ha seguito le orme di suo padre Vittorio – grande imprenditore ortofrutticolo che dall’immaginario borgo di Castel Cimino ha allargato i suoi affari alla scena globale – ha una elegante moglie di nome Ludovica (emblematico il brano in cui Marcello segna l’inizio della parabola discendente del padre con il primo incontro di questi con l’allora fidanzata) con cui vive in una bella ma gelida villa. Il dubbio interviene già dalle primissime battute quando Ludovica – proprietaria di uno showroom di design – porterà a casa la riedizione di un televisore Brionvega (da qui in poi il design d’arredo scandirà la ricerca di Marcello per tutto il romanzo) aprendo di fronte a Marcello un tortuoso percorso nell’umbratile territorio dei ricordi. Lo farà attraverso un’immagine – che come tutte quelle che comporranno la ricerca non si rivelerà che un primo passo verso il riconoscimento dei propri tratti in quelli del padre – una breve sequenza d’archivio che lo mostra bambino a Eurano, quartiere metafisico-razionalista edificato a sud est di Caserta dal boss della camorra Adamo Pastorelli. Decine di domande avvelenano la quotidianità di Marcello: quali sono i rapporti che legano il successo dell’azienda Vinciguerra all’efferato e colto boss della camorra? È possibile che la madre, il padre – ormai defunto – e le persone più vicine alla famiglia nella conduzione dell’azienda come il “fratello adottivo” Brenno abbiano sempre mentito e nascosto un orribile legame con Adamo Pastorelli? Quale la reale identità dell’azienda di famiglia, del padre e quindi dello stesso Marcello?

Il percorso di ricerca per immagini passerà attraverso diverse dimensioni: quella televisiva e puramente casuale, la dimensione del ricordo (la più emozionale), quella onirica e squisitamente freudiana (con la convivenza nel sogno delle figure di Ludovica e del padre), la dimensione dell’esperienza con le visite a Eurano, a Casagiove, all’albero-simulacro del padre e ancora quella analogica e fotografica delle immagini recuperate in un rullino nell’archivio dei ricordi familiari. Un tracciato scandito dai ritmi tipici del noir che si concluderà con l’immagine più bella, la rappresentazione-superamento delle realtà panica e industriale, finalmente unite in una semplice e preziosa epitome di amorosi sensi.

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[da Yattaran]

Sul marciapiede su cui sto camminando si affaccia una pizzeria al taglio. Tra poco ci finirò davanti. Intanto, da dove sono, ci vedo entrare un africano; subito dopo ci vedo entrare una coppia di italiani, anziani; infine la raggiungo anche io, la pizzeria, ed entro.
La ragazza al banco sta parlando con i due signori anziani, l’africano è a fianco, un po’ più indietro, e la fissa; tiene davanti a sé, nel palmo della mano sinistra, un mucchietto di monete, che sfiora con l’indice e il pollice della mano destra.

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