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Archive for the ‘racconti’ Category

[pubblichiamo su mrt il primo racconto della raccolta Lo zelo e la guerra aperta, libro scritto a sei mani, dalla cooperativa di narrazione popolare. il secondo dei tre racconti sarà pubblicato su tracce nella rete, fra due giorni. il terzo e ultimo, venerdì, su yattaran]

 

Inadatto al volo

di Ilaria Giannini

Io vengo dall’errore, uno solo:
del tutto inadatto al volo.
(Manuel Agnelli, Dentro Marylin)

L’urlo soffocato che mi sveglia all’improvviso puzza di aspirina e detersivo per piatti. È notte fonda e sono riverso in un bagno di sudore, con gli occhi sbarrati sul soffitto, ma almeno sono riuscito a non emettere neanche un suono: Michela dorme ancora accanto a me, rannicchiata sul fianco preferito.

Mi passo le mani sul viso e spingo i pollici contro le palpebre ma non serve: la faccia di Nocera mi incombe ancora addosso, come un presagio di morte. Lui e i suoi occhialetti di plastica da giovane alternativo, glieli farei ingoiare a forza, insieme ai sogghigni nella pausa caffè e alle pacche sulle spalle dopo le riunioni, che riescono sempre a farmi sembrare un pischello anche se c’ho già ventinove anni, di cui gli ultimi cinque spesi alle dipendenze di ‘sto stronzo, che pure in sogno viene a perseguitarmi.

I fari delle macchine di passaggio si riflettono ritmici, contro le persiane della porta finestra: fasci di luce che mi illuminano i piedi e il viso, prima di liquefarsi nel nero della stanza. Mi metto a contarli, sperando di prendere di nuovo sonno, ma è una pia illusione.

Quinta notte in bianco e un altro giorno d’agonia di fronte: la mia angoscia porta la data di scadenza del 31 marzo. La fine del contratto a progetto, della spada di Damocle sopra la testa, delle mie giornate retribuite.

Per allora sarò libero, comunque vadano le cose, e potrò smetterla di esercitarmi in sonno per la maratona nel corridoio dell’ufficio del capo. Dovrei solo abituarmi all’ansia, in fondo ho già superato quattro rinnovi, posso definirmi un veterano del precariato, dovrei stare tranquillo e anzi, a dirla tutta, dovrei già essermi trovato un santo in paradiso che mi togliesse da ‘sta situazione. (altro…)

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E’ uscito il numero 18 di generAzione rivista: CAMBIARE.

Berlusconi si dimette; Gheddafi muore; lo spread schizza su; l’Euro crolla o forse no.
Ma anche: la morosa lo ha lasciato e lui è uno straccio; resto identico perché è l’unica sicurezza che (forse) ho; mi tocca pensarla diversamente.

Il nuovo numero di generAzione rivista (novembre/dicembre 2011) è dedicato al tema del cambiamento. Intorno a noi accade un cambiamento totale e continuo ogni giorno. Si può dire che ogni secondo – anzi, anche meno – porti con sé qualcosa che per forza di cose muta radicalmente tutto quello che c’era prima. E che magari c’era da così tanto tempo che sembrava da sempre.

Noi ci viviamo dentro. E allora abbiamo provato ad analizzare cosa vuol dire cambiare. Nella fattispecie, interrogandoci sul parallelo tra i cambiamenti che ci accadono dentro e quelli che accadono fuori: a volte le cose sono collegate e ci accorgiamo che un identico oggetto ha molteplici significati; altre volte, ci tocca cambiare parere.
Lo abbiamo fatto perché, nella maggior parte dei casi, nessuno di noi si accorge delle trasformazioni: prima viveva in un modo; dopo un certo momento, in un altro. Punto. Ma perché?

Ne è uscito un numero molto poetico, a dimostrazione che il cambiamento è sempre qualcosa di profondo.

Potrete scaricare e leggere la rivista qui: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/generazione_rivista_novembre_-_dicembre_2011_-_num e su www.generazionerivista.comarchivio pdf

E siccome è Natale e siamo buoni – e voi che ci leggete meritate un regalo – eccovi in allegato lo speciale fotografico “Cambiare (in immagini)” del nostro Andrea Checcucci. Scarrrrricatevelo e gustatevelo. E tanti auguri: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/speciale_natalizio_-_rapsodia_fotografica (sì, pure in pdf…su archivio pdf…su generazionerivista.com)

Buona lettura!

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È uscito il numero 17 di generAzione rivista: DARK (in)SIDE.

Dopo i gozzovigli dell’estate e il reportage mantovano – e dopo aver appena iniziato il reportage estero di Chiara Baldin – generAzione si riappropria della forma che più le è consona, quella della rivista. E, tanto per non farci mancare niente, essendo il numero 17 ci è sembrato giusto essere un po’ macabri.

Arriva l’autunno, Halloween, la malinconia: e allora ci siamo buttati alla ricerca del brutto, del lato oscuro che c’è dentro le cose di ogni giorno.
I vari Mister Hyde di oggi e di ieri ci fanno paura perché sono orrendi e perciò è facile criticarli e soprattutto additarli: così possiamo starne alla larga. Più difficile è invece ammettere che anche noi siamo un po’ canaglie in tante situazioni, anche e soprattutto quando pensiamo di comportarci bene (quando amiamo, quando siamo generosi, quando valutiamo solo col nostro metro di giudizio, quando diamo troppa fiducia).

In questo numero cerchiamo di esporvele in una sequenza di ritratti dove a prevalere è sempre la descrizione, mai il giudizio morale. Ne è venuta fuori una sequenza di personaggi caratterizzati, in percentuali diverse, dall’ombra e non dalla luce: caratteri nei quali è facile riconoscersi.

Perché, come diceva Oscar Wilde, “ognuno di noi porta in se stesso il cielo e l’inferno”. 

Buona lettura!

 

La rivista potete leggerla e scaricarla gratuitamente su issuu e su archivio pdf.
Ma, soprattutto, cliccando qui: generAzione rivista settembre – ottobre 2011 – THE DARK (IN)SIDE

 

 

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Colla #10

Il decimo numero di Colla è disponibile qui. Si può leggere online, scaricare in pdf, commentare ecc. I racconti sono tutti scritti da autori nati dal 1985 al 1988. Consigliatissimo!

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Quando Guccini diceva “piccola città, bastardo posto” chi era di paese, chi non stava sorseggiando martini immerso nel sole di Capri o a cavallo tra Londra e Rio, se la sentiva dentro. Piccolo dannato buco senza possibilità.
Infanzia, adolescenza, maturità e poi scappi.
Senonchè invecchi, senti che ormai stare a Milano ad agosto è un suicidio, pensi che con la pensione piccina che ti ritrovi l’è dura andare al mare e torni a casa. Quella che era casa.
Il paese senz’aria, senza vicini che non fossero pure parenti diventa il ripostiglio dei propri ricordi e del sollievo dall’afa meneghina. Peggio, se il paesino si trova nell’afa già di suo è proprio una scusa: ci torni perchè ti piace.
Perchè amavi quei piccoli luoghi, quei bastardi posti senza occasioni. In strada non passano mai auto. Mai, o quasi. Per la maggior parte del tempo attraversano il paese, ma non si fermano. Saranno camion o trattori o gente che va da un’altra parte, insomma lì non si ferma.
La chiesa alle 20 puntuale suona, l’orologio saranno dieci…no…quindici anni che è in anticipo di un quarto d’ora ma suona bene e nessuno lo sistema e poi è la casa di Dio. Dio saprà che ore sono.
Il bar in piazza ha chiuso. Ogni tanto riapre e i primi a bere il bianchino hanno mediamente 75 anni e sono le 7 del mattino. E bevono.
Ti mancava. Dai, dillo. Non potevi girare in biciletta in quel circolo metropolitano dove stavi. I campi, la paglia, il fieno, la spiaggia dove pomiciavi e pisciavi (non contemporaneamente). Dai, ti mancava tutto.
Le piccole città, i bastardi posti che s’insinuano dentro perchè ci sei nato – cresciuto – fuggito non se ne vanno. Puoi ripudiarli, sì, forse. Ma se sei di Remedello Sotto (Bs) o Olmo di Martellago (Ve) o Mezzarro di Breno (già solo i nomi, senti come stonano accanto a Berlino, a Mosca, a Parigi!) o Pontelagoscuro o Ferrara…Ma dove vai! Ma stai a casina!

generAzione feat. Lou Reed & Francesco Guccini presentano il numero 16 della rivista (poi pausa, ci si legge ad ottobre) e strappano pezzetti di città e posti bastardi in racconti e poesie e fotografie.
Buona lettura.

pdf da scaricare di brutto su: www.generazionerivista.com / http://issuu.com/ladyofacanyon/docs/generazionerivista

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è bravo, è bravo!

PS: c’è tutta un’aria nuova, in giro. o no?

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Una piccola banda mariachi suona sul bordo della strada. Dopo un po’ si ferma, si mette in ascolto.

ATTO I: Questioni generali
così si discute di un tema per cui sono state già combattute due o tre guerre e sganciate almeno sei bombe H.
dunque la questione è: è preferibile, in un rapporto di coppia, che il male, tutto il male possibile e reciproco, venga fatto all’inizio, in mezzo, o piuttosto in coda al rapporto stesso?
da un certo punto di vista appare chiaro che all’inizio il male potrebbe portare meno danni o arrecare minor dolore. c’è meno impegno in gioco. c’è meno fuoco in mezzo. meno polvere sugli scaffali. e il materiale, che sia corpo o anima, all’inizio è ignifugo. dunque, si faccia pure all’inizio, tutto insieme, tutto d’un fiato. aiuterà a far selezione, in seguito, di gesti e intenti, appropriazioni indebite e furti aggravati. dunque: passerà.
seconda ipotesi: in mezzo. dunque il male potrebbe ravvivare, disambiguare, puntando all’osso del rapporto gustando assieme la carne. potrebbe essere banco di prova, conferma, sintesi (in senso hegeliano, s’intende), inizio di progetto vero: forse avvio. certo, a quel punto necessiterebbe di alcol per essere superato: con tanto blues. da parte di entrambi. potrebbe comunque essere opera del signore o del demonio in egual misura, soprattutto: potrebbe essere. porta su un futuro condizionato. così: si faccia tutto, in un colpo solo. e dunque: potrebbe passare.
infine: in coda. il male sarà scelta. oppure sarà scelto, perché ci sia scelta. purché ci sia scelta. sarà comodità o ripiego, ma sarà — e non: sarebbe, o sarebbe stato, né fuèhoavremo. sarà onda se c’è scoglio e poi schiuma e poi guano di gabbiano e poi spiaggia, erosione avvenuta e certificata, scheletro di galeone, fondo del mare, fondo, raschiato, cambiato, nuovo, fine degli aggettivi, fine di ogni aggettivo, fine. dunque: sarà, è passato.

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vecchia gloria

gli unici auguri me li ha fatti un mio amico inglese, al telefono. l’ho chiamato per un consiglio su una traduzione e alla fine della nostra chiacchierata, ne sono certo, deve aver sorriso mentre diceva ‘oguri pe’ la festa, ma’cco, con quel suo modo di pronunciare il mio nome dimenticando una consonante e raddoppiandone altre.
oggi sono centocinquant’anni che stiamo assieme e forse il punto è proprio questo: pensare al paese come alla propria donna, o forse a una cugina o a una zia o addirittura a una sorella; ad ogni modo donne che puoi maltrattare; mai come a una madre, comunque, che come da copione è l’unica donna che al contrario non puoi neppure azzardarti a contraddire.

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Marco Marsullo e Salvatore Piombino non si conoscono, mi pare. Marco sta per pubblicare con Stile libero – Einaudi – e Salvatore scrive da tempo. Ha partecipato all’antologia Rien ne va plus e a Wimble.doc. Proprio in occasione di Wimble.doc, a Salvatore era capitato il tema “Mike Buongiorno”. E c’aveva scritto su, nel limite delle 3.000 battute. Marco, invece, ha scritto senza un tema obbligato, probabilmente influenzato dalla recente cronaca – la salma di Buongiorno trafugata.
Insomma: ecco i due racconti, uno dopo l’altro. Variazioni, interessantissime, su uno stesso tema. Tentando, soprattutto, di capire come agisce uno scrittore, da cosa parte, come mette a frutto il mix fra cronaca e inventiva – che caratterizza il processo creativo.

Buona lettura! [enpi] (altro…)

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Simone Sarasso, scrittore indispensabile [un libro per tutti: Confine di Stato] parla, sul suo blog, di Clandestina. e scrive una sinossi perfetta. perché Simone sa scrivere.

Dal titolo e dalla copertina ci si aspetta una raccolta di racconti “migranti”, una serie di testi sull’emarginazione che qualunque straniero subisce quando decide di lasciare il proprio Paese d’origine. Non per diletto o per legittima voglia di scoprire il mondo. Ma per fame, per povertà, indigenza, mancanza di futuro. Ci si attende, scrutando la copertina bianco-rosso-nera, che questo libro parli della proverbiale “ricerca di fortuna”, con tutto il doloroso bagaglio che questo tipo di viaggio si porta appresso.
E quando s’inizia a leggere, almeno per un paio di racconti, la sensazione è confermata. L’apertura è affidata al bellissimo e tagliente Luoghi comuni e feroci di Federico Longo, una collezione delle porcate che gli italiani s’infilano in bocca quando parlano di stranieri, di migranti […]

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